Studenti e lavoratori alleati per il diritto al futuro

Giovani, sindacati e cittadini scioperano a Bari, uniti dalla richiesta di fermare la spesa per le armi e restituire dignità e risorse alla scuola, all'università e all'occupazione

Sullo sfondo dei brani Legalize The Premier, Vengo Dalla Luna e Vieni a Ballare in Puglia di Caparezza, tra cartelli, striscioni e bandiere, gli studenti di Bari sfilano lungo le vie del centro cittadino. In un’atmosfera insieme di lotta ma anche di festa, danno voce e forma ai propri ideali, ai bisogni, alle origini e ai sogni di un’intera generazione.

«Ci servono più case, non più bombe», «La casa è un diritto, l’affitto è una rapina» e «Chiediamo diritti e ci danno polizia… questa è la vostra democrazia» sono solo alcuni degli slogan ripetuti durante il corteo. Un lungo e colorato serpentone di giovani, a cui si associano persone di ogni età, occupazione e gruppo sociale, unite dalla necessità di ritrovarsi insieme per fare ciò di cui il paese ha bisogno: affermare a gran voce che c’è qualcosa, anzi molto, che non va; che c’è un elefante nella cristalleria e non può più essere ignorato, nonostante sia comodo farlo… Come canta Caparezza:” turista tu balli e tu canti, io conto i defunti di questo paese”.

La protesta barese si unisce a quella di altre 50 città in tutto lo stivale, scese in piazza contro carovita, precarietà e riarmo, nello sciopero generale proclamato dagli studenti universitari insieme agli iscritti dell’Unità Sindacale di Base, con il podio dei cortei più numerosi condiviso tra Roma, sul gradino più alto, con circa 100.000 persone, Torino con 50.000 e Milano 30.000. A Bari a guidare i due cortei sono, da una parte, l’UDU (Unione degli Universitari), il collettivo Zona Franka e l’UDS (Unione degli Studenti) e, dall’altra, l’USB insieme alle organizzazioni giovanili comuniste e antimperialiste OSA e Cambiare Rotta, attive principalmente nelle scuole e nelle università. Il primo corteo parte da Piazza Umberto, si snoda lungo via Melo e termina davanti al Palazzo dell’Economia; il secondo prende le mosse da Piazza Prefettura, prosegue lungo Corso Cavour, attraversa il lungomare fino al porto e, infine, fa ritorno al punto di partenza.

Tra le rivendicazioni dei giovani, la richiesta a gran voce alle istituzioni di investire sul loro futuro. E quindi, di investire su formazione e occupazione. Una richiesta che va ben oltre la necessità di nuovi e più cospicui finanziamenti pubblici: se infatti un paese smette di scommettere sui giovani, si condanna ad un futuro assai misero.

“Con i nostri sogni stiamo pagando le vostre guerre” gridano e cantano gli studenti universitari. Un’affermazione che trova riscontro nei drammatici tagli all’istruzione pubblica. Tagli tanto più odiosi se messi a confronto con i fondi destinati alla difesa. Una voce di spesa nel bilancio pubblico in forte crescita, anche per rispettare gli impegni internazionali con la NATO, con l’obiettivo di portare l’acquisto di armi al 2% del PIL per i suoi membri. Gli ultimi documenti programmatici di bilancio hanno infatti pianificato un incremento dell’investimento per la difesa dall’1,3% stimato per il 2026 all’1,6% previsto per il 2027, come tappa intermedia verso la soglia stabilita dalla NATO.

Tutto ciò mentre l’istruzione è un settore in stasi se non in lenta erosione, ulteriormente aggravata dai tagli previsti all’organico dei docentia e compensato soltanto in parte dai fondi straordinari del PNRR. Come testimoniano i report del Fondo Monetario Internazionale e dell’Eurostat, l’Italia presenta un divario significativo rispetto alla media europea negli investimenti pubblici per l’istruzione. Con una spesa complessiva pari a circa il 4% del PIL — contro il 4,5% della Germania e il 5,1% della Francia —, il nostro paese resta fanalino di coda in Europa. Il divario si fa ancora più drammatico proprio nel settore universitario, dove l’Italia destina appena lo 0,3% del PIL alla formazione superiore, a fronte di una media europea che sfiora l’1%.

Con una media UE del 4,7% è più che naturale che le proteste su questo settore di primissima importanza siano destinate a deflagrare. Gli studenti chiedono di non essere più ignorati: saranno loro a dover rispondere al futuro, ma un presente instabile è un peso che non possono più permettersi. Con un carovita sempre più soffocante, i costi di libri, trasporti e affitti spingono molti a chiedersi: se le istituzioni non ci mettono in condizione di costruire un domani, possiamo davvero farcela solo con le nostre forze?

Questa problematica è resa chiara in particolare da due cartelloni che sfilano in centro: “Quando studio, se lavoro 6/7 ore per pagare l’università?” e ancora “Studentə, ma a che costo? Tra carovita e repressione ci avete tolto il futuro”. In un post apparso su Instagram, l’Udu Bari chiarisce l’apporto offerto dalle fasce studentesche alla manifestazione. “Come studenti e studentesse pretendiamo scuole sicure, accessibili e realmente inclusive, investimenti nell’edilizia, strumenti e libri di testo accessibili a tutte e tutti e spazi in cui poter esercitare liberamente il nostro diritto di espressione e partecipazione. […] Pretendiamo un investimento strutturale nel diritto allo studio universitario, borse di studio adeguate e servizi accessibili. Vogliamo politiche abitative che garantiscano il diritto alla casa, perché affitti che arrivano a costare 460€ al mese per una stanza sono una barriera insormontabile per tante persone. […] Vogliamo salari dignitosi, un lavoro che non sia sinonimo di sfruttamento e un futuro che non sia un privilegio riservato a chi può permetterselo. Insomma, vogliamo smettere di dover scegliere tra studiare, mangiare e avere un tetto sopra la testa”.

Nel complesso la piazza barese unisce lavoratori, studenti, attivisti e movimenti, con la presenza dei sindacalisti USB Francesco Laterna e di Carmelo Petiti. Non mancano lavoratori portuali e marittimi del porto di Bari e rappresentanze del comparto agricolo con il coordinamento USB Lavoro Agricolo. Quest’ultima presenza particolarmente significativa a causa delle recentissime, imponenti proteste nel settore cui sono andate incontro molte regioni del Sud Italia, con i blocchi ai nodi stradali nevralgici di autotrasportatori alleati nella protesta con gli agricoltori.

A unire gli agricoltori a lavoratori e studenti nella protesta di Bari è un chiaro tratto comune: l’impennata dei costi causata da inflazione e caro-energia. Il settore agricolo è infatti messo a dura prova dal rialzo delle spese di produzione — dai carburanti ai fertilizzanti, fino all’energia per l’irrigazione — che rende ormai impossibile coprire le spese con i soli ricavi della vendita all’ingrosso. A questo disagio economico si aggiunge una forte sintonia politica: la ferma opposizione degli studenti all’economia di guerra e al riarmo è pienamente condivisa dalle associazioni agricole. Entrambe le categorie chiedono a gran voce che le risorse pubbliche non vengano destinate alla spesa militare, ma investite in sussidi, tutele contro il carovita e sostegno all’agricoltura.

Così, lavoratori, studenti e agricoltori si ritrovano uniti da un unico fondamentale principio: rivendicare il proprio ruolo di cittadini. In modo pacifico, trasformano la piazza in uno spazio di dialogo e confronto per portare all’attenzione delle istituzioni le proprie priorità: una casa stabile che non trasformi il futuro in un debito perenne, la certezza di arrivare a fine mese senza l’ansia della spesa e costi di produzione sostenibili. Quando le diverse componenti di una società riconoscono la continuità tra i propri problemi, smettono di essere semplici individui per riscoprirsi cittadini a tutti gli effetti.

A riassumere il senso dell’intera mobilitazione sono le parole di Carmelo Petiti, referente del Coordinamento Nazionale dell’USB: «In questa piazza c’è il futuro del nostro Paese». La manifestazione di Bari dimostra chiaramente che esiste un bene comune che tiene unita ogni comunità; un patrimonio da non dare mai per scontato ma da proteggere come un bene prezioso, insieme alla società stessa, alla tenuta di una democrazia reale e alla tutela di ogni singola persona.