Putin sta a Zelens’kyj come Domiziano stava a Calgaco

La retorica pacifista del presidente russo, in netta contraddizione con i fatti, riporta le lancette della storia all'imperialismo romano, esecrato da Tacito nell'Agricola

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Il grande storico romano Publio Cornelio Tacito era molto affezionato a suo suocero, il generale Gneo Giulio Agricola, tanto abile nelle vesti di condottiero quanto in quelle di uomo politico e amministratore. Di Agricola, che era cresciuto orfano del padre (il senatore Giulio Grecino, fatto uccidere dall’imperatore Caligola) e che in gioventù era stato tribuno della plebe, Tacito ammirava soprattutto le qualità umane e l’amore per le antiche virtù repubblicane. Quando Agricola morì, nell’anno 93 dell’era cristiana, Tacito pronunciò un appassionato elogio funebre, tormentato dal sospetto che il generale fosse stato fatto avvelenare dall’imperatore Domiziano, geloso dei suoi successi e della sua popolarità. E solo dopo che Domiziano venne a sua volta assassinato, si decise a mettere per iscritto la sua ammirazione per l’uomo, la sua conoscenza dei fatti storici e i suoi sospetti. De vita et moribus Iulii Agricolae (Vita e costumi di Giulio Agricola): con questo lavoro, oggi un classico della letteratura latina d’età imperiale, Tacito scoprì la sua vocazione di storico. Essendo la fama di Agricola legata soprattutto al suo ruolo di governatore della Britannia, l’opera conteneva anche una dettagliata descrizione della geografia, della composizione etnica dell’isola, e delle varie campagne intraprese dai romani per sottometterne le varie popolazioni.

Un disegno del XIX secolo che rappresenta il discorso di Calgaco ai Caledoni prima della battaglia del monte Graupio

Sopravvissuta in un singolo codice al dissolvimento dell’impero, e divenuta un longevo best seller in età umanistica, a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, l’Agricola, come viene comunemente indicata la prima opera certa di Tacito, ha goduto di una straordinaria fortuna critica. Oltre all’intento di offrire un esempio e un modello etico per la nuova classe dirigente dell’impero, alcuni studiosi hanno individuato come tema centrale dell’opera il rapporto tra libertà e tirannia, il lamento per la perdita delle antiche virtù repubblicane e della libertà d’espressione: un atto di accusa non soltanto del regno di Domiziano ma dell’intero sistema imperiale. Il libro contiene infatti una straordinaria denuncia dell’imperialismo e dell’abuso del termine pace che gli imperi sistematicamente compiono. Così come Galileo nel Dialogo dei massimi sistemi affiderà al gentiluomo fiorentino Filippo Salviati il ruolo di portavoce delle proprie idee copernicane, nel tentativo di non esporsi in prima persona a possibili ritorsioni, Tacito affida la sua critica antigovernativa al comandante caledone Calgaco, che alla vigilia della battaglia del Monte Graupio, nell’odierna Scozia, si rivolge al suo popolo con parole che trascendono il contingente storico:  

“Ogni volta che penso alle cause della guerra e alla terribile situazione in cui ci troviamo, nutro la grande speranza che questo giorno e la vostra unione siano per tutta la Britannia l’inizio della libertà. Perché per voi tutti qui accorsi, che non sapete cosa significhi la servitù, non esiste altra terra oltre questa (…). Noi, che siamo al limite estremo del mondo e della libertà, siamo stati fino ad oggi protetti dall’isolamento e dall’oscurità del nome. Dopo di noi non ci sono più altre tribù, ma soltanto scogli e onde, e un flagello peggiore, i romani, contro la cui prepotenza non fanno difesa la sottomissione e l’umiltà. Loro soli bramano possedere con pari smania ricchezze e miseria. Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero. Fanno il deserto, e lo chiamano pace.”

La pace di cui parla qui Tacito, per interposta persona, è il tipo di pace che ha in mente Vladimir Putin: anche lui fa il deserto e dice di portare la pace. Certo, si può obiettare che l’idea moderna di pace, associata alle idee di democrazia e di libertà, sia profondamente diversa da quella antica; che la nostra sensibilità e la nostra idea di giustizia sociale, la nostra stessa morale siano lontanissime da quella realtà, e che istituire parallelismi è sempre molto rischioso. Ma proprio qui sta l’assurdità e l’orrore della guerra scatenata da Putin: il suo anacronismo, il suo riportare indietro le lancette della storia e della civiltà europee. Ha raso al suolo la Cecenia e l’ha chiamata pace, ha distrutto le antiche città della Siria per imporre la sua pace, ha invaso la Georgia per imporre la sua pace, ha occupato la Crimea, il Donbass, e ora ha invaso l’intera Ucraina per imporre la sua pace. E non solo bombarda, massacra e distrugge oltre le frontiere della Russia, ma opprime il suo stesso popolo privandolo della libertà d’espressione, perseguendo e assassinando chi denuncia i suoi metodi e la sua politica liberticida.

Putin annuncia in tv l’operazione speciale in Donbass, una “semplice” attivitò di peacepeeking (foto RaiNews)

“La guerra assurda e sanguinosa che all’improvviso è tornata a sconvolgere il cuore della nostra Europa – ha scritto Liliana Segre nella sua lettera aperta al Congresso dell’ANPI – provoca in me un orrore che non mi è facile descrivere: quelle bombe sulle case, quelle famiglie in fuga, quei padri che baciano i figli forse per l’ultima volta e tornano indietro per combattere… quanti ricordi di un terribile passato, che non avrei mai immaginato di rivedere così vicino a noi!”. Testimone dell’orrore, Liliana Segre ha voluto ricordare ai dirigenti dell’Anpi, e idealmente a tutti coloro che si oppongono all’invio di aiuti militari all’Ucraina, che, proprio perché “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” (articolo 11 della Costituzione) ha il dovere di condannare chi invece ricorre alla guerra per risolvere una controversia internazionale, e il dovere di aiutare chi a quella guerra si oppone. “La resistenza del popolo invaso – ha aggiunto Liliana Segre – rappresenta l’esercizio di quel diritto fondamentale di difendere la propria patria, che l’articolo 52 prescrive addirittura come sacro dovere”.

È giusto sottolineare la parola resistenza, perché solo la resistenza del popolo ucraino potrà convincere l’aggressore a fermare la guerra e a tornare con sincerità al tavolo dei negoziati: l’unico terreno da cui può scaturire una vera pace, basata sul mutuo rispetto tra popoli. Ogni persona ragionevole ama la pace. Ma occorre chiarire il significato del termine pace, e qual è la pace che vogliamo, prima di definirsi pacifisti. Perché non può chiamarsi pace quella imposta con missili e bombe dall’aggressore all’aggredito, non può chiamarsi pace quella che vedrebbe, con la fina della guerra, anche la fine dell’Ucraina.

Racconta Tacito che i romani guidati da Agricola vinsero la battaglia del Monte Graupio, ma per quanto dotati di forze preponderanti non riuscirono mai a sottomettere la Caledonia.

“Tutti gli stimoli alla vittoria sono per noi: i Romani non hanno spose a incitarli, non genitori a condannarli se fuggono; i più non hanno patria, per gli altri è diversa da questa. Pochi, trepidanti perché non conoscono i luoghi, tesi a scrutare il cielo, il mare, le selve, loro ignoti, dagli dèi ci sono stati messi nelle mani, come in trappola e già prigionieri. Non vi spaventi l’apparente splendore dell’oro e dell’argento, perché non difende e non colpisce. Nelle stesse file nemiche troveremo aiuti per noi: i Britanni riconosceranno la loro stessa causa, ai Galli tornerà alla mente la passata libertà, e gli altri Germani li abbandoneranno, come non da molto li hanno abbandonati gli Usipi.” (Allocuzione di Calgaco ai caledoni, nell’Agricola di Tacito)

 

Nell’immagine in alto, la battaglia dei romani contro l’esercito caledone presso il Monte Graupio in Scozia.