Palazzo Camerino il “piatto” più prelibato della sagra

La tradizionale fiera del cardoncello ha aperto le porte a turisti e appassionati d'arte di uno degli edifici più antichi e preziosi di Ruvo di Puglia

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C’è una Ruvo nobile e magnifica la cui bellezza, non ancora del tutto nota, merita di essere svelata. Definita da molti un “museo a cielo aperto”, per i numerosi edifici colmi di storia, nonché scrigno di tesori, come testimonia l’ingente patrimonio archeologico raccolto dalla famiglia Jatta a partire dal diciannovesimo secolo, la cittadina trova il suo cuore pulsante nell’enorme slargo davanti al municipio, nucleo principale di Piazza Matteotti, circondata da imponenti palazzi pregni di segreti da raccontare.

Tra questi edifici spicca il sontuoso Palazzo Camerino, affidato alle cure della Pro Loco che ne preserva l’integrità organizzando visite guidate all’interno. Aperto eccezionalmente in occasione della Sagra del Fungo Cardoncello, che ogni anno fa registrare un boom di presenze a Ruvo, l’antica dimora è meta prediletta di turisti e appassionati d’arte, desiderosi di aggiungere un importante tassello culturale al meraviglioso e variegato quadro storico di cui si fregia il territorio.

Ma prima di fare ingresso nel palazzo e svelarne segreti e bellezze – di cui ha riferito con ampiezza di particolari l’arch. Mario Di Puppo nel corso della recente apertura dell’edificio – occorre puntualizzarne confini ed estensione. Non si deve incorrere, infatti, nell’errore di assimilare in un unico plesso Palazzo Melodia e Palazzo Camerino: il primo, infatti, collocato a sinistra del fabbricato, corrisponde a un vecchio castello con una grande torre eretta intorno all’anno Mille; il secondo, a destra, è sorto sui ruderi del castello. Ceduto assieme al castello e alla Torre del Pilota dai Carafa ai Montaruli tra il 1809 e il 1811, nel Novecento l’edificio divenne proprietà della famiglia Camerino. Secondo la versione dell’ing. Francesco Camerino, uno degli ultimi eredi dell’illustre casata, scomparso qualche anno fa, durante i lavori di ristrutturazione sono emerse le tracce della torre angolare del castello, privata dell’antica funzione difensiva quando la famiglia Montaruli provvide all’acquisto di questa parte della fortezza per trasformarla nel palazzo di famiglia. Acquistando una parte del castello, i Montaruli, dunque, abbatterono alcune parti fondamentali e costruirono i muri dell’edificio, passato successivamente ai Camerino che si occuparono della decorazione delle camere.

Al primo piano dell’edificio si accede varcando un piccolo ingresso affacciato su Piazza Matteotti e salendo un’angusta scala a chiocciola che conduce alla prima stanza, la cui volta è ornata da una raffinata carta da parato napoletana, un tempo colorata direttamente sul posto. L’impiego di questa tecnica ricorda quella utilizzata in altri edifici ruvesi, come in una delle ampie stanze di Palazzo Caputi (Museo del Libro) dove, guardando dal basso verso l’alto si notano decorazioni angolari a piume di pavone che sembrano affreschi ma in realtà si tratta di carta da parato. Una scelta che risponde all’esigenza di ottimizzare tempi di realizzazione e costi, assai dispendiosi per gli affreschi. Il salone monumentale ospita, invece, le tempere murarie di Giuseppe Cantatore, fratello maggiore del più noto Domenico, le cui tele sono custodite nella pinacoteca ruvese a lui intitolata, attualmente in fase di restauro.

Intorno agli anni ’20, la famiglia Camerino aveva commissionato a Cantatore un ciclo di affreschi nella grande sala destinata al ricevimento degli ospiti. Queste decorazioni sono impostate sulla tecnica del trompe-l’oeil, cioè ingannevole all’occhio del visitatore, tant’è che le cornici degli specchi qui presenti non hanno la base dritta ma fanno in modo che il pavimento arrivi e occupi la profondità. Altrettanto vale per i colonnati disegnati sulle pareti, a dare l’idea che la stanza sia molto più grande rispetto alla realtà. Il tema fondante di queste decorazioni attinge al patrimonio mitico greco. Sulla parete sinistra, infatti, giganteggia la figura di Atena, dea della saggezza in battaglia rappresentata sulle monete ruvesi con il simbolo della civetta. Se il legame tra la dea e la città era molto forte già dall’antichità, si rivela pertinente la scelta figurativa di Giuseppe Cantatore per celebrare un sodalizio duraturo con la Grecia arcaica.

Seguendo le narrazioni mitologiche, Atena era nata dalla mente di Zeus: al padre degli dei fu aperta la testa attraverso una scure e la dea nacque già in armi. Non a caso è ritratta mentre brandisce una lancia con il serpente Serpedonte. La donna divina, dalla bellezza straordinaria, costituisce l’ornamento di un giardino: sembra infatti che il pavimento a scacchi rossi del salone gli conferisca continuità e uniformità ingrandendo lo spazio. Atena si trova in una sorta di emiciclo dominato sullo sfondo da un tempio classico.

Gli altri soggetti raffigurati, tutti riconducibili alla grandezza della dea, si fanno portatori di significati molto particolari poiché, come spesso accadeva un tempo, la maggior parte della popolazione non conosceva la scrittura e a sopperire a questa necessità rispondeva la pittura con il linguaggio universale delle immagini. Osservando la volta è possibile ammirare i risultati degli studi anatomici condotti da Cantatore per questi affreschi: da notare l’ombra scura di una mano dalla finezza rappresentativa tridimensionale e una balaustra raffigurata a destra che proietta un cono d’ombra verso sinistra. Nessuno di questi elementi si trova in una posizione di rilievo, tranne le cornici dello specchio inclinate per formare la prospettiva. Il basamento delle cornici è volutamente storto per formare profondità.

Attraverso una rapida scansione sui volti, si riconosce a sinistra Medusa ritratta come una donna che sta coprendo il suo viso con la mano. Costei, prima di sfidare in bellezza Atena, era una donna bellissima. Vendicatasi per l’oltraggio subito, la dea la trasforma in una creatura mostruosa con delle orride serpi al posto dei capelli. Sul piano allegorico questa figura femminile intende esortare il visitatore a non coltivare la vanagloria. A destra, invece, vi è Penelope dormiente anch’ella connessa ad Atena. La dea adotta qualsiasi stratagemma per evitare che la fanciulla percepisca troppo la vessazione e il corteggiamento dei Proci. Atena fa in modo che a Penelope nel sonno arrivino delle visioni consolatorie che la ricongiungano ad Ulisse in attesa del suo ritorno. La fanciulla addormentata è avvolta dall’ulivo, pianta simbolo di Atena scelta dagli abitanti dell’Attica al posto dell’acqua salmastra offerta da Poseidone.

Ma in chiave allegorica come si potrebbe spiegare la presenza di Penelope? Serve sapere che la donna è l’emblema della dedizione femminile verso l’uomo nonché della fedeltà coniugale: ricordiamo infatti che Penelope aveva inventato l’espediente della tela per non cedere alle lusinghe di quanti la volevano in sposa. In corrispondenza, nel registro inferiore, si allineano le Muse, protettrici delle arti, rappresentate in finto bassorilievo all’interno di specchiature fittizie.

Le decorazioni in foglia oro della volta, con il gancio al quale un tempo era appeso il lampadario, sono un’altra peculiarità del palazzo. Prima dell’invenzione dell’elettricità, infatti, i lampadari erano sospesi a delle corde che venivano fatte scendere mediante il gancio, arrivando così all’angolo della stanza. Una volta calata giù la fune si accendevano le candele e sempre attraverso la stessa il lampadario risaliva. Nel momento in cui il lampadario faceva rifulgere la luce verso l’alto, attraverso la foglia oro i bagliori arrivavano verso il basso. L’idea era quella di conferire una grandezza al pari di un appartamento privato e principesco.

Spostando lo sguardo all’insù notiamo una serie di figure geometriche che si allargano verso la punta per garantire una finta prospettiva dal basso verso l’alto, come se la volta fosse molto più alta e terminasse in una cupola con un pregevole effetto ottico. Numerose sono le decorazioni che caratterizzano la volta,  sempre riconducibili al culto della dea: le colombe, attributo tipico della dea Atena che si ritrova anche in una sala di Palazzo Caputi, un libro aperto simbolo di saggezza, uno strumento musicale emblema dell’arte. E, infine, uno specchio e un pavone rievocanti l’importanza della bellezza di cui Atena era garante.

Entrando poi nell’ultimo vano del palazzo, di dimensioni inferiori rispetto al salone principale, l’occhio è rapito dal soffitto celeste color pastello sul quale aleggia la figura di Artemide. Probabilmente si tratta di una camera da letto il cui solaio è stato ribassato per finalità pratiche, rispondenti alla necessità di un riscaldamento più efficace nel periodo invernale. La tecnica di decorazione della volta torna ad essere quella utilizzata nelle stanze precedenti al salone monumentale: la carta da parato. L’apparato ornamentale delle piccole stanze successive risulta essere di valore inferiore rispetto alle altre camere.  Qui si dipanano fantasie floreali in stile liberty tipiche dell’inizio del XX secolo. Con questa stanza si delimita il perimetro del palazzo storico, oltre il quale si estendono alcuni terrazzi in corrispondenza con il piano terra.

Nel momento in cui la famiglia Camerino acquistò l’edificio, decise di ampliarlo verso il giardino del castello. Come spesso accadeva, si riuscì, tuttavia, a costruire solo il piano terra, a discapito del primo piano che è rimasto incompleto. All’esterno, su alcuni conci in chiave sono riportate le iniziali FC (Francesco Camerino) e una data 1925, alla quale è possibile ascrivere le vicissitudini del palazzo sotto l’egida della famiglia. Una ricca e saporita degustazione a base di funghi cardoncelli e prodotti tipici locali, nell’atrio dell’edificio, ha concluso l’itinerario ideato dalla Pro Loco alla scoperta di uno dei più incantevoli palazzi della Ruvo nobiliare.

Nelle foto di Vittoria Leone, alcuni scorci delle sale di Palazzo Camerino a Ruvo di Puglia