C’è un racconto di Joseph Conrad, nel quale l’autore parla del passaggio all’età adulta, utilizzando la metafora della linea d’ombra. Un giovane, a un certo punto della sua vita, decide di abbandonare il proprio paese, il villaggio, la famiglia, tutto ciò che gli è familiare e che ha imparato a conoscere, per varcare questa linea, questa soglia. Entra, così, in un mondo totalmente nuovo, di cui non ha idea o contezza, nel quale sarà costretto a cavarsela da solo, a sondare la propria resistenza, a saggiare il proprio carattere. E, attraversando questa linea d’ombra, quel giovane inesperto diventa un adulto.
Fino a qualche tempo fa, ero fermamente convinta che gli esami di stato, la cosiddetta maturità, fossero come questa linea d’ombra, una sorta di rito di iniziazione, l’ultima grande prova da affrontare prima di interfacciarsi con l’università, con il lavoro, con la vita vera. Con un mondo che richiede una responsabilità diversa e la messa in campo di tutte le competenze acquisite nel quinquennio delle superiori. Ed ero anche convinta del fatto che fosse un momento in cui tirare le somme, per capire chi si è, dove si è arrivati e cosa si desidera diventare. Tuttavia, osservando le tracce e la struttura degli esami degli ultimi anni, e in particolare di quest’anno, inizio a dubitare fortemente che la “maturità” possa ancora essere paragonata alla linea d’ombra conradiana.

Prendiamo il caso di una ragazza qualunque, che chiameremo Alessandra, diciannovenne all’ultimo anno del liceo classico. La prima sorpresa arriva già con la prova di Italiano. Nonostante ricorressero i cent’anni dal Premio Nobel a Grazia Deledda, autrice di cui Alessandra ha magari discusso in classe, azzardando paragoni con Luigi Pirandello, nelle tracce ministeriali neppure l’ombra. Viene quasi da dubitare che il centenario sia effettivo. Non è che l’insegnante si è sbagliata? No, pare di no, e la letteratura italiana si conferma, purtroppo, al maschile. Solo al maschile.
Al suo posto, la ragazza si ritrova davanti un testo poetico di Cesare Pavese tratto dalla sua ultima raccolta; una lirica che, con tutta probabilità, non ha mai affrontato in classe, poiché sventuratamente con il programma è arrivata a Svevo o a Montale. Alessandra, quindi, scopre il titolo di quella poesia solo in sessione d’esame e, accanto a Pavese, spuntano un autore a lei ignoto come Vitaliano Brancati, una traccia sugli ottant’anni della Repubblica e un saggio sulle frontiere di un filosofo ungherese il cui pensiero, a ben guardare, risulta parecchio reazionario e fin troppo in linea con i tempi che sta vivendo Alessandra e con lei anche noi.

Ma il paradosso più evidente arriva con la seconda prova. Per cinque anni, Alessandra si è letteralmente logorata le sinapsi e consumata il cervello per tradurre e comprendere il latino e il greco. Ha avuto insegnanti esigenti che pretendevano una conoscenza scrupolosa della grammatica, l’individuazione delle figure retoriche e un’analisi stilistica approfondita. Ha imparato a riconoscere il valore della parola, e che ciascun termine può avere un significato diverso in base all’autore, all’epoca e al tipo di testo. Ha studiato e fatto suo il labor limae e la brevitas dei poeti ellenistici come Callimaco e Apollonio Rodio; ha studiato Menandro, sviscerato il pensiero di Seneca e Tacito, confrontandoli con Lucano e Petronio. Ha apprezzato la profondità della cultura classica, per poi ritrovarsi una versione di Quintiliano di modesta difficoltà, seguita da tre quesiti a dir poco mortificanti.
La prima richiesta è un riassunto del testo, come se Alessandra non avesse già dimostrato di averlo compreso traducendolo. La seconda è un banale commento sullo stile di Quintiliano e la terza domanda, infine, è un confronto tra la musica del passato e quella contemporanea, chiedendole di scrivere un testo argomentativo. Non vorrei che in futuro eliminassero la prova d’italiano a questo punto. Il quadro non migliora con il colloquio orale. Ad Alessandra viene chiesto di parlare di sé per 5 o 10 minuti, per poi rispondere a domande sui programmi di quattro materie, dove il latino torna protagonista e il greco viene totalmente dimenticato per il secondo anno consecutivo, evidentemente perché considerato troppo difficile per i ragazzi di oggi.

È inevitabile che subentrino la rabbia e uno sdegno impotente, dovuto alla sensazione di non essere presi sul serio, di essere trattati da sciocchi. Il Ministero sembra sottovalutare sistematicamente la fatica, la costanza e la pazienza dedicate allo studio per cinque lunghi anni, e che i ragazzi potrebbero benissimo essere in grado di tradurre una versione difficile e di rispondere a serie domande di grammatica. Oppure, che potrebbero essere in grado di esprimere un proprio pensiero critico o in grado di collegare le materie a loro piacimento. Che ne hanno la facoltà e la maturità, verrebbe da dire.
Questo discorso non vale solo per Alessandra, ma per Michele all’istituto industriale, per Silvia al professionale, per Mauro allo scientifico. Vale per tutti quegli studenti che in questi anni hanno studiato sul serio. E non sono una minoranza, sono tantissimi; eppure non vengono considerati degni di quesiti alla loro altezza. Si chiede loro di parlare di se stessi come se stessero affrontando un esame di italiano per stranieri, e non una prova di maturità. Non si chiede più di personalizzare il percorso attraverso una tesina che documenti l’impegno o che valorizzi un argomento prediletto. L’orale è diventato un mero lasciapassare, un passaporto per il nulla, in cui alla domanda “Cosa vuoi fare in futuro?” la risposta standard è un rassegnato “quello che il mercato richiede“. E dove sono i sogni? Dov’è la personalità di ognuno? Dov’è quel desiderio, tutto giovanile, di divorare il mondo? Di cambiarlo?

Tutto questo sta diventando assurdo. Perché non trattiamo questi ragazzi da esseri umani? Perché li trattiamo da stupidi, rinunciando a metterli saggiamente in difficoltà e a porre loro domande stimolanti? Che cos’è diventato l’insegnamento se si riduce a questa parodia? Quale maturità si vorrebbe saggiare, se gli studenti sono ormai annoiati e stanchi tanto quanto i loro docenti?
Il rischio è che si vada avanti come automi, destinati a replicare una macchina infinita fatta di mediocrità e svuotamento totale. Viene in mente il giovane Holden di Salinger, quando si chiedeva (parafrasando): “Ma io che studio a fare? Per diventare poi come i miei genitori, che sono annoiati e infelici? E come tutti i loro amici, che sono parimenti annoiati e infelici?“. Nella sua precoce saggezza, Holden capisce che spesso la scuola non premia l’intelligenza o l’originalità, ma solo il nozionismo fine a se stesso. E la beffa finale è che oggi, a questo Esame di Stato, chi ha studiato davvero non trova nemmeno la soddisfazione di ricevere una domanda decente, capace di dare dignità e valore al suo percorso.

Forse, all’inizio di ogni indirizzo scolastico, si dovrebbe ripartire da una poesia di Pasolini, tratta dalle Lettere Luterane: “Siamo stanchi di diventare giovani seri, / o contenti per forza, o criminali, o nevrotici: / vogliamo ridere, essere innocenti, aspettare / qualcosa dalla vita, chiedere, ignorare. / Non vogliamo essere subito già così sicuri. / Non vogliamo essere subito già così senza sogni. /Sciopero, compagni, per i nostri doveri…”
Questi ragazzi “vanno messi in difficoltà”, vanno stimolati, incentivati, trattati da futuri adulti, che stanno per attraversare la fine delle loro certezze. E questi cinque anni di scuola li devono aiutare ad affrontare la vita vera. Non a imparare a memoria, non a ingannare per avere un voto più alto, non a perdere le speranze, ma ad affrontare il futuro con vivacità, con intelligenza, con domande, con curiosità. Con tanta vita, insomma! Solo così, potranno cambiare il mondo.




