In una lettera del 5 gennaio 1871, Giuseppe Verdi, ormai all’apice del suo successo e già astro splendente della lirica italiana e internazionale, scrive a Francesco Florimo, compositore e musicologo, una frase che a conti fatti ha avuto il merito di orientare tutta la sua carriera: “Tornate all’antico, e sarà un progresso”. Era il periodo in cui le novità introdotte da Richard Wagner e il suo modo di concepire l’opera lirica erano entrate in Italia e stavano trascinando i giovani del tempo verso un tipo di musica totalmente lontana da quella di Verdi e del melodramma italiano. Eppure, più che un invito a ricordare a quei compositori le loro origini, a riscoprire le loro radici e la loro tradizione, quelle parole raccontano molto bene lo stesso Verdi, un compositore che ha sempre guardato al passato, alla Bibbia, a Shakespeare, a Schiller, a Hugo, per parlare del presente.

Che il cammino nella musica non sarebbe stato in discesa, Verdi lo capì presto. La sua prima opera, Oberto, conte di San Bonifacio, debuttò al Teatro alla Scala di Milano il 17 novembre 1839, e fu un successo incredibile, che fece circolare il nome di questo compositore di Busseto, milanese d’adozione, appena venticinquenne. Ma, intanto, la vita non fu magnanima con lui, perché nel giro di due anni Verdi perse la figlia Virginia, il piccolo Icilio e, nel giugno del 1840, la giovane moglie Margherita Barezzi. E fu probabilmente per quei lutti se la sua commedia, Un giorno di regno, nel settembre di quello stesso anno fu fischiata e disprezzata dal pubblico presente. Si trovò, così, a ventisei anni, solo, senza nessuno che lo aiutasse, e con un fiasco di quella portata alle spalle. Pensò allora di abbandonare la musica.
Chissà quanti giovani e talentuosi musicisti hanno preso quella dolorosa decisione. Ma, nel caso di Verdi, il fato fece sì che si presentasse proprio in quel momento Bartolomeo Merelli. Non una persona qualunque, ma l’impresario della Scala che, consapevole del suo grande talento, gli mise tra le mani il libretto di Temistocle Solera, un dramma in quattro atti, che si intitolava Nabucco.

Verdi, come racconta in una lettera, gettò sul tavolo quell’odioso libretto, che sarebbe stato a parer suo un altro doloroso e vergognoso fiasco, e quest’ultimo si aprì sul canto di un coro, precisamente quello degli schiavi ebrei che apre la seconda scena della terza parte del dramma. Un brano notissimo, Va pensiero, che risvegliò in Verdi un’inesprimibile desiderio, un bisogno irrefrenabile di scrivere, di comporre musica. Il 9 marzo 1842, Nabucco andò in scena a Milano, presso il Teatro alla Scala, e fu un trionfo.
Poi seguirono I lombardi alla prima crociata, Ernani, I due Foscari, Giovanna d’Arco e Macbeth, storie di epoche lontane che gli italiani, sottomessi allo straniero, lessero come un invito a riprendere in mano le sorti della patria. Sui muri comparvero, prima a Milano e a Venezia, poi in tutte le città della penisola, le scritte W Verdi, che non erano soltanto un’acclamazione al compositore, ma un messaggio politico, anti-austriaco, cioè l’acronimo di Vittorio Emanuele Re d’Italia, il futuro sovrano, che si diffuse soprattutto alla vigilia dell’unità, intorno al 1859.

Erano gli “anni di galera”, come li chiamò lo stesso Verdi, un decennio abbondante in cui fu costretto a scrivere anche un’opera all’anno, tra contratti, scadenze e accordi cui tener fede. Ne uscì con la cosiddetta trilogia popolare, Rigoletto, Il trovatore e La traviata, tra il 1851 e il 1853, e da quel momento la sua fama non conobbe più ostacoli. Nessuno era così amato, così celebrato, così nominato.
Poi toccò a Un ballo in maschera, La forza del destino, rappresentata per la prima volta a San Pietroburgo, dove il nostro Verdi era molto celebre, poi Aida, la Messa da Requiem per la morte di Alessandro Manzoni, Otello e infine, quando aveva quasi ottant’anni, il Falstaff, l’opera con cui salutò il teatro. Morì otto anni dopo, il 27 gennaio 1901, a Milano, amatissimo. Secondo le cronache del tempo, pur di non arrecargli disturbo mentre era malato, la strada davanti all’albergo nel quale soggiornava negli ultimi giorni fu ricoperta di paglia, perché il rumore delle carrozze e la confusione cittadina non turbassero il grande compositore.

È a questo Verdi, che guardava all’antico per parlare al presente, che il Traetta Opera Festival ha reso omaggio a 125 anni dalla morte con Amor è palpito, un vero viaggio nella musica del compositore milanese, un percorso tra le pagine più celebri e i brani meno frequentati, quelli che il grande pubblico conosce meno e che pure dicono tanto di quel modo di fare musica e fare teatro che ha garantito la fama di Verdi.
Protagonisti della serata il soprano Maria Cristina Bellantuono e il tenore Gianni Leccese, accompagnati al pianoforte da Piero Cassano. Nessuna orchestra, nessuna scena, nessun costume, nulla che potesse distogliere il pubblico dalla potenza delle parole e della musica, e dalla straordinaria interpretazione di professionisti all’altezza di una sfida così ardua, le cui voci hanno attraversato l’Italia, raggiungendo anche nazioni lontanissime da noi. E lì, sul palco del Teatro Traetta, hanno preso forma la storia di Otello, di Violetta, di Lady Macbeth, del Duca di Mantova. Le tensioni, i drammi, gli amori infelici, l’odio, la gelosia.

Al centro della serata, c’era proprio il rapporto tra musica e dramma, quella ricerca che in Verdi lega la scrittura alle vicende dei personaggi e alla forza delle loro passioni. L’amore, il dolore, le scelte individuali, i conflitti umani parlavano all’uomo e alla donna ottocenteschi, come parlano a noi, come se tra quel lontano passato e il nostro presente non vi fosse alcuna distanza temporale, alcuna differenza. Questo perché Verdi ha attraversato il melodramma ottocentesco, inaugurando le trasformazioni del secolo successivo e trattenendo gli elementi più moderni del dramma antico. E così facendo ha consegnato a noi posteri la ricetta dell’eternità.
Quando Verdi morì, a Milano, una folla immensa seguì il suo feretro in silenzio e il 27 febbraio 1901, la salma fu trasferita alla Casa di Riposo per Musicisti. Quel giorno, un coro diretto da Toscanini intonò il Va pensiero, la pagina su cui quasi sessant’anni prima il libretto si era aperto, e che da allora il pubblico non aveva più smesso di cantare. Centoventicinque anni dopo, al teatro di Bitonto, nella cornice di un festival che vuol portare Traetta e la bellezza della musica classica nelle menti e nei cuori di chi ascolta, due voci e un pianoforte hanno ricordato al pubblico che Verdi non appartiene ai monumenti, ma a chi lo canta, a chi lo ascolta, a chi ricorda a memoria le sue arie, anche a distanza di secoli.

Nella foto in alto, Maria Cristina Bellantuono e il tenore Gianni Leccese, accompagnati al pianoforte da Piero Cassano. Tutte le foto sono di Luigi Demonte





