La divisione di Martirano e l’unità d’Italia

Quando i milanesi scesero in Calabria a ricostruire il piccolo comune, distrutto dal terremoto nel 1905, che da allora assunse la denominazione di lombardo

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Il Sud, sempre il Sud. Ed eccoci a Martirano Lombardo, 1000 abitanti, valle del fiume Savuto. Il nome del paese presenta un attributo di provenienza: lombardo, appunto. Ma che ci azzecca un toponimo così, in pieno meridione? In realtà, non è una novità. Gli esempi si sprecano.

E veniamo a Martirano. Siamo in terra appenninica, terra che da sempre porta con sé anche gli imprevisti più funesti della natura. Il terremoto, in particolare. È il destino di questa straordinaria e laboriosa spina dorsale del Paese. Cittadini capaci di rialzarsi dopo immani tragedie.

Martirano non sfugge e allora, l’8 settembre 1905, in pienissima notte, alle 2,45, ecco abbattersi la calamità sul paese. Il sisma è impietoso, soprattutto con gli edifici.

I morti sono 17, meno, per fortuna, delle 557 vittime di vari territori calabresi, soprattutto tra l’attuale vibonese e il catanzarese, con riflessi anche nel basso cosentino. Epicentro a Nicastro, zona oggi inclusa nel comune di Lamezia Terme.

Il piccolo centro di Martirano, già duramente provato dallo storico terremoto del 1638, ne esce con le ossa rotte: completamente distrutto, comprese la cattedrale e il palazzo vescovile. Nell’arco di un giorno ci si accorse della gravità del sisma e, subito, cominciarono ad affluire i soccorsi, resi più difficili dalle strade interrotte.

È in questo momento che avviene un piccolo, grande miracolo italiano: ci si mosse dal Nord per aiutare il Sud. Da Milano, dal capoluogo meneghino, partì un gran moto di solidarietà: un vero e proprio comitato milanese che fu poi attivissimo in Calabria, non solo a Martirano ma anche in altri paesi interessati dal sisma.

Il piccolo centro rinacque soprattutto grazie ai lombardi, segno che l’Italia, quando se lo ricorda, è un grande Paese. Martirano allora divenne “lombardo”, diversi anni dopo, per ringraziare gli amici di Milano.

Ma come mai si crea questo sentimento di concreta vicinanza? Come mai proprio da Milano? Nei giorni precedenti, sempre nel 1905, in quello che fino a pochissimi decenni prima era stato il Lombardo-Veneto, c’erano state delle disastrose alluvioni. A Milano era già attivo un comitato impegnato su questo fronte; ma appena giunsero le drammatiche notizie dalla Calabria, ci si mosse anche in direzione Sud.

Il sindaco di Milano era il liberale Ettore Ponti, marchese, originario di Gallarate, già senatore del Regno. Industriale della seta, sociologo, conservatore democratico, fu un politico realmente illuminato e la mente di tutta l’operazione soccorsi. A fornirci le notizie il volume “Martirano Lombardo. Storia di una città nuova”, a cura di Michelino de’ Medici, edito nel 1989 e poi nel 2007 in seconda edizione.

La macchina milanese partì praticamente da subito, portando aiuto ma già mirando all’effettiva ricostruzione. A dirigere i lavori Cesare Nava, ingegnere, futuro ministro dell’Economia nazionale con Mussolini.

Ingegneri, tecnici, operai: gran sfoggio di conoscenze e manodopera. Martirano doveva rinascere con tutti i crismi e, soprattutto, con la necessaria sicurezza. Il che significò, come prima sofferta decisione, abbandonare il sito originario sui cui il paese era sorto, perché non offriva tutele adeguate dal punto di vista geologico. Ci si doveva trasferire nella più affidabile località di Piano delle Sorbe.

In paese alcune case erano rimaste seriamente danneggiate ma non del tutto distrutte. Erano le abitazioni dei possidenti, della borghesia agraria. Ma il comitato fu irremovibile: gli aiuti dovevano essere destinati anzitutto ai meno abbienti, ai braccianti. Fu così, dunque, che si ruppe l’antico incantesimo che aveva garantito la coesione sociale della vecchia Martirano.

Il paese si spartì sul serio. Talmente sul serio che di paesi ne nacquero due, ancora oggi esistenti. Da una parte, Martirano Lombardo, costruito in una zona sicura, con i milanesi che pretesero, prima di assegnare le case, che il Comune completasse i lavori per l’emergenza idrica.

Dall’altra, l’antica città, Martirano, che pure, a suo modo, rinacque, nel luogo originario, ad opera dei proprietari terrieri, giacché alcun sussidio fu concesso dal comitato per la riedificazione. Una frattura, quella tra le due comunità, che ancora perdura.

Ufficialmente la lacerazione fu sancita a fine 1956, molti anni dopo, anche a seguito di drammatiche vicende come l’incendio del municipio, il 17 novembre del 1929, in era fascista, al culmine di una rivolta messa in atto da parte degli abitanti fedeli al vecchio centro, proprio nell’anno in cui fu formalizzato il cambio del nome in Martirano Lombardo.

C’è da dire che anche da parte dei milanesi, forse, non tutto fu fatto alla perfezione: furono costruite meno case o, comunque, meno capienti di quanto assicurato in un primo momento.

Un problema che si aggiunse alla rivalità sociale che accese la miccia. Fu, lo ripetiamo, un paradosso; un caso che andava risolto meglio. Questione, comunque, successiva e, certo, secondaria rispetto a quanto invece avvenne di bello. Una storia, se si vuole, emblematica anche di un Sud o di un certo Sud. Ci dividiamo anche nel dolore. Incredibile!

Una lezione, invece, venne proprio dal Nord, quel Nord che con molte ragioni si critica per le modalità di acquisizione dell’Unità d’Italia ma che quella volta fu amico e fratello.

Il 23 ottobre 1907, ad appena due anni dal sisma, la nuova Martirano fu consegnata ai cittadini, grazie al determinante soccorso dei milanesi.

Duecentosei famiglie riebbero una casa, rinacque l’asilo infantile e fu ricostruito l’ospedale, grazie alla città di Busto Arsizio. Un assetto secondo i nuovi criteri estetici, in primis scientifico-antisismici.

Ci fu, tuttavia, la macchia del frazionamento delle due Martirano. Forse oggi le nuove generazioni nemmeno avvertono le ragioni di questa separazione. Una città, è vero, si divise in due, ma il Paese, certo, fu più unito.