Musica per la libertà

Con una singolare carrellata di brani tratti dalla filmografia sul tema, Alberto Iovene porta il suo personalissimo contributo agli eventi di Memento a Bitonto

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Saranno stati gli occhi struggenti di Judi Garland, ancora fissi nel nostro sguardo, che intona Over the rainbow mentre si congeda dal suo pubblico, nel bellissimo film di Rupert Goold, ma la scelta di alzarsi in piedi e tributare una lunga e calorosa ovazione, proprio come i fans di Judi, al bravissimo Alberto Iovene, al termine della sua toccante interpretazione del cult di Harold Arlen, è apparsa del tutto naturale.

Il giusto e sincero riconoscimento a una serata magica, nonostante la gravità e la complessità del tema, e allo straordinario talento del pianista bitontino, che con il concerto Songs for freedom, al Traetta di Bitonto, ha voluto offrire il proprio personalissimo contributo a Memento, la serie di eventi organizzati dall’amministrazione con le scuole e le associazioni per ricordare le vittime di tutti i genocidi, dalla shoah alle foibe.

Un crescendo di emozioni e di suggestioni, evocate dall’efficacissima compilation di brani, tra i più suadenti e rappresentativi della musicografia mondiale (da Canzone senza parole di Ennio Morricone al Postino di Luis Bacalov, colonne sonore di film altrettanto straordinari), che ha testimoniato come si possa parlare di genocidi, segregazione, violazioni dei diritti umani in modo originale, persino “soave”e “leggero”, recuperando la bellezza, la ricchezza e l’ampiezza dell’universo “sensibile”, per quanto soffocato dagli abissi della storia, tra l’orrore del sangue e il fruscio lancinante del vento contro il filo spinato.

Introdotto dalla parole sobrie e meditate di Barbara Buttiglione, che ha letto alcuni brani da La capanna dello zio Tom di Harriet Beecher Stowe e Seppellite il mio cuore a Wounded Knee di Dee Brown, Iovene ci ha condotto in un appassionante itinerario tra alcuni dei più memorabili “monumenti musicali” sul tema della lotta per le libertà negate e per i diritti inviolabili.

Dalle brume dei gulag siberiani, alienante prigione della scienziata russa Ida Nudel, da cui si irradiano la luce e il tepore di Canzone senza parole, composta da Ennio Morricone per Mosca Addio di Mauro Bolognini, alle note di Imagines di John Lennon, inno mondiale alla pace, le migrazioni virtuosistiche di Iovene, a volte dirette a sottolineare profondità sommessamente intimistiche a volte rigogliosamente produttive, hanno saputo restituirci, tutto intero, il destino di migliaia di uomini, spogliati della propria umanità dalla protervia di regimi impegnati a riscrivere le mappe della storia secondo la propria singolare e ineludibile visione nel mondo.

Alberto Iovene e Barbara Buttiglione sul palco del Traetta

E se il blues di Work song di Nat Adderley ci ha fatto palpitare il cuore della stessa gioia sofferta degli schiavi africani, ben 11 milioni, pronti a levare il proprio canto liberatorio nelle sterminate piantagioni dal Missisipi alla Virginia, le musiche di Eduard Artemyev per il film As far as my feet will carry me (“Finchè i piedi mi porteranno”) hanno impresso nei nostri occhi il dolore, la paura, lo sconforto, lo sfinimento della drammatica marcia tra le lande della mongolia, di uomini sfuggiti alla prigionia in cerca di un salvifico approdo.

Il concerto-narrazione è proseguito con Shenandoah, una ballad folk desunta dal repertorio della tradizione popolare irlandese, e poi ancora con il motivo teneramente familiare de Il postino, composto da Louis Bacalov per incorniciare la malinconica solitudine dell’esilio di Neruda (uno straordinario Philippe Noiret) tra gli scogli di Capri a cui fa da argine la straripante simpatia di Massimo Troisi, icona tra le più amate del cinema italiano. Ancora una ballata, Danny boy, e poi la colonna sonora di L’altra storia, melodia venata di profonda malinconia ma anche di fiduciosa speranza, composta dallo stesso Iovene per il cortometraggio di Aldo Rapè sui martiri delle foibe.

Il linguaggio della musica è universale: nient’altro riesce meglio a evocare atmosfere così urgentemente pulsanti come l’ingiusta e feroce segregazione, l’abbandono degli affetti familiari, l’identità calpestata.

Ma la musica è anche l’unguento più miracoloso, l’elisir capace di ridestare le coscienze, di ritrovare l’umanità anche nei tempi e nelle condizioni più avverse, esorcizzando lo spettro dell’orrore – senza perdere tuttavia la consapevolezza di ciò che è stato -, restituendoci il mondo nella sua infinita bellezza e le persone nella loro qualità più caratteristica: amare ed essere amati. Questo concerto, affidato al talento e alla sensibilità di Alberto Iovene e alla magnificenza di armonie senza tempo, ha avuto il merito di ricordacelo.

Nella foto in alto, Alberto Iovene. Le foto sono di Gaetano Lo Porto