C’è un modo per sottrarre San Francesco all’immagine rassicurante, quasi oleografica, alla quale siamo abituati: restituirgli il suo tempo, le sue contraddizioni, le sue ambizioni e soprattutto la radicalità delle sue scelte. È quello che fa Franco Cardini, storico tra i più autorevoli studiosi del Medioevo, nel suo ultimo libro L’avventura di un povero cavaliere del Cristo. Frate Francesco, Dante, madonna Povertà, pubblicato da Laterza e presentato a Bitonto, nella chiesa di San Leone Magno, a conclusione della rassegna Giro d’Italia per la Pace. Il punto di partenza di Cardini è l’uomo, prima ancora che il santo. Un giovane figlio di un ricco mercante, cresciuto in una piccola città ma attraversata da importanti traffici commerciali e dalle aspirazioni di una borghesia in ascesa. Un ragazzo che sogna la gloria, frequenta compagnie, organizza feste e coltiva l’ambizione di diventare cavaliere. Insomma, un Francesco molto diverso da quello che la tradizione religiosa ci ha consegnato.
«Francesco era nato ad Assisi, intorno al 1181-1182. Era figlio di Pietro di Bernardone, un mercante benestante che lo portava spesso con sé nei viaggi d’affari, soprattutto in Francia e nella regione della Champagne, dove si svolgevano alcune delle più importanti fiere commerciali d’Europa. È proprio attraverso questi viaggi che il giovane Francesco entra in contatto con la cultura francese, con la poesia dei trovatori e con l’immaginario cavalleresco», spiega Cardini.

Il Medioevo di Cardini non è un mondo lontano; è attraversato da trasformazioni economiche e sociali che, per certi aspetti, non sono poi così estranee al nostro. Francesco cresce dentro una società nella quale il denaro acquista un peso sempre maggiore e il commercio ridisegna rapporti e gerarchie. Il padre rappresenta quel mondo, con le sue opportunità e le sue contraddizioni. Anche il rapporto con il denaro e con il tempo assume una preciso significato morale: per la Chiesa medievale, infatti, il tempo appartiene a Dio e non può diventare una merce da vendere attraverso il prestito a interesse. «Siamo davanti a persone che rappresentano le nostre radici, ma che allo stesso tempo sono diversissime da noi. Non possiamo capire un uomo o una donna del dodicesimo o tredicesimo secolo utilizzando i nostri attuali codici morali», chiarisce lo storico.
È una premessa importante per comprendere la vicenda francescana evitando di ingabbiarla in categorie contemporanee. Francesco non nasce pacifista, né povero, né estraneo alle aspirazioni del suo tempo. Al contrario, sogna di conquistare prestigio attraverso le armi. Partecipa alla guerra tra Assisi e Perugia, viene fatto prigioniero e conosce la violenza dei conflitti che attraversano le città italiane. «Amava la guerra e ne ha fatto le sue spese. Ha partecipato a uno scontro piuttosto feroce tra Assisi e Perugia, durante il quale è stato anche prigioniero. Ci si potrebbe chiedere se abbia ucciso qualcuno. Non lo sappiamo. Sappiamo però che prima della conversione ha conosciuto la guerra e ne è stato protagonista», prosegue Cardini.
La svolta arriva intorno nel 1205, quando Francesco ha circa ventiquattro anni. Non è semplicemente un cambiamento di vita, ma il rovesciamento di tutto ciò che fino a quel momento aveva inseguito. Il giovane che desiderava diventare cavaliere scopre un’altra forma di nobiltà: non quella conquistata attraverso il potere e le armi, ma quella che nasce dal servizio, dalla fraternità e dalla rinuncia. La sua non è una conversione comoda. L’incontro con i lebbrosi, il distacco dai beni paterni, la scelta di vivere senza possedere nulla diventano gesti concreti, capaci di mettere in discussione l’ordine sociale ed economico nel quale era cresciuto. È qui che prende forma quella che Francesco chiamerà Madonna Povertà: non una condizione da sopportare, ma una scelta di libertà.

E forse è proprio questo il passaggio che rende la sua vicenda ancora così difficile da archiviare. In una società che misura il successo attraverso il possesso, l’accumulazione e la visibilità, Francesco sceglie deliberatamente di sottrarsi alla competizione. Non cerca di avere di più, ma di liberarsi da ciò che possiede. Non vuole dominare, ma incontrare. Non cerca nemici da sconfiggere, ma fratelli da riconoscere. La sua esperienza personale della guerra diventa così il punto di partenza di un impegno instancabile per la pace. Ma anche su questo aspetto Cardini invita a liberarsi dalle rappresentazioni più superficiali. Francesco non è un simbolo astratto, buono per qualsiasi celebrazione pacifista. È un uomo che interviene concretamente nei conflitti, che entra nelle città, affronta gli uomini armati e cerca di fermare le violenze. «Francesco ha speso gran parte della sua vita a portare la pace nelle città. Arrivava fisicamente, teneva prediche – spiega lo storico – e a volte si lanciava in mezzo agli uomini armati che stavano per uccidersi a vicenda. Strappava loro le spade dalle mani e li invitava ad abbracciarsi. Faceva cose disperate».
La sua forza era anche nella capacità di comunicare. Francesco non era soltanto un uomo di preghiera, ma un predicatore dotato di un carisma straordinario, capace di parlare alle persone e di coinvolgerle emotivamente. «Un pianificatore e un grandissimo oratore. Chissà cosa avrebbe combinato se avesse avuto a disposizione i microfoni, il cinema o la televisione. Aveva un fascino straordinario e cantava in un modo che colpiva tutti. Un cronista dell’epoca scrisse che predicava modum contionandi, cioè con lo stile appassionato e vigoroso dei politici che fanno i comizi nelle piazze», nota Cardini.
Ma è quando il discorso si sposta sul presente che la lezione francescana assume una connotazione ancora più incisiva. La pace, sostiene lo storico, non può ridursi a una dichiarazione di principio, a una manifestazione o a una formula pronunciata per sentirsi dalla parte giusta della storia. Richiede coerenza, conoscenza dei meccanismi economici e soprattutto disponibilità a interrogare le proprie responsabilità. «Quando ho parlato a un gruppo di studenti che avevano partecipato a una grande manifestazione per la pace, ho posto loro una domanda: avete mai chiesto ai vostri genitori se la banca nella quale sono depositati i risparmi di famiglia abbia investito in una delle tante imprese che producono armi?».

La provocazione di Cardini è tutt’altro che secondaria. La guerra non è soltanto il risultato delle decisioni dei governi o delle ambizioni dei grandi protagonisti della geopolitica. Esiste anche una dimensione economica e sociale che la sostiene, la alimenta e spesso la rende conveniente. Dietro la produzione di armi ci sono imprese, investimenti, profitti e interessi che coinvolgono anche il nostro sistema economico: «Le idee di pace saranno anche astratte, ma la guerra non è affatto astratta e le armi sono oggetti reali. Dietro questi oggetti tecnologici ci sono dei lavoratori, ma purtroppo restano strumenti di morte. Non possiamo limitarci a dire che la colpa è di Trump, di Putin, di Netanyahu o di Hamas. È colpa nostra se tolleriamo determinati meccanismi. Bisogna prendersi la propria parte di responsabilità. Il pacifismo si fa adesso. Cominciamo almeno col non peccare di ipocrisia».
È probabilmente uno dei passaggi più scomodi dell’intervento. Perché sottrae la pace alla dimensione rassicurante delle buone intenzioni e la riporta dentro le scelte quotidiane, i comportamenti individuali e le contraddizioni collettive. Una prospettiva che richiama, per certi aspetti, proprio la radicalità francescana: non basta professare un ideale, occorre viverlo.
Cardini individua un’altra distanza significativa tra il mondo di Francesco e il nostro: «Oggi siamo nel regno dell’individualismo, mentre un tempo si ragionava per corpi sociali e comunità: la famiglia, i colleghi, i concittadini. Esisteva una gradazione dell’estraneità ben definita, che distingueva i cittadini da chi non lo era, dagli stranieri, dai poveri e dai lontani». La società contemporanea, osserva lo storico, sembra aver progressivamente smarrito il senso dell’appartenenza e della responsabilità condivisa. È in questo scenario che la fraternità francescana acquista un significato particolare. Non come nostalgia di un passato idealizzato, ma come possibilità di ripensare il rapporto con gli altri, con gli ultimi e con il mondo naturale. Rimane, tuttavia, l’enigma di Francesco. Una figura che continua ad attrarre anche chi non riconosce nella religione un riferimento esistenziale. Cardini affronta questo mistero attraverso le fonti storiche, cercando di restituire il personaggio nella sua autenticità, lontano dalle semplificazioni agiografiche e dalle interpretazioni addomesticate.

C’è una domanda, tramandata dalla tradizione francescana, che sembra riassumere questa fascinazione. Un frate chiese a Francesco perché proprio lui fosse diventato così importante: «Non sei bello, non sei intelligente, eppure il mondo cerca te. Perché?». Una domanda che, a distanza di otto secoli, non ha ancora trovato una risposta definitiva. Forse perché Francesco continua a rappresentare qualcosa che sfugge alle categorie con le quali siamo abituati a giudicare il successo, il potere e persino la felicità. La sua scelta di povertà non fu una fuga dal mondo, ma un modo diverso di abitarlo. La sua pace non fu indifferenza nei confronti dei conflitti, ma un impegno concreto per disarmare gli uomini e ricostruire relazioni. La sua fraternità non si fermò ai confini della comunità religiosa, ma si aprì agli esclusi e al creato.
È questa, probabilmente, la ragione per cui il Francesco raccontato da Cardini continua a parlarci. In un’epoca che celebra la competizione, l’affermazione individuale e il possesso, il santo di Assisi propone una strada diametralmente opposta. Non offre soluzioni facili, né formule da ripetere. Ci mette piuttosto davanti a una domanda scomoda: quanto siamo davvero disposti a rinunciare per rendere coerenti le nostre parole con le nostre scelte? La risposta, forse, è tutta nell’avventura di quel povero cavaliere che, dopo aver sognato la gloria delle armi, scelse di diventare fratello di tutti.





