Ogni musicista, in fondo, è un Cavaliere Errante

Il Trio Phoebus rilegge e celebra la musica di Tommaso Traetta, mettendola in dialogo con i capolavori di Beethoven e Dvořák e restituendo tutta l'attualità e la forza espressiva del compositore bitontino

Lo splendido viaggio nella vita di Tommaso Traetta e alla riscoperta della sua musica, in quello che è uno degli appuntamenti più attesi dal pubblico bitontino e non solo, si avvia alle battute finali. In questa ventunesima edizione del Traetta Opera Festival l’intento principale è stato creare un dialogo tra il patrimonio musicale del compositore bitontino e i grandi capisaldi della musica da camera europea.

La rassegna ha dato visibilità a quei giovanissimi musicisti e compositori, che stanno muovendo i primi passi nella musica internazionale, e che hanno riscoperto in Traetta, il maestro nato a Bitonto nel 1727, non solo uno dei padri della scuola napoletana e il protagonista di una serie di trasformazioni e riforme del dramma musicale settecentesco, ma anche una voce ancora in grado di incidere sul presente.

La violoncellista e compositrice Anna Molaro

In questa direzione si inserisce il concerto del Trio Phoebus, un ensemble di alto profilo cameristico, composto dal pianista Mattia Groppello, dal violinista Matteo Sartori e dalla violoncellista e compositrice Anna Molaro. Il trio è stato protagonista di Memorie di un cavaliere errante, una preziosa operazione di revisione e rilettura musicale dell’opera traettiana. 

Composto nel 1778 su libretto di Giovanni Bertati, Il Cavaliere Errante appartiene all’ultimo periodo creativo dell’artista bitontino. In questa fase conclusiva della sua esistenza, dopo l’esperienza di Parma, dove sotto l’impulso del ministro Du Tillot aveva fuso la tragedia lirica francese con la melodia italiana, e dopo i successi a Vienna e alla corte di Caterina II di Russia, Traetta decide di alzare ancora di più l’asticella e di cimentarsi in qualcosa di completamente nuovo per lui.

Ad averlo reso celebre era stata la produzione dell’opera seria, un ambito che aveva visto il compositore dialogare con il mito e con le sue tragiche storie. Ma con Il Cavaliere Errante, Traetta assume la decisione di cimentarsi con il genere del dramma eroicomico. Il risultato è un’opera che gioca con i codici della grande tradizione cavalleresca, sia medievale che rinascimentale, ma ribaltandone i toni epici attraverso l’uso dell’ironia e della vivacità ritmica.

Il violinista Matteo Sartori

Nato come revisione di Stordilano, principe di Granata, già musicato per Parma nel 1760, lo spettacolo va in scena a Venezia nella primavera del 1778, per il Teatro San Moisè. La trama è quella tipica del genere, con i soliti maghi, cavalieri, dame da salvare, viaggi da affrontare. E abbiamo ancora una volta un servo, fedele spalla comica del protagonista, che ha un po’ la funzione di abbassare il livello tragico ed eroico, incarnato dal cavaliere. Stordilano, principe di Granata, rapisce con armi magiche la bella Arsinda e la rinchiude su un’isola incantata, in attesa che si rassegni a sposarlo. Ma Arsinda ama il paladino di Francia Guido, che con l’aiuto di una maga buona e di un fedele servitore scioglie gli incantesimi, libera la sventurata prigioniera e la sposa. La partitura, piena di recitativi e arie virtuosistiche, anticipa tòpoi che i successori, da Mozart a Rossini, avrebbero preso e ripreso, ed esiste anche una versione successiva, Il cavaliere errante nell’isola disabitata, rappresentata a Vienna l’anno successivo, nel 1779.

Il Cavaliere Errante è, a ben vedere, il ritratto di un’epoca di passaggio, in cui il Settecento teatrale comincia a guardare oltre la chiusura dell’opera seria tradizionale, strizzando l’occhio a una modernità in cui l’eroismo cede il passo all’umanità, alla debolezza, alla riflessione disincantata sul destino. È importante sottolineare come Traetta affronta la stesura di questo lavoro mentre attraversa seri problemi di salute e le fatiche di una vita raminga. Riversando nella partitura un’energia creativa che può tirar fuori solo chi vive un momento davvero difficile.

Il programma di questo terz’ultimo appuntamento del TOF ha saputo intrecciare la dimensione intima della musica da camera con questa brillante rilettura dell’opera traettiana e, soprattutto, portare sul palco giovani talenti, già in grado di poter testimoniare una brillante carriera. Fondato solo nel 2024, il Trio Phoebus conta su tre professori dell’Orchestra del Friuli-Venezia Giulia che frequentano il corso di alto perfezionamento della Fondazione Luigi Bon con la professoressa Federica Repini.

Il pianista Mattia Groppello

Oltre a questo omaggio a Traetta, i musicisti si sono cimentati con il Trio in do minore op. 1 n. 3 di Ludwig van Beethoven, che appartiene alla raccolta che il pianista e compositore tedesco pubblicò nel 1795 e dedicò al principe Karl Lichnowsky. L’opera venne eseguita per la prima volta in casa del principe, e Franz Joseph Haydn, appena tornato da Londra, era tra gli ospiti. Questi lodò i primi due trii, ma rimase sconcertato dal terzo (proprio quello eseguito al Teatro Traetta), il preferito di Beethoven. Haydn gli sconsigliò di pubblicarlo, e Beethoven si offese, sospettando che il maestro fosse invidioso del risultato che aveva raggiunto in termini di sperimentazione. Pare, invece, che Haydn volesse soltanto proteggerlo. Il tempo ha dato ragione a Beethoven, che si è dimostrato il genio e l’innovatore che oggi tutti conosciamo. 

Al termine del concerto, è stato eseguito il Trio Dumky di Antonín Dvořák, il quarto per pianoforte, violino e violoncello, una creatura dell’Ottocento romantico. Tutti e sei i movimenti appartengono al genere della dumka, una forma popolare slava o forse ucraina, caratterizzata dal passaggio brusco dalla mestizia all’esuberanza. L’opera fu eseguita per la prima volta a Praga l’11 aprile 1891, con Ferdinand Lachner al violino, Hanuš Wihan al violoncello e il compositore al pianoforte, nella serata in cui Dvořák ricevette un dottorato onorario.

Il concerto ha dimostrato chiaramente come la figura e la produzione di Traetta non debbano essere considerate un mero reperto di archivio o una serie di brani da rievocare con nostalgica erudizione, ma come materia viva, pulsante e feconda che può essere d’ispirazione per i musicisti di domani.

Il lavoro svolto dal Trio Phoebus, infatti, ha restituito alla comunità e agli appassionati un Traetta moderno, europeo, capace di ispirare nuove partiture contemporanee e di dialogare da pari a pari con i massimi monumenti della classicità e del romanticismo musicale. Una serata che ha celebrato non solo la grande musica del passato, ma la capacità dell’arte di farsi ponte tra le epoche, a dimostrazione che ciascun musicista e compositore è, ancor oggi, un cavaliere, che erra, sgomita e si fa largo tra le melodie, passate e future, alla ricerca della sua dimensione e della sua cifra stilistica.