I bus esprimono l’anima della loro città. A Milano sono comunità viaggianti che si costituiscono a ogni fermata cambiando natura e fisionomia a seconda degli eventi che li attraversano durante il viaggio. A Torino sono più rigorosi e tendono a qualificarsi per ordini e gradi: non tutti parlano con tutti, ma solo quelli che si riconoscono gli uni con gli altri. A Bologna sono più allegri ed è come se fossero animati da un unico flusso di comunità che traduce il comun sentire del suo popolo. A Roma sono invettivi, non essendoci nessun distacco tra il loro interno e la realtà che affrontano metro per metro: gli stessi commenti che popolano la strada entrano nei bus e da questi vengono centrifugati e riverberati. A Napoli, già provato da estenuanti attese, ogni bus è un concentrato di ironie e di contrappassi che non risparmiano nessuno, né dentro né fuori di esso.
A Genova i bus sono silenziosi. Trasportano anime rabbuiate che non possono più andare in motorino o che non ci sono mai andate per qualche strano motivo. Se ne stanno sedute chiuse in sé stesse. Nessuno guarda in faccia nessuno. Parlare neanche per idea. Solo qualche bambino rompe lo sbuffare del mezzo. Ma neanche lui suscita interesse più di tanto. I bus di Genova girano da soli per la città, senza guidatore. Il conducente, se c’è, è una realtà separata dal resto, già isolato di suo. Il solo segnale di vita del conducente è la lampadina rossa che segnala la prenotazione della fermata.
Fermata.
Apertura porte
Discesa.
Salita.
Sistemazione.
Ripartenza.
Luce rossa.
Arrivo.
Fermata.
Così per tutta la giornata.
Quella sera era più buia del solito. L’autobus era stipato, faceva fatica a muoversi. Il pubblico era vario, molte vecchie, pochi uomini, qualche donna, una sola carrozzina. Il mugugno imperava. Il saliscendi non aiutava.
Improvvisamente, tre borsoni pieni di cose brutte con un grosso uomo in mezzo interruppero la chiusura delle porte di centro. Le borse e l’uomo rimasero incastrati per un attimo, poi la cerniera cedette e lo strano gruppo riuscì ad entrare sulla piattaforma tra gli sguardi incupiti dei compagni di viaggio.
Il deposito dei plasticoni non migliorò la situazione. Uno finì su un passeggino mentre gli altri due dovettero farsi spazio tra le gambe di due ragazzi ambrati, regolarmente musica-dotati e pertanto completamente isolati dalla realtà.
Quando emerse, l’omone rese giustizia alle sue dimensioni: era veramente gigantesco, di una conformazione tale per cui l’addome, smisurato, sembrava aver generato il resto del corpo. Il colorito scuro e giallastro di quelli che sembravano vestiti gli conferivano un che di indistinto aumentandone l’indefinitezza.
Ciò che stupiva era la testa. Piccolissima, quasi che fosse stata tratta da un altro uomo. In compenso l’espressione era di una vitalità sorprendente: sulla bocca carnosa si appoggiava un naso di dimensioni rispettabili ai fianchi del quale due occhi vivacissimi interrogavano continuamente la realtà intorno a sé.
Il suo sguardo era chiaramente alla ricerca di un interlocutore, il che ebbe l’immediato effetto di ingobbire tutti i compagni di viaggio, quasi avessero da nascondere un compito da non copiare. Non fui abbastanza pronto e gli occhietti dell’omone mi accalappiarono.
Vado a Milano, perché là trovo lavoro, sicuro.
Anche a Londra trovo lavoro, sempre: ho fatto per anni l’uomo sandwich.
Un buon lavoro, 10 sterline al giorno, da viverci.
A Genova neanche gli uomini sandwich ci sono.
Io vado a Milano.
Poi mi ha guardato, nel silenzio del bus. Lo guardai anch’io, per la prima volta. Quell’uomo insaccato, probabilmente pazzo, aveva negli occhi una luce strana e intensa. Era come se dentro quell’ammasso di cose brutte e arruffate, da dentro i suoi sacchi di cose puzzolenti, un’altra anima, un’altra vita, un’altra persona cercavano di guadagnare la luce. Così, in quel bus pieno di silenzi.
E riprese. Io sono poeta, un grandissimo poeta.
Il più grande poeta del mondo.
Ho scritto poemi e poesie che stanno attraversando i continenti.
Qui nessuno mi conosce.
Nessuno mi capisce.
Nessuno vuole avere a che fare con me.
Ma se ne accorgeranno, quando sarò morto.
E io vado a Milano.
In effetti, a quel punto qualcuno si girò verso di lui. Quasi per dire di non esagerare. Ma incrociarono il suo sguardo, forte, lucido, febbricitante. E tornarono a guardare dal finestrino. Quindi l’omone si volse di nuovo verso di me.
Anche lei non mi crede, vero?
Nessuno mi crede.
Eppure io vi posso dimostrare, qui e adesso, che sono il più grande poeta del mondo.
Sentite qui, uomini di poca fede.
Subito dopo una fermata, si mise in mezzo alla piattaforma di discesa, i sacchi abbandonati in un angolo. Si piazzò sulle sue gambone allargate, ben piantato sui piedi gonfi, allargò le braccia e con una voce dal timbro insospettabile, iniziò:
Silvia, rimembri ancora
Quel tempo della tua vita mortale,
Quando beltà splendea
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu, lieta e pensosa, il limitare
Di gioventù salivi?
Lo ascoltavo stupefatto. La voce di quell’omone cominciò a scuotere il bus sostituendosi al vibrare del motore. Era come se fosse lui a guidare, a interpretare il movimento ondoso del bus, a unire i respiri dei suoi viaggiatori.
Sonavan le quiete
Stanze, e le vie dintorno,
Al tuo perpetuo canto,
Allor che all’opre femminili intenta
Sedevi, assai contenta
Di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
Così menare il giorno.
Fu un bambino il primo a reagire. Era in braccio, un dito in bocca, un altro a brandire un pezzo di focaccia ormai ammorbata. Estrasse il dito dalle sue piccole fauci, si girò di 180 gradi e indicò la voce dell’omone, sorridendo pieno di bauscia.
Ove il tempo mio primo
E di me si spendea la miglior parte,
D’in su i veroni del paterno ostello
Porgea gli orecchi al suon della tua voce,
Ed alla man veloce
Che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
Le vie dorate e gli orti,
E quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
Quel ch’io sentiva in seno.
Non rimase solo. Prima un vecchio, poi una signorina, e ancora due persone di colore. E uno zoppo, due amiche da tanti anni, un giovanotto con il cuore pieno di ferite, una ragazza ancora incerta di sé. E un uomo ingobbito dall’incertezza del suo domani, un malato terminale con la sua maschera dell’ossigeno, tre poveri portoghesi che scrutavano con ansia il possibile arrivo del controllore. Una nonna, due muratori, un’ex bella donna, due travestiti da persone per bene. Tutti prima si voltarono e poi cominciarono a muoversi, prima impercettibilmente poi via via più decisamente, al ritmo di Silvia e del suo vocione.
Che pensieri soavi,
Che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
La vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
Un affetto mi preme
Acerbo e sconsolato,
E tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
Perché non rendi poi
Quel che prometti allor? perchè di tanto
Inganni i figli tuoi?
E infine quella voce straordinaria l’ebbe vinta sul bus. Non esisteva più un mezzo meccanico che trascinava con sé gli attimi di vite affrante e spezzate. La poesia dell’omone realizzava il miracolo inedito e inatteso. Quel bus era diventato una comunità di umani capaci di condividere con Silvia i loro amori, i loro dolori, le loro passioni.
Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,
Da chiuso morbo combattuta e vinta,
Perivi, o tenerella. E non vedevi
Il fior degli anni tuoi;
Non ti molceva il core
La dolce lode or delle negre chiome,
Or degli sguardi innamorati e schivi;
Nè teco le compagne ai dì festivi
Ragionavan d’amore
Il bus diventò qualcosa. Gli sguardi si scambiavano, i sorrisi e le lacrime si incrociavano, anche lo scorrere di Genova sembrava accompagnare l’inanellarsi dei versi. I due africani, che non capivano una parola, si muovevano sul ritmo della voce. Un anziano professore, guardandoli con simpatia, si ritrovò sulla labbra gli stessi versi di Silvia e cominciò a recitarli, piano, ritrovando il senso della sua vita perduta.
Anche peria fra poco
La speranza mia dolce: agli anni miei
Anche negaro i fati
La giovanezza. Ahi come,
Come passata sei,
Cara compagna dell’età mia nova,
Mia lacrimata speme!
Questo è quel mondo? questi
I diletti, l’amor, l’opre, gli eventi
Onde cotanto ragionammo insieme?
Questa la sorte dell’umane genti?
All’apparir del vero
Tu, misera, cadesti: e con la mano
La fredda morte ed una tomba ignuda
Mostravi di lontano.
La voce dell’omone si spezzò. Ma sotto non c’era più niente. Eravamo a Principe. L’autista aveva accostato, si era girato e per sentire meglio aveva spento il motore rombante del bus che, per la prima volta, apparteneva al suo conducente. Non per andare, bensì per fermarsi. C’era un gran silenzio, non fosse per i rumori risorgenti della città.
Tutti nel bus si trovarono, un po’ nudi, fuori dalle postazioni d’ordinanza. Chi sorridente, chi sospeso, chi emozionato, chi rivolto all’altro. Tutti si vergognarono un po’ e si ritrassero, come nel comodo del proprio carapace, nella loro vita. E vennero ad accoglierli le loro solitudini, le loro tristezze, i loro dolori, le loro tristezze, le loro perdute speranza.
Mi ripresi anch’io. Il treno stava per partire. Non avrebbe aspettato né me, né Silvia, né l’omone. Fu allora che lo rividi. Le gambe riallineate, lo sguardo ancora febbricitante, le braccia sospese. Cercai di rendermi utile. Superando la diffidenza, presi uno dei tuoi sacchi per aiutare il trasbordo verso il treno. Sentii il mio braccio afferrato da una forza disumana, stretto in una ganascia che gli impediva qualsiasi movimento. Mollai la pressa, il sacchetto si afflosciò in un angolo seguito dalla sospensione del respiro di tutti i presenti.
Mentre il conducente si riordinava nella sua tana, seguii la forza che mi attagliava e vidi la testolina dell’ormone che mi scrutava con i suoi occhietti.
Cosa sta facendo?
La sto aiutando.
A far che?
A portar le sue cose in stazione
E perché mai?
A me la stazione non interessa.
Io devo andare a Milano!
A questo punto, cercai solidarietà. E, inspiegabilmente, trovai la mia persona al centro degli sguardi di tutto il bus. Mi guardavano con una curiosità malsana, da animale esotico, con un’ostilità finora abilmente celata. Mi sentii fuori posto, mi rialzai cercando di riassettarmi al meglio sotto lo sguardo severo dell’omone. Riuscii a scendere al pelo, prima che il motore mi portasse via il bus. In strada, alzai lo sguardo e lo vidi allontanarsi. Dal vetro sul retro apparve il bimbo con la focaccia ammorbata. Aveva l’aspetto di un vecchio e mi riservò una sorta di ghigno, a metà bocca. Dietro la testa piccolissima dell’omone. Poi sparirono.
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Marco Pogliani, milanese del 1957, proviene da una famiglia dalle radici molto diverse: un padre cresciuto in una numerosa famiglia cattolica e una madre figlia unica di operai socialisti. Dopo studi classici e un dottorato in Storia medievale, lascia la ricerca per lavorare nella comunicazione in aziende come IBM, Olivetti, Mondadori ed Enel. Dagli anni Duemila è consulente indipendente, svolgendo il suo lavoro artigianalmente. E’ autore di alcuni libri a sfondo autobiografico e di originali racconti che ogni anno pubblica in occasione del Natale.




