Come in vita, per Caravaggio non c’è ancora pace

Dal centro storico al nuovo cimitero di Porto Ercole, i resti mortali in balia delle scelte elettorali ora di una ora dell'altra amministrazione cittadina

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Per tutta la scorsa estate, schiere di turisti hanno invaso l’ufficio informazioni di Porto Ercole, piccolo gioiello della costa meridionale della toscana, assillando la gentilissima impiegata con una domanda: “Dov’è la tomba di Caravaggio?”. Le più recenti guide turistiche, quelle stampate dopo il 2014, indicano la presenza della tomba in una stradina nei pressi della centralissima Via Caravaggio, a pochi metri dall’ufficio informazioni, dove ora, invece, si trova un piccolo spazio verde con tre panchine e una lapide commemorativa. In quello spazio la “tomba” del grande pittore lombardo era stata effettivamente collocata il 18 luglio del 2014 (lo stesso anno in cui Porto Ercole entrava a far parte dell’associazione “I borghi più belli d’Italia”), con una cerimonia solenne, alla presenza dei sindaci di Monte Argentario e di Caravaggio, atto conclusivo di una forse troppo disinvolta operazione tesa a valorizzare turisticamente (se mai ne avesse avuto bisogno) lo storico scalo marittimo del grossetano. E lì è rimasta fino al giugno scorso, quando la nuova amministrazione comunale guidata dal sindaco Francesco Borghini ne ha disposto il trasferimento nel cimitero: un po’ troppo fuori mano per essere raggiunto a piedi, non facile da trovare neppure in automobile data la mancanza di un’adeguata segnaletica.

Il foglio con l’atto di morte di Caravaggio

Lo spazio originario non era stato scelto a caso: sorgeva lì, fino ai primi anni del ’900, l’antico cimitero di San Sebastiano, e lì, durante lavori di spianamento eseguiti nel 1956, erano state rinvenute numerose ossa, appartenenti a nove scheletri umani. Quei poveri resti, traslati in un’urna del nuovo cimitero di Porto Ercole, erano stati presto dimenticati. Ma nel primo decennio del nuovo secolo due fatti li avrebbero riportati alla luce, e all’attenzione di antropologi forensi: primo, il ritrovamento di un foglietto nei registri della chiesa di Sant’Erasmo attestante l’avvenuto decesso del Caravaggio a Porto Ercole; secondo, l’approssimarsi del quarto centenario della morte.

La morte del Caravaggio, uno dei grandi gialli irrisolti della storia dell’arte, è stata oggetto di una lunga diatriba tra chi credeva che fosse avvenuta sulla spiaggia della Feniglia, nei pressi di Porto Ercole, per le ferite riportate nell’attentato subito a Napoli, e chi invece sosteneva che l’artista fosse morto a Palo Laziale (l’odierna Ladispoli) per mano di sicari agli ordini dei Cavalieri di Malta, con il tacito assenso della curia romana. Pur meno quotati, anche Civitavecchia e Procida sono state indicate in passato come possibili luoghi del decesso.

Porto Ercole: il borgo vecchio e quello nuovo

Nel dicembre del 2001, due ricercatori appassionati di Caravaggio, consultando i registri della parrocchia di Sant’Erasmo a Porto Ercole, trovarono un foglietto che avrebbe dato un importante contributo alla risoluzione della controversia, anche se non è mancato chi lo abbia considerato un falso. Sul fronte del foglio, oggi conservato presso l’archivio della curia di Pitigliano, si legge: “A li 18 luglio 1609 nel ospitale di S. Maria Ausiliatrice / morse Michel angelo Merisi da Caravaggio, dipintore / per malattia”; sul retro: “A li 31 luglio morse Alfier Gaspar Montero”. Essendo il foglio vagante, è impossibile definire quale sia il lato primario, ma solo la morte del militare (Porto Ercole faceva allora parte dello Stato dei Presidi, sotto la giurisdizione della corona spagnola) venne trascritta nel registro della parrocchia, con la seguente annotazione: “1609 — corrente 1610”.

Un errore e una dimenticanza: sbagliò l’autore del primo autografo, che in assenza del parroco annotò l’anno anteriore a quello del decesso; non si rese conto, il parroco, che sul retro era annotata anche la morte del Caravaggio. Chi ha sostenuto la non autenticità del foglio, primo fra tutti lo storico dell’arte napoletano Vincenzo Pacelli, scomparso nel 2014, indicava proprio in quel “palese errore cronologico” la prova decisiva. Ma a ben vedere è più probabile il contrario: colui che avesse avuto l’abilità di riprodurre alla perfezione grafia e stile seicenteschi, non avrebbe commesso un errore così superficiale.

Il monumento a Caravaggio nell’omonima via di Porto Ercole (a sin.) e l’ingresso dell’Ospitale di Santa Maria Ausiliatrice dove venne ricoverato Caravaggio

Il foglietto, sicuramente autentico, confermava il contenuto di un “avviso” già noto agli studiosi, spedito da Roma al duca di Urbino il 31 luglio 1610: “È morto Michel Angelo da Caravaggio, pittore celebre, a Port’Hercole mentre da Napoli veniva a Roma per la gratia da Sua Santità fattali del bando capitale che haveva”. È certo che per andare da Napoli a Roma non si debba passare da Porto Ercole, ma si dovrà tenere presente la geopolitica del tempo, il fatto che Caravaggio portasse con sé tre delle sue tele, e che nello scalo a Palo Laziale il pittore era stato trattenuto per controlli dalle guardie pontificie, mentre il suo bagaglio – gli venne fatto credere – aveva continuato il viaggio verso Porto Ercole.

Mettendo insieme brani dei due biografi seicenteschi Giovanni Baglione e Pietro Ballori, emendati con i dati acquisiti oggi, è così possibile ricostruire le ultime ore di vita del Caravaggio, quelle seguenti il suo arrivo a Porto Ercole con mezzi di fortuna: “Come disperato andava per quella spiaggia sotto la sferza del sol leone a veder se poteva in mare ravvisare il vascello che le sue robbe portava” scrive il Baglione. Quale spiaggia? Non quella di Palo, evidentemente, e neppure la Feniglia, come si è creduto fino al 2001, ma proprio la spiaggetta dell’insenatura di Porto Ercole, oggi cancellata dal porto turistico. Mentre il Ballori afferma: “Giunto a Porto Ercole si abbandonò”, cioè svenne.

Lo spazio creato nel 2014 per ospitare la tomba di Caravaggio

Fu quindi portato nel piccolo ospitale di Santa Maria Ausiliatrice gestito dalla confraternita della Santa Croce (edificio tutt’oggi esistente presso la chiesa di Sant’Erasmo), dentro il borgo vecchio, dove, “sorpreso da febbre maligna”, per l’infezione intestinale causata dall’acqua contaminata di una cisterna, datagli inavvertitamente dai confratelli di Santa Croce; non per malaria, che avrebbe dato luogo a più lungo decorso, “morì in pochi giorni”. Nel mese di luglio, a Porto Ercole, la temperatura può raggiungere i 40°; nel povero villaggio di pescatori, in quel tempo, a pochi era riservata una sepoltura dignitosa, e il corpo dello straniero, in misere condizioni, venne senz’altro gettato nella fossa comune del piccolo cimitero che sorgeva extra muros, nello spazio allora disabitato ai piedi della collina di Forte Filippo.

Ed ecco entrare in scena Silvano Vinceti, “ambientalista liberale” confluito nel 2008 in Forza Italia, pubblicista e fondatore del “Comitato nazionale per la valorizzazione dei Beni Storici, Culturali e Ambientali”, associazione privata nata nel 2002 a Scandiano, in Provincia di Reggio Emilia, con lo scopo di identificare i resti mortali di Matteo Maria Boiardo. Per quell’impresa Vinceti riuscì a coinvolgere perfino il RIS di Parma, e dopo aver fatto eseguire l’esame del DNA su alcune ossa trovate sotto l’altare della chiesa di Santa Maria, dove secondo la tradizione era stato sepolto l’autore dell’Orlando Innamorato, si disse certo di aver trovato quelle giuste.

L’insenatura di Porto Ercole, con sullo sfondo la spiaggia della Feniglia e la laguna di Orbetello, vista da Forte Stella

Forte di quell’esperienza, e dell’amicizia con Cesare Previti, che a Porto Ercole ha una casa e tiene ormeggiato il suo veliero, alla vigilia dell’anniversario della morte del Caravaggio si lancia nella nuova impresa: dai resti dei nove scheletri del cimitero di San Sebastiano vengono selezionati quelli appartenenti a uomini quarantenni, poi, con l’esame del carbonio-14, quelli di uomini morti all’inizio del 1600, infine quelli contenenti tracce di piombo e di mercurio, elementi usati dai pittori dell’epoca per preparare i colori. Una dozzina di ossa viene quindi portata al paese di Caravaggio per effettuare test di confronto con il DNA dei vari Merisi o Merisio oggi viventi. Risultato: il 16 luglio 2010, un’équipe di “scienziati italiani” dichiara ufficialmente che alcuni resti ossei selezionati con la comparazione del DNA, potevano essere attribuiti per l’85% a quelli del famoso pittore.

Irrilevante che altri scienziati abbiano fatto notare che la compatibilità del DNA di uno scimpanzé con quello umano sia più alto dell’85%, che le tracce di piombo presente nei resti umani siano una caratteristica anche dei marinai e pescatori che bevevano l’acqua da cisterne di piombo: per Silvano Vinceti quel dato era sufficiente ad annunciare al mondo che erano state ritrovate le ossa di Caravaggio. Due giorni dopo, anniversario della morte, una teca di vetro con il macabro contenuto faceva il suo ingresso a Porto Ercole a bordo del due alberi di Cesare Previti (il brigantino dell’ex ministro non aveva avuto neppure il tempo di alzare le vele dato che il viaggio via mare era cominciato a Cala Galera, distante da Porto Ercole meno di un miglio nautico). Accogliendo le presunte ossa di Caravaggio, l’allora sindaco Arturo Cerulli, raggiante di fronte alle telecamere della CNN, presentava la base “scientifica” del cosiddetto parco funerario che si sarebbe concretizzato quattro anni (e 110 mila euro di fondi pubblici) più tardi.

La Maddalena in estasi ritrovata nel 2014 (a sin.) e il ritratto di Caravaggio, di Ottavio Leoni, conservato presso la Biblioteca Marucelliana di Firenze

Ma il perseguimento del “brand Caravaggio” non ha portato fortuna al sindaco Cerulli, che nel giugno del 2018 perdeva la sfida elettorale con la lista civica guidata da Borghini. E mentre il cinquecentesimo anniversario della morte di Leonardo spingeva Vinceti a rivolgere l’attenzione a Firenze, alla ricerca dei resti mortali della Gioconda, la nuova amministrazione comunale, un anno dopo il suo insediamento, disponeva il trasferimento della tomba. Così le presunte ossa di Caravaggio, raccolte in un sarcofago dall’aspetto cementizio, riposano oggi nel nuovo cimitero di Porto Ercole, non all’ombra dei cipressi, ma di una assetata siepe di alloro. Meglio sarebbe stato dedicare all’artista un semplice cenotafio, e impiegare quelle risorse per tutelare il patrimonio storico e monumentale dell’antico borgo, che è già ricchissimo.

L’episodio della tomba posticcia di Caravaggio, e del suo sballottamento, sarà da archiviare come un esempio in negativo di governance del patrimonio culturale. Molto più importante è il ritrovamento – questo, sì, reale – di una delle tre tele che il pittore portava con sé nel suo ultimo viaggio verso Roma: la Maddalena in estasi, di cui esistevano almeno otto copie sparse per il mondo, che proprio nel 2014 veniva identificata e attribuita con assoluta certezza da Mina Gregori, allieva di Roberto Longhi e massima esperta vivente di Caravaggio. L’aspetto triste della storia è che il quadro, destinato al cardinale Scipione Borghese, è finito nella collezione privata di una famiglia europea desiderosa di rimanere anonima. Esposta per un breve periodo al Museo Nazionale di Arte Occidentale di Tokio, e più recentemente al Museo Jacquemart-André di Parigi, forse la tela non tornerà mai a Roma. Come non vi tornò il suo irrequieto e geniale autore.

Nella foto in alto (di Luca Bifano) la tomba di Caravaggio, oggi nel cimitero di Porto Ercole. Anche le altre foto, tranne il dipinto e il ritratto di Caravaggio, sono di Luca Bufano