Ogni racconto una soglia da attraversare

Con "Il cielo di mia madre" la scrittrice bitontina, Lara Carbonara, ci guida in un itinerario interiore, tra le pieghe della memoria individuale e collettiva, alla ricerca di ciò che dà senso alla vita

Un libro che si apre senza premesse, che non promette trame né risposte. “Il cielo di mia madre” di Lara Carbonara, pubblicato da Articoli Liberi, si presenta così: come una successione di scene trattenute, intime, stratificate.
Una raccolta di racconti, sì, ma legati da un sapore unico, una voce continua, una visione del mondo che non cambia mai tono. Leggerli nell’ordine in cui sono disposti è la chiave per coglierne l’arco emotivo profondo. Una raccolta che si legge come un respiro.
Si comincia con un matrimonio al Sud, con le luci, il vino, la musica; si finisce tra le scogliere del Nord, con il desiderio di andarsene e la paura che comporta il restare. In mezzo, una donna si rifugia in una casa straniera e muta la propria identità nel silenzio, un’altra ripercorre le crepe lasciate da una madre assente, una terza raccoglie le tracce di un amore finito in un archivio di fotografie trovate.
Un racconto si apre con un viaggio verso la neve, un altro con una lettera mai spedita. Un altro ancora segue una ragazza in fuga che si perde tra le stanze di un albergo e le identità che prova a indossare, mentre in un racconto più avanti una madre lascia dietro di sé solo un gesto, un oggetto, un’assenza che si fa spazio abitato. Altrove, una donna in viaggio assiste a una pioggia che sembra rovesciare l’interno sul paesaggio, come se il mondo sapesse ascoltarla meglio di chi ha accanto.
C’è chi scappa, chi finge, chi ricorda. Tutti cercano. Oppure, forse, stanno solo aspettando di diventare qualcuno che possa finalmente abitare il proprio sé. In alcuni casi, le protagoniste sembrano sospese in una bolla che protegge ma isola: i racconti non si accontentano di raccontare un evento, ma scavano nella condizione stessa del vivere. L’attesa, il ritorno, il confine tra un prima e un dopo diventano materia narrativa.
Questo libro che si legge con lentezza o costringe a rallentare. Perché, in fondo, non accade nulla di eclatante e accade tutto: la memoria, la frattura, il bisogno di un’altra vita. E accade quella zona di confine, che è il vero terreno d’azione del libro. Il punto in cui si lascia qualcosa senza sapere ancora cosa si troverà.
Lo stile è quasi viscerale ma delicato. Si fonda su dettagli narrativi semplicissimi: un pacchetto di biscotti lasciato aperto, una sigaretta condivisa, la parete che vorremmo ricoprire di nuvole. Ma anche su immagini forti: i capelli tagliati, un figlio che non respira, un rossetto rubato e desiderato. Non c’è mai enfasi. C’è invece un ascolto profondo quasi carnale dei gesti e dei pensieri. La lingua è poetica, essenziale.
A colpire è anche la capacità di Lara Carbonara di cogliere le soglie emotive più minute, quelle che segnano passaggi interiori non visibili, ma profondissimi: una parola trattenuta, un silenzio accettato, uno sguardo che devia. Alcune frasi, leggere e definitive, sembrano fiorire da sole nel ‘silenzio’ del testo. Come: “Meravigliarsi è la storia di un commiato”; “Le nostre certezze sono solo ancoraggi di una nostalgia ingombra di fantasmi effimeri”; “Non possiamo raddrizzare il passato. Possiamo cambiare strada e andare ovunque vogliamo”.
L’universo narrativo si muove tra i paesaggi del Nord Europa e il calore del Mediterraneo, tra il quotidiano e l’ossessione, tra il corpo e la memoria. Anche quando si attraversano paesaggi fisici – città straniere, aeroporti, stanze d’albergo – ciò che conta davvero è il modo in cui il paesaggio dialoga con l’interiorità. Ogni luogo esterno è anche una condizione dell’anima.
Il cielo di mia madre si lascia scoprire poco a poco, come una conversazione che avviene sottovoce. Quando lo si chiude, magari, non si ricorda bene chi ha detto cosa, chi ha vissuto cosa, perché tutte le voci sembrano una sola e queste vite somigliano alla nostra. Ma resta qualcosa addosso: la sensazione precisa di aver attraversato una soglia. In fondo, è proprio questo il movimento di chi scrive: un attraversamento continuo, febbrile ed ostinato. Verso un altrove geografico e mentale. Verso luoghi interiori che continuano a raccontare e a sapersi raccontare.