Scrivere poesie con il cuore tra le mani

Con "Il mare beve me stesso" prosegue la ricerca di Francesco Cagnetta verso uno stile raffinato e personale, in grado di restituire ogni giorno l'emozione della vita

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Spesso gli capita di rileggere il suo libro senza alcuna velleità o mero narcisismo; quasi fosse un viatico per la liberazione, la sua, da qualcosa da cui in realtà non ci si distacca mai. E, tra le odorose pagine stillanti di vita vissuta, ritrova se stesso arricchendo di nuove suggestioni quelle galassie di parole incastonate nella carta. Perché la poesia è un’esigenza del corpo e della mente, paragonabile per certi aspetti ai bisogni naturali dell’uomo e al suo desiderio di sentirsi vivo attraverso le emozioni grazie alle quali, come una fenice, è in grado di rinascere dalle sue stesse ceneri. E quando la scrittura accarezza l’anima è necessario che la si fermi, non importa dove, sul telefono, su pezzi di carta sparsi qua e là, sugli scontrini o addirittura sul retro delle diffide, rimanendo in equilibrio, con la destrezza di un funambolo, nei tratti impervi che la vita prospetta.

Del resto il nostro autore impara mirabilmente a conciliare i gravosi impegni lavorativi con la street photography, la musica, le immersioni nella natura e la leggiadria della poesia. Una sfida quotidiana che lo vede oscillare tra il rigore della professione forense e la passione smisurata per la scrittura. Una scrittura, certo, non creata rigidamente ‘a tavolino’ ma neanche di ‘sola pancia’, ponderata, armoniosa e stilisticamente raffinata, proprio come sosteneva il poeta francese Paul Valéry, “il primo verso viene dagli dei, il resto è duro lavoro”, nelle cui parole trova sponda e rifugio. Quelle parole intrecciate in sottili combinazioni astrali che si manifestano e trovano nutrimento nel linguaggio universale dei sentimenti.

   

Si presenta così Francesco Cagnetta, giovane avvocato terlizzese dagli interessi poliedrici nonché raffinato cultore del bello che ricerca e persegue con costanza nelle sue composizioni. Non a caso alcuni suoi testi sono stati pubblicati e recensiti in rete su blog letterari come Neobar, Zona di disagio, Poetarum Silva e sulle riviste il ClanDestino e Anterem, altri invece sono apparsi nelle antologie Trittico d’esordio a cura di Anna Maria Curci, Confine 2017; Come una mezzaluna nel sole di maggio – Ricognizione della poesia pugliese 1975/1994, Fallone Editore 2017; Dalla fine del mondo – Poesie per Francesco, Luce e Vita Edizioni; Enciclopedia della Poesia Contemporanea, Fondazione Mario Luzi 2020. Risultato tra i finalisti dei premi internazionali “Alda Merini” e “Talento da poeta” nel 2017, ha ottenuto menzioni d’onore ai premi “Lorenzo Montano” nel 2018 e 2019 e “Don Luigi Di Liegro” nel 2020. Lo stesso anno in cui avviene il suo esordio letterario con Pianeti di Carne, una raccolta di versi edita da Transeuropa Edizioni e pubblicata nel mese di giugno, che – a causa della pandemia – non ha potuto essere presentata ‘fisicamente’ al pubblico, ma che ha riscontrato pareri favorevoli da parte della critica, su blog letterari e pagine culturali di diversi quotidiani.

Una silloge poetica di carattere autobiografico nata quasi per caso, forse dalla presa di coscienza di una coesistenza tematica all’interno degli scritti e dalla successiva volontà di raggruppare gli stessi in singoli capitoli, facendoli poi convergere in un unico prodotto letterario. La grazia con cui i testi danzano tra le pagine ricorda il fine precipuo della poesia che, per insinuarsi nelle pieghe dell’anima, deve essere immediata, schietta, veritiera, rispondente al grande miscuglio di vicissitudini, sensazioni e pensieri che il poeta vive nella quotidianità. Ma l’elegante e armonioso lirismo della prima raccolta poetica trova pieno compimento nella sua seconda recentissima opera in versi, intitolata Il mare beve me stesso, edita da Arcipelago Itaca, dove si guarda sempre con gli stessi occhi ma si percepisce un radicale mutamento espressivo. Già nel titolo si riconosce il valore programmatico dell’intera silloge poiché coincide con l’incipit di una poesia: basta allora sostituire il sostantivo mare con dolore e il gioco è presto fatto.

Nei singoli componimenti affiora con forza perturbante la tematica del dolore, che torna in modo ridondante come un’ossessione e si ripete nei suoni e nelle immagini, quasi come un tentativo di rielaborare il concetto stesso o, meglio ancora, di sfaccettarlo, attribuendogli una nuova nomenclatura, una forma nuova capace di diluirsi, frammentarsi e riplasmarsi solo attraverso il mare. Ed è in questa delicata cornice che si riconosce il potere catartico della scrittura poetica, in grado di ‘purificare’ l’anima da una situazione di precarietà e sofferenza: “Certo, la poesia è un modo per scavare dentro il proprio inconscio e stigmatizzare il dolore. Essa ti pone davanti ad un foglio bianco ed è lì che la constatazione dello stato conflittuale ed afflittivo, di quasi rassegnazione, si trasforma in parole, in altre geometrie”, spiega Francesco.

Uno sforzo autoriale notevole, vista anche la complessità degli argomenti trattati, ravvisabile nella scelta di adottare un impianto stilistico elaborato che guarda con ammirazione ai grandi del passato (Pascoli, Zanzotto, Ungaretti, Zeichen, Eliot, Achmatova, Bodini, Scotellaro, solo per citare alcuni), senza però dimenticare i volti della poesia contemporanea (De Angelis, Magrelli, Curci, Lamarque). In effetti la peculiarità della poesia si esplica proprio nella costante ricerca, nella smania sperimentativa nonché nel tentativo di saper carpire suggestioni, fino a quel momento inosservate, intrise di ricordi e richiami alle persone care.

In questo microcosmo ovattato dalla dolcezza degli affetti familiari e da una quotidianità edulcorata dal candore della poesia, Francesco non ama fare progetti a lungo termine, consapevole che nell’attività di un poeta ci sono periodi più floridi, di maggiore ispirazione, altri, invece, di sola lettura, altri ancora di meditazione, di rimessaggio e di “centrifuga”. Ma quel che conta davvero è scrivere con il cuore tra le mani.

Nella foto in alto, Francesco Cagnetta