Era il 2024 quando il ministero del Turismo cubano diffuse per l’ultima volta la campagna “Cuba Única”, pensata per rilanciare l’immagine dell’isola dopo la pandemia, puntando sulle bellezze naturali e l’ospitalità del popolo cubano. Un progetto ambizioso, che però non riuscì a invertire il declino.
Due anni dopo, il quadro è radicalmente peggiorato. Cuba vive la sua crisi più drammatica: la società elettrica nazionale ha confermato un blackout massiccio, con l’isola rimasta senza petrolio e gasolio a causa delle restrizioni statunitensi che, da gennaio, bloccano l’arrivo di forniture energetiche. È in questo clima che torna alla mente una frase pronunciata da Donald Trump lo scorso 27 marzo, sul palco del Faena Forum di Miami, durante il summit Fii Priority: “Cuba è la prossima, ma fate finta che non l’abbia detto, per favore.” Un sorriso beffardo, qualche risata trattenuta in sala, e la sensazione diffusa che l’ennesima frecciata al panorama internazionale avesse colpito nel segno.

Poche settimane dopo, il 14 maggio, quella battuta sembra trovare un primo riscontro concreto. Il direttore della Cia John Ratcliffe è arrivato all’Avana alla guida di una delegazione statunitense per incontrare i vertici del ministero dell’Interno cubano, tra cui Alvarez Casas e Raulito Rodríguez Castro. Una missione richiesta da Washington per trasmettere direttamente il messaggio del presidente Trump: senza cambiamenti strutturali, non ci sarà alcun avanzamento nei rapporti bilaterali.
L’Avana, nella nota ufficiale, ha ribadito di non costituire una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti, di non sostenere né ospitare gruppi terroristici e di non avere basi militari o di intelligence straniere. Nei giorni precedenti, in realtà il Dipartimento di Stato americano aveva annunciato la disponibilità a inviare 100 milioni di dollari di assistenza umanitaria diretta, accusando il “regime” di impedire agli Stati Uniti di aiutare la popolazione. Il ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez Parrilla, aveva replicato definendo l’offerta “incongruente” rispetto alla “guerra economica” condotta da Washington.
E’ chiaro, dunque, come la visita del direttore della Cia s’inserisca in un quadro sempre più evidente: quello di una pressione crescente sull’Avana, con l’obiettivo di orientarne, e limitarne, il futuro.

Il WION, (The World is One News), riporta parte di un’intervista in cui il presidente Donald Trump annuncia che gli Stati Uniti “potrebbero fermarsi a Cuba” dopo aver concluso le operazioni militari contro l’Iran, definendo l’isola una “nazione in fallimento”. La teatralità del suo parlare è sconcertante. L’ultima stoccata risale a venerdì primo maggio, tra un attentato sventato e una cena privata, ma per comprenderla al meglio è necessario creare un po’ di contesto.
Cuba appartiene alla sequela dei desideri proibiti caratteristici dell’amministrazione trumpiana, dopo il Venezuela e l’Iran. Per quanto effervescente, Trump non ha annunciato un vero e proprio nuovo obiettivo. Cuba vive da decenni sotto l’interesse americano, ben prima della crisi legata al crollo socialista, a partire dall’occupazione militare statunitense dopo la cacciata degli spagnoli. La risposta del governo cubano è sempre stata chiara: “Negociar sin perder un ápice de dignidad”, negoziare senza perdere la dignità. Da Raul Castro a Miguel Díaz-Canel (l’attuale presidente), senza mai svendere il valore della rivoluzione per salvare l’economia. Questa è storia, ripercorrerla tutta risulterebbe complicato e fuorviante, ma anche solo riesaminando il 2026, si possono analizzare una serie di eventi che hanno comportato il verificarsi di un nuovo “Período especial”.
Il 3 gennaio 2026, i telegiornali di tutto il mondo annunciano l’intervento militare americano sul territorio venezuelano e l’arresto di Nicolas Maduro. Nonostante Caracas e Avana distano oltre 2000 km, il crollo del regime venezuelano ha colpito duramente l’economia del Paese centroamericano.

Cuba dipende in larga parte dalle importazioni per il suo approvvigionamento energetico; il suo fabbisogno è quasi tre volte superiore a quello che produce. Inizialmente importava petrolio dall’Unione Sovietica, poi il Venezuela e il Messico sono diventati i principali esportatori di grezzo nell’isola. I due stati da soli soddisfacevano più della metà del fabbisogno cubano. Dopo l’attacco statunitense di inizio anno, il Venezuela ha smesso di commercializzare il petrolio con Cuba mentre il Messico, preoccupato dalle minacce di Trump sui dazi, ne ha sospeso temporaneamente l’esportazione. Così Cuba si sta spegnendo lentamente.
Già nel giugno 2025, i canali ufficiali della Casa Bianca avevano diffuso una scheda informativa con cui Trump annunciava il rafforzamento della politica degli Stati Uniti nei confronti di Cuba. L’obiettivo del presidente americano appare, dunque, chiaro: replicare ciò che è stato fatto al Venezuela poco più di quattro mesi fa. Far crollare chi è al comando, “suggerire” dei collaboratori più aperti al dialogo, allontanando il paese da possibili influenze cinesi o russe. La strategia? Esercitare una tale pressione finanziaria sul governo cubano da non lasciargli altra scelta se non quella di cedere alle richieste degli Stati Uniti. Embargo, dazi, isolamento: è solo questione di tempo. La situazione cubana è caratterizzata da due parole chiave: bloqueo e apagón.
Bloqueo significa blocco, isolamento, in questo specifico caso possiamo definirlo embargo o non definirlo affatto come preferirebbero gli Stati Uniti. “Tra noi che seguiamo da tempo le vicende di Cuba, abbiamo sempre evitato di usare la parola blocco. Ma si tratta a tutti gli effetti di un blocco”, affermato Fulton Armstrong, ex analista capo per l’America Latina della Central Intelligence Agency. Probabilmente questa parola in America non piace affatto. Nel 1962 durante la crisi dei missili fu preferito il termine “quarantena” e ancora oggi Trump sorvola sul termine. Ciò nonostante il New York Times racconta del maggior dispiegamento di truppe statunitensi degli ultimi decenni all’interno del Mar dei Caraibi. Una delle conseguenze maggiori del bloqueo è la mancanza di carburante per far funzionare le centrali elettriche dell’isola.

Ed è qui che prende importanza il secondo termine; apagón ossia blackout. “In nessun luogo sono stato così bene come all’Avana. È un posto dove non ci si sente mai soli, e dove la luce è così chiara che ti sembra di poter toccare le stelle con un dito”, le parole di Hemingway che oggi suonano quasi ironiche. Il paese caribico ormai vive continue interruzioni della rete elettrica che possono durare anche più di 24 ore. La scarsa corrente elettrica disponibile è utilizzata dai centri medici e dalle infrastrutture turistiche, settore, questo, che rappresentava circa il 10% del PIL dell’isola.
Il buio sta calando su milioni di persone, che cominciano a protestare contro il governo. Ma i continui blackout, sono solo parte della “malattia” che sta colpendo il paese. Cuba è una nazione isolata dal mondo. Non è solo il petrolio a scarseggiare; mancano medicinali e beni di prima necessità. La perla dei Caraibi fino ad oggi ha potuto vantare un ottimo sistema sanitario pubblico, in grado di garantire una densità di medici per popolazione superiore a quella dell’Italia e degli Stati Uniti: 1 medico ogni 150 abitanti. Numeri che diventano fumo davanti agli scaffali vuoti di farmacie e negozi sanitari. La carenza dei beni costringe i cubani a rivolgersi a mercati “privati” a prezzi esorbitanti.
Le immagini che arrivano da Cuba sono drammatiche. La popolazione non urla più libertà e musica, ma si racconta attraverso una nuova “sinfonia muta”, del tutto innaturale. Questa volta, il silenzio presente a Cuba dura ben oltre i quattro minuti e trentatrè, ed il direttore d’orchestra si chiama Donald J. Trump. “Credo che avrò l’onore di prendere Cuba. Che io la liberi, la prenda, che io pensi di poterne fare tutto ciò che voglio, volete sapere la verità… Sono una nazione molto indebolita in questo momento”, dichiara il presidente americano ai giornalisti. Chiaro ed esaustivo!
Washington, come affermano i maggiori analisti internazionali, mira a rovesciare Diaz-Canel, consentendo tuttavia al governo comunista di rimanere al potere. Nonostante si parli molto di accordi tra le parti, le notizie che riescono a trapelare dagli uffici governativi statunitensi sono davvero poche, e spesso le fonti preferiscono rimanere anonime. Questo serve anche a comprendere la delicatezza dell’affare in corso. Una cosa però è molto probabile: “la rimozione del capo di Stato cubano consentirebbe cambiamenti economici strutturali”. Non si tratta di conquistare fisicamente Cuba, ma di controllarne il collasso.

Ai primi di gennaio, l’amministrazione Trump aveva bloccato i rifornimenti a Cuba minacciando dazi su qualsiasi paese avesse inviato carburante all’isola, con l’obiettivo esplicito di bloccarne l’economia, provocando la caduta del regime che la governa dal 1959. A febbraio c’era stata una parziale apertura, con cui gli Stati Uniti avevano permesso al Venezuela di vendere petrolio alle piccole imprese private e commerciali dell’isola (quindi non al governo). Ma di fatto non è successo.
A fine marzo poi, Donald Trump ha dichiarato di non avere “alcun problema” con una petroliera russa al largo delle coste di Cuba. Interrogato sulla possibilità che la nave potesse raggiugere l’isola, ha affermato: “Se un Paese vuole inviare del petrolio a Cuba in questo momento, non ho problemi, che si tratti della Russia o di qualsiasi altro Paese”. Un aiuto doveroso da parte della Russia nei confronti dei loro “amici cubani”, come dichiarato dal portavoce del Cremlino. Questo ha offerto al popolo cubano pochi attimi di respiro, senza però riuscire a sanare la drammatica crisi che sta colpendo il Paese.
Per un po’ Cuba è rimasta da parte; una canzone in sottofondo, un film che continua a essere proiettato senza un pubblico in sala. Lontano dai riflettori dei media, così come dalle voglie di Donald Trump. O almeno fino a che l’adrenalina del secondo attentato sventato in pochi mesi, ha riacceso i fervori espansionistici del leader repubblicano. Il primo maggio, in un discorso al Forum Club of the Palm Beaches di West Palm Beach, il presidente ha accennato alla possibilità di un “intervento” statunitense a Cuba, suggerendo che ciò potrebbe accadere al ritorno delle forze militari dalle operazioni in Iran. Accolto con una fragorosa risata del pubblico: il grande momento dell’attore protagonista. “Potremmo arrivare a 100 metri dalla costa, e loro ci direbbero “Grazie mille, ci arrendiamo“, ha concluso l’inquilino della Casa Bianca. Chiuso il sipario e standing ovation.
Un continuo gioco del bastone e della carota. La situazione del popolo cubano resta appesa al filo di un rasoio, affilatissimo. Ciò nonostante tra le strade dell’Avana, tra chi si siede sull’uscio di casa, continua a risuonare una sola parola: ojalà! La speranza di tornare a vivere, liberi. Per ora, non resta che augurarsi: “¡Ojalá llueva café!” (Magari piovesse caffè!”
Le foto sono di Rose Marie Cromwell




