Il genio di Molière e la lezione senza tempo dell’Avaro

Dalle furberie drammaturgiche del Seicento alla mirabile rilettura contemporanea della Compagnia Diaghilev a Bari, le ossessioni di Arpagone continuano a rispecchiare i vizi e le nevrosi del nostro presente

Quando Molière portò in scena L’avaro, aveva 46 anni. Era il 9 settembre del 1668 e il teatro viveva, al di fuori delle lingue romanze e dei suoi luoghi, dei cambiamenti incredibili rispetto al modello ateniese o latino. Primo tra tutti il superamento della stringente regola dell’unità di tempo e luogo, di cui parla Aristotele nella Poetica. Shakespeare, che era morto da qualche tempo, aveva infatti stravolto quei fondamenti su cui ancora si basava il teatro europeo. Solo che in Francia, come in Spagna e in Italia, a nessuno interessavano le innovazioni apportate da un “barbaro” (ahimè, questo era considerato il caro William).

Anche Jean-Baptiste Poquelin, in arte Molière, faceva volentieri a meno delle innovazioni shakespeariane e un po’ come tutti i commediografi a lui contemporanei si limitava a prendere il meglio dalle fonti latine, Plauto in primis, e dall’Italia, dove riempivano i teatri e calcavano i palchi le maschere della Commedia dell’Arte. E certamente questo acuto francese non disdegnava di allungare l’occhio anche al teatro spagnolo, che in quegli anni viveva il suo siglo del oro. Prendeva da Calderon de la Barca, Lope de Vega, Tirso de Molina tutto quello che sapeva avrebbe funzionato in patria, col suo pubblico, e che avrebbe avuto il merito di infiammare i cuori di damine e signori e far ridere sotto i baffi qualche membro della servitù che affiancava, in quella lieta circostanza, padroni e padrone, almeno nelle retrovie.

Francesco Lamacchia e Doriana Costanzo

Molière, però, attingeva anche ai suoi contemporanei. Chissà Cyrano de Bergerac quanto ha odiato il suo rivale, dopo che aveva preso una fortunata scena da Il pedante gabbato, l’aveva migliorata (è giusto dirlo) e inserita senza troppi complimenti ne Le furberie di Scarpino, rendendola celebre. Non era uno che si faceva scrupoli a cercare buone idee e a farle sue qualora servissero. Il diritto d’autore, in fondo, non aveva poi così importanza in quegli anni. E quindi non ci stupiamo se per L’avaro, Molière abbia recuperato l’Aulularia di Plauto, si sia ispirato per il finale alla Commedia dell’Arte e se abbia apportato le sue migliorie in base a quello che desiderava il suo pubblico. Quelle trovate un po’ da romanzo, come le agnizioni e gli equivoci, che trainavano e catturavano l’attenzione della platea.

In fondo, l’arte è anche un concentrato di furberie e colpi bassi. E quella capacità di cogliere gli eventi e di sfruttarli a suo vantaggio è una caratteristica che Molière ha trasmesso ai suoi stessi personaggi. Ma evidentemente nella distribuzione dei pregi quel sadico commediografo ha saltato proprio i suoi protagonisti. Ecco che li ha resi tutt’altro che eroici, il ricettacolo di ogni difetto, soprattutto dei più ghiotti, di quelli su cui fare una serie di brillanti battute e qualche scherzo. Cambiare per questi personaggi è difficile, se non impossibile, perché sono solitamente vecchi reazionari, ostili alle trasformazioni, ferocemente legati a quelle caratteristiche che li hanno resi come sono. Il perché siano così spesso non lo sappiamo e Molière non ce lo vuole neanche dire. Vuole solo, per lo spazio limitato di qualche atto, prenderli un po’ in giro. 

Paolo Panaro, nei panni del protagonista, Doriana Costanzo e Andrea Simonetti

Sono difetti universali, che attraversano i tempi e che tornano sempre, a ogni cambio di stagione, epoca, civiltà. Avremo sempre tra noi un misantropo o un arrampicatore sociale, un arricchito che vuol fare bella mostra di sé, un don Giovanni che, prima o poi, sarà punito per le sue malefatte. E avremo sempre un avaro. Gli avari esistevano ad Atene, a Roma (Plauto chiama il suo Euclione, “colui che chiude bene”), nella Parigi di Molière e ancora oggi vivono la loro poco tranquilla esistenza. Poco tranquilla perché la vita dell’avaro è funestata dalla possibilità di perdere quel denaro, quelle monetine sonanti, accumulate con tanta fatica e con cui stringe un rapporto maniacale, quasi erotico.

L’avaro, il misantropo, il borghese arricchito, il malato immaginario non sono solo maschere comiche, ma vittime dei loro stessi difetti, ed essendo solitamente padri di famiglia le loro follie si ripercuotono sui figli, sulle figlie, sulle povere mogli, sulla servitù. I protagonisti sono, poi, così tanto accecati da questi difetti che non vedono più la realtà. In loro Molière vede i carnefici ideali e, allo stesso tempo, le vittime designate di ogni burla, in questo carnevale, in questo capovolgimento di ruoli e poteri, che è da sempre la commedia.

Paolo Panaro

E il teatro non può che essere lo spazio ideale in cui dialogare con le inquietudini del presente, con le nevrosi della contemporaneità, attraverso i grandi classici della drammaturgia europea. Con questo chiaro obiettivo, che da ben quarant’anni contraddistingue il suo percorso culturale nel panorama pugliese, la Compagnia Diaghilev inaugura la nuova e attesa stagione teatrale. Nella suggestiva cornice della Chiesa di Santa Teresa dei Maschi a Bari, ad aprire le danze è proprio la rilettura del capolavoro di Molière, intitolata L’avaro, partitura per tre attori, con l’elaborazione drammaturgica e la regia di Rosario Sparno.

La rassegna, intitolata Teatro Studio, punta quest’anno a svelare e decostruire i meccanismi della psiche e della società contemporanea attraverso un percorso che, dopo Molière, toccherà maestri del calibro di Ibsen, Gogol’, Strindberg, Čechov, Pirandello. Ma è proprio nell’affrontare la figura di Arpagone che la regia di Sparno trova una chiave di lettura interessante, profondamente contemporanea. 

Nell’allestimento proposto dalla Diaghilev, l’ossessione per il denaro non è unicamente un vezzo caricaturale, legato a un’epoca passata. Al contrario, lo spettacolo scava nel lato oscuro di questa tirchieria, di questa avidità, dimostrando che non è un semplice vizio ma quasi una deformazione dell’anima, sapientemente travestita da virtù. Indossando maschere rassicuranti come quella del senso del dovere, dell’amore protettivo o della preoccupazione per il futuro dei figli, definito da Arpagone “il tenero manto della pietà materna”, l’avidità spinge il padre a ignorare ciò che è meglio per i figli (per la figlia, nel caso del rifacimento della Diaghilev) e a ridurre la vita e gli affetti a una merce di scambio. 

Paolo Panaro, Doriana Costanzo e Andrea Simonetti

A lasciarmi a bocca aperta di questa compagnia è ancora una volta il cast. Affiatato e di grande esperienza, è composto in alternanza da Francesco Lamacchia e Paolo Panaro nei panni del protagonista, affiancati sul palco da Doriana Costanzo e Andrea Simonetti. La cura sartoriale dei costumi, firmata da Angela Gassi, e la sobrietà  della scenografia (costituita da un letto di legno e una scrivania) contribuiscono a concentrare l’attenzione dello spettatore sulla parola scenica e sulla tensione tra i personaggi.

Ne emerge il ritratto di un’umanità che, ieri come oggi, rischia di rimanere prigioniera dei propri calcoli, incapace di cedere alla gratuità del sentimento e condannata a una solitudine dorata. Un’umanità che ha dimenticato cosa è davvero importante e ritiene che la felicità sia davvero acquistabile con l’oro, con le monetine che suonano in una cassetta di legno. Cui serve ricordare che la vita può concludersi da un momento all’altro e che finanche i faraoni e gli imperatori hanno potuto farsene poco delle loro grandiose ricchezze, una volta morti.

Con questo avvio folgorante, la Compagnia Diaghilev conferma la vitalità di un teatro di parola, che sceglie di interrogare i classici per comprendere chi siamo e quali ossessioni ci agitano ancora oggi. Le repliche de L’avaro si concludono questa sera, sempre presso la chiesa di Santa Teresa dei Maschi (clicca qui per i l’acquisto dei biglietti). Un’occasione imperdibile per riscoprire un commediografo che ancora adesso mette in ridicolo tutto quello che consideriamo sacro e che in verità, a conti fatti, ci fa perdere di vista ciò che conta davvero.