Nel segno di Aldo Moro

Nell’anniversario del sequestro dello statista, un ricordo di Carmine Barbone, il politico bitontino più vicino al presidente democristiano

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Una giornata non come tutte le altre, quella di oggi, per la storia della Repubblica.

Il 16 marzo 1978, esattamente quarant’anni fa, le Brigate Rosse sequestravano Aldo Moro, all’epoca presidente della Democrazia Cristiana, dopo aver trucidato i cinque agenti della scorta. Comincia così il dramma del grande statista, destinato a chiudersi tragicamente il 9 maggio con il suo assassinio. Abbiamo scelto di portare un contributo alla memoria dell’illustre politico pugliese ricordando uno degli esponenti della politica bitontina che più gli è stato vicino e che meglio ne ha incarnato lo stile e le idee.

Il prof. Carmine Barbone, recentemente scomparso, una vita nella Dc e nelle aule istituzionali della politica, era profondamente moroteo. Amava, cioè, il piglio interpretativo che fu di Moro, soprattutto nella lettura dei tempi che così repentinamente stavano mutando.

Da qui anche un’attenzione particolare alla questione giovanile, sin dai tempi della rivista “Il Confronto”. Una stagione – quella del centrosinistra, di cui Moro fu l’interprete più autorevole – ancora oggi sottoposta a più letture, talvolta anche critiche. Si pensi alle conseguenze delle nazionalizzazioni o al peso della partitocrazia.

Barbone è stato un entusiasta della politica, sulla scia della formazione nella Fuci. Ma il suo era un entusiasmo discreto. Un tratto che ha conservato sino all’ultimo. Classe 1926, laurea in matematica e fisica a Napoli, fu apprezzato docente, amato dai suoi ragazzi. Fu tra i fondatori dell’Istituto industriale, nato dapprima come sede distaccata del “Marconi” di Bari, per la cui autonomia si spese senza risparmiarsi.

In occasione del quarantennale della scuola, definì il suo legame con l’istituto il frutto di un “orgoglioso senso di appartenenza”. Se l’unione con Aldo Moro ebbe radici antiche, il nostro fu vicino anche ad altri politici, noti a livello nazionale, soprattutto nell’area degli uomini più vicini al leader salentino: da Renato dell’Andro al più volte ministro Guido Bodrato fino al bergamasco Luigi Granelli.

Particolarmente stretto il rapporto coi vertici pugliesi del partito, da cui fu stimato. Nicola Damiani, sindaco di Bari negli anni ’50 (legato da ragazzo a Bitonto, dove il padre aprì un negozio) fu suo amico. Era in rapporti di amicizia anche con i primi presidenti della Regione Puglia: Giuseppe Trisorio Liuzzi e Nicola Rotolo, in altri anni sindaci rispettivamente di Bari e Castellana.

A Bitonto è stato tra i massimi dirigenti dello Scudo Crociato, capogruppo in consiglio comunale dal 1976 al 1981. Al suo fianco, col partito in quel momento all’opposizione, Michele Giorgio e Domenico Saracino. Rapporti dialettici con quest’ultimo, personalità rilevante a livello politico e pedagogico per molti della sua epoca. Così come franchi e rispettosi furono i rapporti con un personaggio di spessore come Pasquale Marrone, con cui non mancò qualche contrasto.

“Ma con Anna, figlia di Pasquale e madre dell’attuale sindaco Michele Abbaticchio, c’è stato qualche anno fa, in occasione della campagna elettorale del 2012, un grande abbraccio a suggello di storie diverse ma ugualmente importanti per la nostra comunità”, ricorda Beppe, figlio di Carmine.

Nel 1981 il prof. Barbone abbandonò la politica attiva. Ma la vitalità del suo animo, assieme pragmatico e riflessivo, operativo e pensoso, eredità della sua formazione umanistica al liceo classico “C. Sylos” e poi dei suoi studi scientifici, era rimasta identica. È stato sempre mosso da pensieri ricchi di sollecitudine per i destini della città e della società, offrendo spunti di comprensione e analisi non di rado segnati da amarezza.

Particolari anche i rapporti con le istituzioni ecclesiastiche. Cattolico perpetuamente alla ricerca di un senso alla propria fede, fu in profonda sintonia con don Vincenzo Cozzella, dopo aver vissuto con entusiasmo la stagione conciliare. Anche con Aurelio Marena, ultimo vescovo della diocesi di Ruvo-Bitonto, fu in rapporto di grande affetto e reciproco ascolto. Nello stile del presule, attento a tessere il dialogo con il miglior laicato della città.

Mons. Marena lasciò Bitonto proprio in quel 1978 da cui è partita questa storia, un anno che tanto segnò Carmine Barbone. In quei mesi il nostro fu spesso a Roma, in contatto con gli amici di partito.

“Le telefonate che giungevano a casa dalla capitale restano nel patrimonio affettivo e culturale della mia famiglia. Mio padre soffrì immensamente per la fine del leader Dc. Una fine per lui assolutamente ingiusta e foriera di gravi conseguenze per il Paese”, racconta Beppe.

Ecco perché ricordiamo Carmine Barbone oggi. Lasciamoci ispirare da un’esistenza così significativa per la politica e per la comunità tutta.