Vade retro, italiano!

Il cinismo e l'opportunismo come elementi costitutivi del nostro carattere nazionale.

234
0
CONDIVIDI

Uno si schiera dalla parte del vincitore dopo aver parteggiato, solo un attimo prima, per il perdente. Facile facile, come bere un bicchier d’acqua. Come tagliare il tonno con un grissino.

Il problema è che una condotta simile, vecchia come il cucco, qui in Italia non è ritenuta affatto disdicevole. La nostra propensione agli opportunismi di bottega e ai servi encomi, da cui non siamo riusciti a liberarci, è determinata probabilmente dal nostro passato prossimo e remoto di dominati e sottomessi. Di corruttori e di corrotti. Qui, francesi, spagnoli, austriaci, papi, principi, imperatori hanno fatto il buono e il cattivo tempo, elargendo e facendosi ricambiare prebende di ogni tipo. Al detto popolare “Francia o Spagna purché se magna”, purtroppo non abbiamo saputo porre rimedio forse perché, per dirla col magistrato Roberto Scarpinato, “siamo arrivati tardi all’appuntamento con la storia”.

Nel XIX secolo quando in Europa il feudalesimo era solo un relitto storico ampiamente superato dalle rivoluzioni borghesi, che avevano mandato in frantumi il vecchio ordine e le sue strutture culturali, in buona parte dell’Italia il feudalesimo era ancora una realtà vivente” dove “al posto della cultura dei diritti esisteva quella dell’elemosina e del favore” e in cui “l’abitudine all’obbedienza acritica al potente, il servilismo, l’identificazione all’ordine esistente con quello naturale e divino e, quindi, la rassegnazione fatalistica erano la normalità”1.

Ragion per cui, secondo Carlo Rosselli:

“in Italia l’educazione dell’uomo, la formazione della cellula morale base – l’individuo – è ancora in gran parte da fare. Difetta nei più, per miseria, indifferenza, secolare rinuncia, il senso geloso e profondo dell’autonomia e della responsabilità. Un servaggio di secoli fa sì che l’italiano medio oscilli oggi ancora tra l’abito servile e la rivolta anarchica” 2

 

Di indifferenza e secolare rinuncia, uno straordinario pensatore come Giacomo Leopardi aveva giù avuto di che pensare e scrivere. Egli sosteneva che le anime servili, essendo consce della propria insicurezza e minorità, non potessero costruire alcuna stima in sé e siccome ne sono sprovviste nutriranno sempre verso di sé e verso gli altri zero rispetto, zero dignità e zero amor proprio. Dunque “nel loro animo non c’è posto per l’immaginazione e per le illusioni che nutrono gli ideali generosi di libertà e spingono all’azione, finanche al sacrificio3.

Ed ecco che arriviamo dritti dritti all’ennesima, patetica e pedissequa conversione di buona parte della classe dirigente verso il vincitore di turno, ovvero i 5 Stelle. Prima populisti. Ora democratici col baverino pulito del bravo bambino. Prima movimento di “filibustieri” e squattrinati. Ora partito come Cristo comanda, ora interlocutori politici dalla cui cesta di mele n’è uscita una particolarmente succulenta, ovvero Giggino Di Maio al cui confronto un personaggio come Palmiro Togliatti sembra essere diventato Topo Gigio, cioè levati proprio Palmiro, levati, perché di fronte a te, almeno secondo il decano dei giornalisti italiani Eugenio Scalfari, che fino a qualche mese fa gli preferiva il Caimano, c’è la punta di diamante di un “grande partito di sinistra”.

Che culo, vien da pensare. Il vento cambia, ma mai cambia l’attitudine di coloro i quali si allineano per seguirne la scia al fine di reclamare onori e benefici posizionandosi dalla parte di chi conta. Quando andava forte il vento del fascismo erano tutti fascisti e fascistissimi, tutti col braccio alzato e teso al cospetto di Sua Eccellenza, salvo poi cambiare casacca liquidando con uno schiocco di dita l’innamoramento verso il fascismo alla stregua di una pomiciatina e di qualche toccatina sporadica e neanche consenziente, sfuggendo peraltro alle responsabilità individuali e collettive circa le connivenze e le contiguità e le strizzatine d’occhio ad un regime dispotico che, volere o volare, c’erano state. Ci si lavò la coscienza dando in pasto il capro espiatorio alla vendetta sanguinaria di Piazzale Loreto, meglio definita come “macelleria messicana” non dalla X Flottiglia MAS della RSI, bensì dal partigiano Ferruccio Parri.

E del ventennio berlusconiano e dei tripli salti carpiati dei berlusconiani divenuti improvvisamente antiberlusconiani solo perché il Signore di Arcore non conta più nulla, ne vogliamo parlare? E della cotta entusiastica per Renzi e dei renziani fattisi antirenziani alla velocità della luce, dei Marchionne e delle coop rosse convertiti sulla via di Grillo e Casaleggio Associati, ne vogliamo parlare? Ora il presidente di Confindustria, el sciur Boccia, ci viene a dire che i grillini “non fanno paura”, giacché poco prima che sbancassero il botteghino gli industriali li annoveravano come pericolosi eversori portatori di sventure al seguito di cavallette e cavalieri dell’apocalisse. Che cos’è cambiato? Semplice: i grillini hanno vinto, e pure di molto. E non si sa ancora se ridere o piangere.

  1. Saverio Lodato, Roberto Scarpinato, Il ritorno del Principe, Chiarelettere, 2008, pp.63-64
  2. Carlo Rosselli, Socialismo liberale, Einaudi, 2009
  3. Giacomo Leopardi, Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani, cit. in Maurizio Viroli, La libertà dei servi, Laterza, 2012