L’omaggio di Papa Francesco alla “chiesa del grembiule“ di don Tonino

La visita del pontefice a Molfetta offre l'occasione per una riflessione sul senso più autentico dell'apostolato di mons. Bello

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Grande giornata di preghiera e festa ieri in Puglia, tra Alessano e Molfetta, nel ricordo di don Tonino Bello, grazie alla visita di papa Francesco sulla tomba del vescovo e, poi, nella cittadina del barese che fu scena, strada e paesaggio delle coraggiose posizioni del presule salentino.

Ma chi era realmente don Tonino?

Esperienza ineludibile nel cattolicesimo italiano e, soprattutto, meridionale del secondo novecento, figura imponente, pur nella ricerca della negazione di ogni segno di potere. Un potere, quello di guardia e di controllo, di paternità, quale quello dell’episcopus, che egli però non perdeva e non voleva perdere. Per il semplice fatto che – come del resto tanti altri suoi confratelli, la maggioranza, – egli non declinava certo quel potere in una forma di tardo residuo temporale, quanto nell’accezione di servizio, reso a braccia aperte di fronte al mondo e alle sue difficoltà. Un abbraccio che dice proprio paternità e accoglienza.

Una resa del cuore, forse: ma non della ragione. Perché l’ascolto di don Tonino è inossidabile, senza apparire mai una forma di pietismo ancorato a buonismi dialettici fini a se stessi. Un ascolto perfettamente, identitariamente cristiano. Non si deve aver paura dell’identità, al contrario di quanto sostenuto da Amartya Sen. Coniugata al confronto, l’identità non è mai sinonimo di chiusura, orticello, arroccamento quasi del rancore.

L’identità può essere una e d’amore. E quella del cristiano, del cristiano consapevole, naturaliter lo è. Il cristiano è talvolta “anonimo”, hanno ammonito i teologi novecenteschi. Non si sente, non grida la sua identità. Non ascolta le Letture, non ascolta se stesso, dunque non ascolta l’altro. Egli non si sa, non si conosce.

Ma se non diventiamo cristiani consapevoli dentro, non lo saremo fuori.

Ecco, don Tonino: invitando il cristiano nient’altro che alla riscoperta di sé, dell’anima recondita del nostro dirci (e farci) cristiani, ha inverato un discorso assolutamente identitario. Che guarda all’uomo e alla sua fede, e che lo sveste dell’agnosticismo spirituale ed etico di ritorno.

Rifiutando l’anonimato del cristiano, egli invita alla riscoperta del pneuma, del kerigma, della parresia. Di quelle virtù dello spirito talvolta sopite. Dei fuochi del pensiero e del cuore accantonati.

Sì, perché pensiero e cuore, in Dio – e in Pascal – non conoscono differenze. Andando alla radice dell’umano, è da capire la sua definizione-richiesta di una chiesa “più umana”.

Ma c’era forse una lettura delle parole tutta sua e particolare, se è vero che inoppugnabile appare anche l’assunto ratzingeriano secondo cui: “Non è di una Chiesa più umana che abbiamo bisogno, bensì di una Chiesa più divina. Solo allora essa sarà anche veramente umana. E per questo, tutto ciò che è fatto dall’uomo, all’interno della Chiesa, deve riconoscersi nel suo puro carattere di servizio e ritrarsi davanti a ciò che più conta e che è l’essenziale”.

Cos’è il “puro carattere di servizio” di cui parla Ratzinger se non la “chiesa del grembiule” di don Tonino? Quel che più conta è “l’essenziale”, disse, con un linguaggio alla Saint-Exupèry, l’allora non ancora papa, in un intervento dei primissimi anni novanta.

Don Tonino -lungi dalle letture interessate di alcuni suoi sostenitori o di qualche allegoria strumentalizzante, da parte di noti politici pugliesi- s’inseriva nel solco della dottrina sociale della Chiesa, certo con particolare attenzione al mondo e agli “oppressi”. Ma questa attenzione è innata nel discorso cristiano e non è prerogativa di nessuno, pur riconoscendo le novità di linguaggio, immediate e dirette, del meridionalista don Tonino.

Sì, perché è il Sud che qui conta. Se don Tonino ha posto in essere le dialettiche per superare le emarginazioni, lo ha fatto perché è dal Sud che il suo grido di dolore giungeva. Sì, pensiamo a lui come a un grande meridionalista.

Il suo grido come quello dei tanti vescovi o presbiteri del Sud America, ovviamente quando attenti a non mescolare le ragioni del Credo salvifico di Cristo con quelle del credo marxista o socialista. Don Tonino tenne ben salda la linea di demarcazione tra politica come impegno militante e politica come dimensione del discorso spirituale.

Sferzò la politica, la spinse al silenzio, la ridusse alla vergogna di sé, con un linguaggio alla stregua dei santi dell’umanesimo italiano, con la rabbia civica e di piazza di un Bernardino da Siena. Fu allora effettivamente “politico” ma nel senso auspicato da Montini: la politica come “più alta forma di carità”. Pur venendo dal Sud dolente, la carità di don Tonino non era, tuttavia, assistenzialismo. Piuttosto riappropriazione di sé e della propria dignità, spinti dalla caritas-amore di Dio.

Il suo discorso, occorre dirlo chiaramente, porta a Cristo. Purtroppo il rischio di letture snaturanti è alto; il rischio di fare di don Tonino un santino ideologico è considerevole, non solo tra i non credenti ma anche tra qualche credente che vede nella “tradizione” qualcosa di lontano dalla profezia.

E’ quanto accade anche con altre grandi personalità della chiesa, come don Mazzolari o don Milani, o a laici come La Pira e Lazzati. Figure indubbiamente abitate da spirito critico di appartenenza, ma che non vanno slegate dal contesto cristiano-cattolico di formazione e servizio stesso.

Diverso il caso di Dossetti: lì, piaccia o non piaccia, appare oggettivo come la mistione tra impegno politico diretto e ecclesiologia dell’inquietudine si spinga sino a non capire più dove finisca l’uno e inizi l’altra. Don Tonino sa, da credente, da cattolico, da vescovo, che il male è “nell’uomo”, così come il bene. Sa che è lì la radice di tutto.

Sa – non solo per dogma, non solo per dottrina – che il peccato originale è realtà di fede incancellabile, eppure non si rassegna a sperare solo escatologicamente: egli agisce, ama, crede in questa vita ed è qui che intende realizzare una piccola, grande civiltà dell’amore.

Civiltà: dunque chiesa e città sono naturalmente unite, senza disprezzo del mondo, come voleva Innocenzo III nei suoi testi di letterato, prima ancora che di papa.

E civiltà dell’amore non significa utopistica e sradicata realtà edenica. No, il riscatto lo si vivrà mossi da Cristo, in nome di Cristo.

Sulla terra, per quel che è possibile a noi, uomini della modernità, e in altre realtà, per quel che sicuramente è fattibile al Pensiero di Dio. Don Tonino, in altre parole, invitava ad accettare con partecipazione umana, dunque divina (e torniamo al discorso di Ratzinger), il disegno di Dio.

Dove partecipazione umana significa che l’uomo non si rassegna ad alcuno sfruttamento, ma lo fa perché sicuro della mano divina. Il povero non è già salvo in quanto tale. Siamo convinti che don Tonino non pensasse questo.

Il povero accoglie Dio, malgrado ogni segno nella sua vita ne dica l’assenza nei suoi confronti, la dimenticanza persino, l’abbandono.

È come la questione del dolore. Sembra che Dio si sia scordato di noi.

Ma la mano c’è. Una mano, non una manna da chiedere a piacimento laddove occorra.

Don Tonino era uomo tra gli uomini e, dunque, si serviva delle parole per comunicare tutto ciò. Parole che oggi la Chiesa, che per il credente è sempre madre e maestra, pone alla nostra attenzione come le parole di un prossimo beato, di un uomo santo, un uomo da imitare.

Magari non sempre le sue parole erano perfette, chissà. Questo dobbiamo chiedercelo. Non facciamo l’errore di considerare infallibile proprio don Tonino.

Può darsi che talvolta l’aspirazione alla giustizia, divina e terrena, s’accompagnasse ad una retorica immaginifica che il mondo degli indaffarati non poteva certo capire e concepire. Di sicuro, però, le sue erano parole ispirate dalla grazia, parole “di” grazia, dunque parole necessarie sempre.