Tra merletti e ricordi, il fascino di un tempo gentile a Palazzo Starita

Gli abiti da donna, gli accessori e la biancheria in mostra a Bari sono uno scrigno di memorie ed emozioni collettive, che restituisce al presente la grazia e la dolcezza di un'epoca lontana

Un sabato mattina, sospeso tra memoria e incanto, Palazzo Starita si schiude come uno scrigno segreto tornato a brillare. Le sue sale accolgono una preziosa esposizione, Eleganza nel tempo, realizzata con abiti da donna, accessori e bancheria, nell’arco di tempo che va dal Seicento sino agli anni Ottanta del Novecento, curata con gusto e fantasia dalla Fondazione Puglia e dall’Associazione Le Antiche Ville

Un tuffo gentile nel passato, un viaggio tra eleganza e creatività, sulle tracce della moda che per tre secoli ha accompagnato le donne della nostra terra, modellata dalle mani sapienti di sarti e artigiani capaci di trasformare il tessuto in autentica poesia.

Girando tra gli splendidi abiti – crinoline che sembrano custodire segreti ottocenteschi, bustier ricamati a filo d’oro sui quali brillano parure di perle, cammei e cristalli; vaporosi abiti da passeggio in organza e severi tailleur primi Novecento – mi soffermo davanti alle grandi finestre affacciate sul nostro amato mare. In quella luce morbida, che accarezza stoffe e silhouette come un ricordo lontano, immagino lo svolgersi della vita in un tempo profondamente diverso.

Un tempo in cui le ore trascorrevano con placida lentezza, in cui le strade erano percorse da carrozze con a bordo raffinate signore alla ricerca, nelle vie del centro, dei negozi con i tessuti più pregiati e gli atelier di quei sarti che realizzavano vestiti così meravigliosamente scomodi e complicati ma innegabilmente belli ed eleganti. Un tempo i cui i corredi nuziali per le giovani ragazze non erano semplici oggetti, ma veri e propri tesori tramandati da madre in figlia, ricamati con pazienza infinita da lunghe teorie di mani. Lenzuola di lino finissimo, asciugamani con iniziali intrecciate, tovaglie ornate da merletti sottili come ragnatele: ogni punto raccontava un’attesa, un sogno, un destino che stava per compiersi.

Erano i giorni in cui le ragazze si preparavano alle nozze già decise dalle famiglie e il corredo era il simbolo tangibile del loro passaggio alla vita adulta. Era il tempo in cui matrimoni si celebravano in palazzi maestosi, che custodivano al proprio interno una piccola cappella privata, il luogo in cui la giornata iniziava con la Santa Messa, spesso celebrata da uno zio diventato sacerdote per non disperdere le ricchezze della famiglia.

Ho chiuso gli occhi e, per un istante, ho visto quelle splendide ragazze volteggiare leggere sulle note di un valzer, strette ai loro gentiluomini, nei saloni illuminati da maestosi lampadari di cristallo. Un sogno che si materializzava grazie al lavoro di cuochi, governanti, maggiordomi e dame di compagnia, tutti impegnati nella cura quotidiana del palazzo, in un clima di piena dedizione e sincera condivisione, al di là di ogni barriera sociale e culturale.

Negli abiti, nei monili, nelle borse e nelle scarpe in mostra a Palazzo Starita ho immaginato una vita nascosta che oggi sarebbe assolutamente impossibile ritrovare. Quella delle tante famiglie che hanno donato un capo conservato con cura nel tempo per dare lustro al proprio cognome: tra le altre Moccia di Rutigliano; De Stasi, Ruggieri, Massimeo, Pesce e Ruggieri di Mola; Minerva di Canosa; De Palma di Corato; Zippitelli, Fascina, Mari e Monaco di Bari.

Oggigiorno quella lentezza, quella ricercatezza, quel ritmo cadenzato del tempo hanno ceduto il passo ad una vita “in corsa”. Si corre e basta. Fino a non accettare di rimanere soli con i propri pensieri e non guardare dentro sé stessi, mentre la vita scorre inesorabile. E mentre corro anch’io per non perdere preziosi minuti sulla tabella di marcia della giornata, mi tornano in mente quegli abiti, l’eleganza di quel tempo lontano, il dolce profumo di un’infanzia mai sopita. Mi rivedo bambina, in procinto di recarmi in visita da un parente o un amico dei miei genitori.

Mi ritrovo seduta sul divano ad aspettare il momento più importante di quella riunione di famiglia: quando la padrona di casa arrivava col vassoio del rosolio, i biscotti e i succhi doverosamente preparati in casa. E subito dopo, i giochi tra bambini, dopo aver lasciato gli adulti in conversazioni importanti o nei convenevoli di rito.

Forse è proprio questo il dono più prezioso che la mostra di Palazzo Starita ci lascia tra le mani: grazie in particolare, a Monica Cannillo e Fannj Massimeo che ne hanno curato l’allestimento. La possibilità di ritrovare, in mezzo al frastuono dei nostri giorni, un frammento di quella dolcezza perduta. Un invito silenzioso a rallentare, ad ascoltare ciò che spesso ignoriamo, a riconoscere che dentro ciascuno di noi vive ancora un’eco di quei tempi lenti e gentili. In quella memoria discreta – fatta di gesti misurati, di sguardi attenti, di un’eleganza che nasceva dalla cura e non dall’urgenza – c’è forse la chiave per ritrovare un po’ di noi stessi.

Le foto sono tratte dalle pagina fb di Fondazione Puglia e di Giuseppe Corcelli