La sconfitta di Trump è il risveglio della democrazia americana

Dalle storiche roccaforti repubblicane al Texas, il voto di midterm ridisegna gli equilibri politici degli Stati Uniti, segnando un netto arretramento del trumpismo e riaffermando il ruolo delle istituzioni come argine al potere presidenziale

L’ultima volta che un democratico aveva vinto uno scanno senatoriale nel Kansas era stato nel 1932, con le elezioni che portarono Franklin Delano Roosevelt alla Casa Bianca: un’era geologica fa. Poi, per trentadue elezioni consecutive, ad aggiudicarsi quello scanno era stato il candidato repubblicano. Questo dato da solo sarebbe sufficiente a indicare la portata storica della sconfitta subita dal Grand Old Party, un partito che, sotto la leadership di Trump, ha finito col perdere la propria identità. 

La travolgente avanzata democratica ha interessato stati da sempre considerati roccaforti del conservatorismo: oltre al Kansas, l’Iowa, le due Caroline, l’Ohio e, naturalmente, il Texas, fino a martedì 3 novembre lo stato conservatore più popolato della nazione e un territorio simbolico per il Partito Repubblicano. Il ripudio del presidente e della sua propaganda MAGA è stato netto e diffuso. La ridicola promessa di elargire 5000 dollari a ogni cittadino americano, se il risultato delle elezioni gli avesse permesso di mantenere la maggioranza al Senato, ha solo aumentato il distacco e l’incredulità nei confronti della sua camaleontica figura politica.

Fares Garabet

In un contesto elettorale che si prospettava difficile per il partito, date le divisioni interne e lacerazioni come quella verificatasi nel Michigan, dove la candidata perdente delle primarie aveva invitato i propri sostenitori a votare repubblicano, i Democratici hanno conquistato sette seggi al Senato, che potrebbero arrivare a nove una volta concluso lo spoglio dei voti in Alaska e in Mississippi, compresi il primo senatore di religione musulmana, il primo senatore apertamente gay e la prima senatrice nativa-americana. Se a questi si aggiungono la prima governatrice afroamericana, la prima governatrice e il primo governatore latinoamericani (rispettivamente in Georgia, Texas e California), si ha una chiara rappresentazione di quanto profondo e generalizzato sia stato il rifiuto del trumpismo, che aveva fatto della lotta al DEI (Diversity, Equity and Inclusion) un caposaldo della politica interna.   

Uno degli aspetti che più colpiscono di queste elezioni di metà mandato è quanto rapidamente e in profondità sia avvenuto il mutamento delle sensibilità nell’elettorato. Nei sette stati che hanno cambiato orientamento politico (oltre ai sei sopra citati, c’è il Maine), dove due anni fa Trump aveva trionfato con uno scarto superiore a 10 punti percentuali, tra gli elettori che si sono spostati in modo significativo verso i Democratici figurano gli ispanici, i giovani sotto i 30 anni e i bianchi della classe lavoratrice privi di titolo di studio universitario. Secondo un sondaggio dell’Associated Press condotto subito dopo il voto, tra i temi che più preoccupano questi elettori, al primo posto c’è lo stato della democrazia. Poi vengono le questioni relative al funzionamento del sistema sanitario, all’economia, alla politica estera e, per ultime, alla criminalità e all’immigrazione. Si tratta di un dato incoraggiante per il futuro della democrazia in America e, di conseguenza, nell’intero Occidente. 

Negli ultimi due anni, assistendo al dispiegarsi della brutalità dell’amministrazione Trump sia in politica interna sia in quella estera, era naturale chiedersi se le istituzioni democratiche, così come le conoscevamo, avrebbero potuto effettivamente porre un argine al suo autoritarismo e mantenere il suo potere entro i limiti costituzionali. Il 3 novembre, gli elettori, chiamati a decidere chi controllerà i due rami del parlamento, hanno ribadito con forza che deve esserci un limite al potere del presidente.

Diversamente da quanto fatto in passato e da quanto potevamo aspettarci, Trump ha riconosciuto il risultato elettorale, ha espresso la disponibilità a cooperare con il Congresso e si è limitato a ricordare il potere di veto che la Costituzione gli riconosce. Ma saranno anche i Democratici a esercitare il loro potere di veto sulle nomine di Trump, sia in ambito giudiziario sia in quello amministrativo. Inoltre, i Democratici assumeranno la presidenza delle commissioni parlamentari e potranno convocare, sub poena, funzionari dell’amministrazione e altri soggetti.

“It’s so dark outside (Fuori è così buio)”, ha twittato Trump alle 18,33 di mercoledì. “Solo pochi giorni fa, a quest’ora, c’era un bel sole.” Non si riferiva ai risultati elettorali, bensì al fallimento di un’iniziativa legislativa volta a rendere permanente l’ora legale e a porre fine al cambio d’ora che accorcia le giornate invernali. Era un modo per minimizzare la schiacciante sconfitta subita. Ma il buio che sta calando ora è quello sul suo personale futuro politico.