Un clima di intensa spiritualità e profonda umanità ha accompagnato l’incontro del cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme dei Latini, con la comunità dei fedeli e dei cittadini, riunita nella Chiesa della Madonna della Pace a Molfetta: La tappa conclusiva di un percorso che nei mesi precedenti lo aveva visto attraversare la Puglia per richiamare l’attenzione sulla drammatica realtà della Terra Santa e sulla necessità di costruire una pace autentica, fondata sul dialogo, sulla riconciliazione e sul riconoscimento della dignità di tutti i popoli coinvolti in un conflitto che continua a produrre sofferenze e instabilità ben oltre i confini della regione.
Al centro dell’incontro, dal titolo Don Tonino Bello e la pace: il coraggio e la profezia, la forza della fraternità, il tema della riconciliazione, affrontato attraverso una riflessione particolarmente attenta alla drammatica realtà della Terra Santa e di Gaza.

Pizzaballa, arcivescovo del patriarcato latino di Gerusalemme, vive e svolge il proprio ministero in un contesto ecclesiale e sociale estremamente complesso, segnato, soprattutto negli ultimi anni – com’è noto – da una situazione di drammatico conflitto. Una missione che egli stesso ha descritto con l’espressione «stare tra le spine». È proprio questa la questione al centro della lettera pastorale che il cardinale ha indirizzato alla Chiesa di Gerusalemme, proponendo un percorso per riscoprire e vivere pienamente la vocazione della Chiesa in Terra Santa.
Nelle pagine della missiva, la lettura della realtà di Israele, Gaza e Palestina alla luce della Sacra Scrittura, insieme alle sue implicazioni pastorali, delinea il ruolo della Chiesa di Gerusalemme e del ministero episcopale, chiamati a testimoniare la forza profetica del Vangelo, promuovendo giustizia e pace. La testimonianza del cardinale si intreccia con il prezioso magistero, fatto di parole e opere, del venerabile don Tonino Bello, autentico testimone del Vangelo. Una figura che richiama la radicalità della vita cristiana, la profondità spirituale, l’attenzione pastorale ai segni dei tempi e la capacità di abitare pienamente la dimensione umana, prendendosi cura delle persone, accogliendo gli ultimi e facendosi promotore di pace.

Nel corso dell’incontro, Pizzaballa ricorda il coraggioso gesto di don Tonino, che nel dicembre 1992 partecipò alla marcia di pace a Sarajevo, raggiungendo il cuore di una città devastata dalla guerra. Un messaggio ancora attuale: la pace non può rimanere un ideale astratto, ma deve tradursi in scelte e gesti concreti. In questa prospettiva, il prelato richiama l’esempio di San Francesco, che scelse di incontrare il sultano d’Egitto. Un uomo disarmato che, anziché combattere chi apparteneva al campo avverso, decise di avvicinarlo, incontrarlo e ascoltarlo. Pizzaballa evidenzia, quindi, il valore della presenza: «Esserci con le parole, mettersi in gioco anche se rischioso. Metterci la faccia». Particolarmente significativo il suo invito ad accogliere e ascoltare il dolore di tutti, israeliani e palestinesi, riconoscendo a ogni vita umana dignità e rispetto, senza tuttavia confondere o ignorare le diverse responsabilità.
L’incontro ha consegnato un messaggio profondo: la pace prende forma attraverso la disponibilità all’incontro, l’accoglienza della sofferenza altrui e la costruzione di rapporti fondati sulla fraternità. La testimonianza che il prelato porta dalla Chiesa di Gerusalemme rappresenta per tutti noi un invito a rinnovare il nostro impegno, affinché non venga meno il servizio al Vangelo nella Gerusalemme quotidiana di ciascuno e nella Gerusalemme santa, parte integrante della nostra storia e del nostro mondo. «Siamo ancora turbati davanti all’assenza delle autorità: la comunità locale è costretta a fare tutto da sola»: con queste parole egli descrive la difficile condizione della popolazione di Gaza, dove gran parte del territorio è devastata, mancano strutture sanitarie, scuole e medicinali e numerose persone vivono ammassate nei campi profughi.

Se durante i combattimenti la preoccupazione principale era sopravvivere, oggi prevale un senso di profondo smarrimento, accompagnato da una domanda angosciante: «Che fine faremo?». Il dolore individuale rischia di diventare così assorbente da impedire di riconoscere anche la sofferenza degli altri, rendendo ancora più difficile il compito delle guide spirituali. Eppure, come ricordava don Tonino Bello, la fraternità si manifesta soprattutto nell’incontro con chi è diverso ed estraneo. Per il cardinale, ripartire significa ricostruire la fiducia attraverso gesti concreti, prossimità ed empatia: «Sono parecchi giorni che viaggio attraverso diversi Paesi e questa è l’ultima tappa. Ho incontrato tanta attenzione e partecipazione, anche nei confronti del dramma e delle speranze della Chiesa e della Terra Santa. Questo mi fa molto piacere, soprattutto quando ritorno a Gerusalemme e incontro persone che spesso si sentono abbandonate o attraversano una crisi di identità. È importante sapere che nel mondo ci sono tante persone che pregano per loro e manifestano vicinanza e fraternità».
In un tempo segnato da una forte polarizzazione, Pizzaballa ha sottolineato la necessità di comprendere anche il trauma vissuto dalla popolazione israeliana dopo gli eventi del 7 ottobre, senza per questo rinunciare all’ascolto della sofferenza palestinese. «È importante esserci, ascoltare, rispondere e mettersi in gioco. In questo modo si diventa anche un punto di riferimento». Il suo compito religioso – spiega – è anche quello di cercare una sintesi, offrire chiavi di lettura e aiutare le persone a dare un nome alle proprie esperienze, pur nella consapevolezza che non sempre sia possibile trovare una risposta a ogni interrogativo.

Ripercorrendo i primi momenti della guerra, il Cardinale ricorda quanto sia stato difficile affrontare una situazione che ha coinvolto un numero elevatissimo di persone, costrette a vivere condizioni di estrema precarietà. Alla domanda su quali siano stati i bisogni più urgenti, le risposte hanno riguardato le necessità essenziali: cibo, vestiti, prodotti per l’igiene, pannolini e pannoloni. Esigenze apparentemente semplici, ma fondamentali per restituire alle persone un senso di dignità e di umanità. La guerra, spiega Pizzaballa, ha generato violenze e sofferenze che hanno coinvolto anche italiani e altri rappresentanti. Da qui nasce l’urgenza di un autentico percorso di umanizzazione dell’altro: «Quando si afferma semplicemente che nessuno è innocente, si rischia di creare le condizioni per giustificare qualsiasi cosa». Esprimere comprensione senza essere fraintesi è difficile, così come affrontare il tema del negoziato. Proprio per questo diventa indispensabile incontrarsi e imparare ad ascoltarsi reciprocamente.
Forse non possiamo modificare da soli il corso degli avvenimenti né determinare autonomamente il futuro, ma possiamo scegliere di essere tra coloro che non permetteranno che esso venga deciso esclusivamente da altri. Don Tonino Bello non ha risolto i problemi politici del suo tempo. E, come osserva Pizzaballa, neppure Gesù ha risolto tutte le questioni politiche della sua epoca. Ciò che ha lasciato, tuttavia, è un metodo: quello dell’incontro, della vicinanza e della fraternità. Accanto ai bisogni materiali esistono infatti necessità più profonde: la solitudine, la malinconia, la difficoltà di affrontare la quotidianità quando vengono a mancare i beni essenziali, ma anche l’assenza di fiducia, speranza, valori e fede nell’altro. Sono bisogni che attraversano l’esperienza di tutti. La fiducia si alimenta attraverso la presenza, l’empatia e la prossimità.

Tra i ricordi che il cardinale condivide, anche quello di un giovane palestinese che, attraverso la propria fragilità e la sua semplice presenza, esprimeva tutta l’insicurezza vissuta in quel contesto di guerra. Da qui nasce una domanda che guarda oltre il presente: quando questa situazione terminerà, che cosa accadrà alle persone che l’hanno attraversata? Quale futuro attenderà chi ha vissuto direttamente questa tragedia e chi, invece, ne è rimasto lontano? È anche per questo che, secondo Pizzaballa, è fondamentale esserci: «Vorrei che, quando tra cinque anni si scriverà la storia di questo periodo in Terra Santa, si possa dire che la Chiesa c’era, che la comunità c’era e che voleva fare qualcosa».
Un desiderio che coinvolge profondamente anche le comunità parrocchiali e le diverse realtà ecclesiali, segnate in questi anni dal coinvolgimento diretto di numerosi fedeli, dalla perdita di persone care e dal dolore di tante famiglie. Oggi più che mai occorre ascoltare, accompagnare e cercare di comprendere una realtà tanto complessa, anche quando le parole sembrano insufficienti. Una certezza, tuttavia, rimane: bisogna esserci. Guardando alla situazione della Terra Santa, il cardinale precisa, inoltre, che alcune tradizionali mete di pellegrinaggio, come Nazareth, vivono condizioni relativamente tranquille. Le necessità più urgenti riguardano soprattutto le famiglie, che hanno bisogno di ritrovare il lavoro, ottenere garanzie per il futuro e recuperare condizioni di vita dignitose e normali. Sostenere queste famiglie significa contribuire concretamente alla costruzione della pace.
Anche le forme più semplici di solidarietà possono diventare un segno significativo di conforto e vicinanza, mantenendo viva la presenza della Chiesa accanto a chi soffre. Non si tratta soltanto di custodire la memoria di quanto accaduto o di fermarsi al dolore, ma di guardare al futuro con il desiderio di individuare insieme nuove strade di riconciliazione, comunione e fraternità. È questo, in definitiva, il messaggio che emerge dalla testimonianza di Pizzaballa: continuare a esserci, anche nelle circostanze più difficili, scegliendo la prossimità, il dialogo e il servizio come strumenti per costruire un futuro possibile. Un messaggio che richiama profondamente l’eredità spirituale di don Tonino Bello e che interpella ciascuno di noi, chiamandoci a trasformare la pace da semplice aspirazione in uno stile concreto di vita.
Nelle foto il cardinale Pizzaballa nella Chiesa della Madonna della Pace





