Se Traetta è così popolare a Tokyo il merito è di Konomi

Direttrice del Japan Apulia Festival, la cantante rivela il suo amore per l'Italia e per Bitonto, dove collabora con il maestro Clemente al celebre festival lirico

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Dai fans più appassionati agli spettatori occasionali, sino a coloro che si sono ritrovati solo per caso o curiosità a solcare quel meraviglioso confine che divide lo spazio teatrale, fisico e spirituale, dalla realtà, insomma chiunque abbia avuto a che fare con il Traetta Opera Festival sa di Konomi Suzaki.

Avrà sentito almeno una volta questo nome, pronunciato in tante occasioni, durante gli spettacoli in scena al Traetta e nelle tante location a Bitonto o in altri centri della Puglia o all’estero, e, magari, si sarà domandato chi sia Konomi Suzaki. Qualcuno, forse, avrà fatto una ricerca su Google, tentando di soddisfare la sua curiosità. E cosa avrà scoperto, nel bel mezzo di tale indagine? Che Konomi è una cantante lirica giapponese… Sempre che, per un errore di scrittura, Google non abbia impunemente dirottato le sue ricerche verso un altro personaggio. Può capitare, ma non è il momento della resa. Il secondo tentativo è quello fortunato. In caso di reiterata sventura, a soccorrerti, mio caro lettore, giunge, tuttavia, questa intervista.

È bene fare una piccola premessa: Konomi Suzaki è una soprano giapponese, presidente della Tokyo Academy of Music, della Tokyo Music Association e del Japan Apulia Festival. È, inoltre, direttore generale dell’AMIfest. Da anni collabora con il direttore artistico, Vito Clemente, al Traetta Opera Festival, impegnandosi a fare da ponte tra il Giappone e l’Italia, e a far conoscere Tommaso Traetta, la cultura bitontina e italiana nel mondo. Il suo impegno e la sua dedizione sono stati premiati col riconoscimento di Ambasciatrice della cultura bitontina nel mondo.

Come tutti i grandi artisti, Konomi è molto umile e poco avvezza a parlare di sé. Ma molto è emerso della sua personalità, della sua eleganza e delle sue passioni da questa intervista, rilasciata dalla cantante qualche giorno prima di partire con Vito Clemente alla volta di Tokyo, dove Il Traetta Opera Festival collabora con il Japan Apulia Festival, con i concerti realizzati all’Auditorium Agnelli dell’Istituto Italiano di Cultura. Intervista in cui Konomi rivela tutto il suo amore per l’Italia e la sua cultura, ma anche per il suo cibo e per l’affabilità della gente.

Konomi com’è nato il tuo rapporto con il Traetta Opera Festival?

Ho conosciuto il maestro Vito Clemente a Tokyo. Abbiamo deciso insieme di dar vita, accanto al Traetta Opera Festival, all’AMIfest, che sta per Apulian Music International Festival, il cui obiettivo è aprire la Puglia alla scena musicale internazionale. Io sono intervenuta, per esempio, a Madrid, dove abbiamo eseguito il Requiem di Mozart e brani di Traetta e Cantatore.

Quali sono gli impegni maggiori per la realizzazione del festival?

In qualità di presidente dell’AMIfest, mi tocca viaggiare moltissimo per organizzare tutto quanto occorre. Abbiamo eseguito molte opere di Traetta in Giappone: Il Cavaliere errante, lo Stabat Mater di Napoli, lo Stabat Mater di Monaco, la Messa in Do maggiore. Tutti questi lavori sono stati pubblicati per l’Idea Press Musical Edition USA. Questo solo per accennare a qualcosa. Abbiamo fatto davvero tanto in questi anni, soprattutto per portare Traetta e la cultura italiana, nonché bitontina, in Giappone, non limitandoci alla musica.

Il maestro Vito Clemente

Il tuo obiettivo, in fondo, è favorire uno scambio tra le due culture…

Esattamente! Collegare i due paesi. Ad esempio, ho portato molti cibi italiani a Tokyo; ma lo scopo principale è far conoscere la tradizione italiana e la sua cultura, e sicuramente il cibo è un espediente per favorire questi contatti, uno dei tanti, oltre alla musica. Cerco di fare da ponte tra queste due nazioni, con culture tanto diverse e tanto ugualmente interessanti.

Com’è nato l’amore per l’Italia e per Bitonto?

Me ne sono innamorata subito, sin dalla prima volta che sono arrivata. Mi sono trovata sempre bene, circondata da persone gentili. Tokyo è una città metropolitana, grande, molto fredda; invece qui la gente è molto “umana” e, soprattutto, a Bitonto e nel Sud. Parma, la città di Verdi dove ho studiato, è un po’ snob, con un ambiente un po’ chiuso. Vanno a teatro elegantissimi, con le pellicce. Questo è un altro mondo. Da straniera, nutro un’ammirazione incredibile per la cultura italiana, per la vostra storia.

Cosa c’è di diverso tra giapponesi e italiani, nel rapporto con la musica e nel carattere?

Noi imitiamo, dico, noi giapponesi. Noi studiamo da subito le note, do – re – mi, ma senza conoscere l’italiano. E non sappiamo che questo è italiano. In Giappone amiamo i concerti, le sinfonie. Io sono interessata alla voce e in Italia è proprio la voce ad avere grande importanza. I giapponesi sono molto impostati e hanno un tono di voce che risente di questo carattere. Sono però un po’ timidi, rispetto agli italiani. Io sono impegnata a portare la tradizione e la cultura italiana in Giappone. Ho imparato tanto della lingua attraverso le arie e, piano piano, ho preso dimestichezza con il parlato. Sono due culture molto diverse: quando un giapponese apre la porta, si inchina e la fa scorrere da destra a sinistra, da sinistra a destra; mentre un italiano la spalanca. Dico, anche nei gesti più semplici, c’è diversità. Ed è difficile per una cultura capire l’altra.

È un discorso che applicheresti anche all’opera?

Sì, faccio un esempio. Nella Madama Butterfly di Puccini, Cho Cho-san non si comporta come una vera giapponese e non basta che indossi il kimono. Anche se la musica è di Puccini e l’opera è straordinaria e bellissima, ci sono alcuni dettagli a cui un italiano non presta attenzione. Puccini ha guardato dall’esterno la cultura giapponese. Cho Cho-San possiede un forte senso dell’onore e suo padre, un samurai, le ha insegnato che quando la situazione non va, porta disonore, si deve fare harakiri. Lei non può uccidersi come farebbe un uomo, ferendosi l’addome, ma tagliandosi il collo con un coltello che deve coprire con la mano. Puccini non poteva saperlo, essendo italiano.

C’è un personaggio che adori più degli altri, a cui ti senti particolarmente legata?

Violetta de La Traviata: è bellissima. E poi Cho Cho-San. È un personaggio che ho approfondito molto bene. Specialmente da studentessa. Lei era una ragazzina e quando ha incontrato Pinkerton è diventata una mamma. Ha una crescita incredibile nel corso dell’opera e, alla fine, diviene una vera donna perché accetta il suo destino. È anche molto importante che questo sia visibile quando viene interpretata.

Qual è l’opera di Traetta che preferisci?

Conosco bene Il Cavaliere errante. È davvero un capolavoro. Ma conosco anche tanti altri lavori di Traetta, Logroscino, La Rotella e di giovani compositori pugliesi. Stiamo lavorando moltissimo, realizzando dischi e volumi per diffondere la conoscenza del passato nel presente e nel futuro.

Com’è lavorare con il maestro Clemente? Come ti sei trovata con lui?

È una persona precisa e severa perché lui stesso studia tantissimo e s’impegna sino all’ultimo per dare il meglio di sé. È organizzatissimo sia come direttore artistico che come direttore d’orchestra. Si assume tutte le responsabilità con decisione ed è sicuramente molto severo innanzittutto con se stesso e, poi, con gli altri. Ma è anche una persona molto gentile. In Giappone apprezziamo molto la precisione, la puntualità, il duro lavoro e la gentilezza. E cerca di aiutare molto i giapponesi nella pronuncia delle parole perché abbiano meno difficoltà, nell’interpretazione e nello stile. È davvero una persona generosa. Severo ma generoso.

Come mai hai scelto di intraprendere una strada così difficile e certo non così battuta, come quella dell’opera lirica?

Per me è naturale: ho sempre fatto quello che sentivo. Sono nata in una famiglia molto vicina alla musica: mia madre era maestra di un coro, mio zio era direttore d’orchestra, mia nonna insegnava pianoforte. Sono stata sempre circondata da musicisti e, così, ho pensato di venire in Italia, perché studiavo solo melodie francesi ed ero specializzata in musica francese. Ma pensavo che fosse un mondo troppo piccolo e volevo uscirne. Ho scelto Parma perché è la città di Verdi, ma sapevo troppo poco dell’Italia, perché circolano davvero poche informazioni in Giappone. Ho dovuto girare molto per capire e conoscere l’opera: sono andata a Genova, Milano, Torino, Modena, Bologna. Ho visto tutto in un annetto. Ma dopo un anno non c’era più molto da vedere, perché le cose erano sempre le stesse, era tutto uguale. E anche il modo di fare l’opera era sempre quello, senza originalità, senza variazione.

Insomma, il sud è un mondo a parte…

Di certo, è tutto diverso. E mi piace molto per questo, ma non solo il sud. Avete una cultura incredibile; bisogna trasmetterla e per questo occorre una grande passione. C’è un’aria diversa qui. Se mangio il prosciutto crudo in Giappone, non è come mangiarlo in Italia. Cambia il gusto, il sapore. Forse per l’umidità, la temperatura, non so. Per fare apprezzare il vostro Paese cerco di portare più persone qui. Molti coristi, in realtà, vengono per la musica. Quando siamo venuti per la prima volta a Bitonto c’erano ancora i lavori nel centro storico. Adesso è bello vedere tutta questa gente e tanti turisti. È cambiata proprio tanto Bitonto in questi anni.

Un’ultima domanda: come si possono avvicinare i giovani alla lirica?

Inizialmente facendoli divertire. Il resto, viene da sé. Spesso le opere raccontano una storia d’amore tra due giovani. Bisogna spiegare la storia, incuriosendo i giovani. Quando abbiamo rappresentato a Tokyo Il Cavaliere errante, l’abbiamo accompagnato con un racconto in giapponese. Magari si fa qualche battuta, per non far annoiare. Tutto ciò serve ad avvicinare i giovani. E i risultati si vedono. Certo, non sempre abbiamo un teatro pieno, ma più ci si abitua a sentire la musica lirica, più è facile apprezzarla e capirla.

Nell’immagine in alto, Konomi Suzaki. Nelle altre foto, alcuni momenti degli eventi a Tokio con il maestro Vito Clemente.