Il cortocircuito di Piazza Moro tra le infinite trappole della tutela

La rinascita del luogo più iconico di Bitonto è un simbolo del conflitto tra ambizioni di rinnovamento e rigidità delle prescrizioni imposte dalla Soprintendenza, a colpi di rinvii, dinieghi e richieste di revisione

Tutta la storia dell’intervento su piazza Moro ha origine in un concorso europeo di progettazione, Europan 16, al quale partecipano, nel 2021, due giovani architetti milanesi, Luca Luini e Riccardo Masiero. La loro proposta riguarda la rigenerazione urbana di piazza Castello, piazza Marconi e piazza Moro e si fonda su un’idea ben chiara: avviare il processo rivolto a ricucire il sistema delle piazze del centro ottocentesco di Bitonto con il centro antico e con lama Balice.

Il progetto prevede, in definitiva, l’eliminazione della cesura rappresentata dall’asse di via Matteotti, che oggi “taglia” le piazze Moro e Marconi, e la creazione di un’ampia area pedonale proprio nel cuore della città. “L’obiettivo era superare una frattura urbana e ricostruire un dialogo tra pezzi della città che, pur vicini, risultano separati”, spiega l’arch. Mimmo Pazienza (titolare con Carmine De Renzio di uno storico studio di progettazione), responsabile della direzione dei lavori nel luogo più iconico di Bitonto.

Il progetto originario di Piazza Moro

E già, perché piazza Aldo Moro, com’era stata ribattezzata alla fine degli anni ‘70, dopo lunghi decenni di onorato servizio alla memoria della prima regina d’Italia, Margherita di Savoia, non è semplicemente uno spazio urbano. Crocevia e salotto buono della città – qui, sullo sfondo della chiesa di San Francesco e del complesso dei Paolotti, si affacciano alcuni dei palazzi più belli, incorniciati a nord dal Torrione Angioino e da Porta Baresana – è per definizione l’agorà in cui la comunità si mostra e ritrova sé stessa, tra la routine quotidiana e i momenti più solenni, dagli spettacoli alle feste patronali ai comizi elettorali.

I due architetti milanesi con il loro progetto, valutato da studiosi e professionisti di livello internazionale, si aggiudicano l’Europan 16 e, dunque, l’amministrazione comunale, col sindaco Francesco Ricci, può candidare a finanziamento europeo il rinnovo del salotto cittadino: un’esigenza avvertita almeno da vent’anni, dopo la pavimentazione della piazza nei primi anni ‘80. Considerata la mole di lavoro che grava sul settore dei lavori pubblici, l’intervento è dirottato all’Ufficio Urbanistico, la cui responsabilità amministrativa è in capo all’assessore Francesco Brandi mentre quella tecnica è nelle mani dell’ing. Giampiero Di Lella, migrato in seguito alla Città Metropolitana di Bari a dirigere il settore Ambiente.

Questo l’antefatto del percorso che ha consentito alla città di mettere a disposizione della piazza cinque milioni e mezzo di euro, sui 12 complessivi del PNRR assegnati a Bitonto, destinati non solo alla riqualificazione delle piazze ma anche ad altre opere pubbliche, come il palazzetto dello sport e la palestra di Mariotto.

Sono trascorse poche settimane dall’avvio dei lavori su piazza Moro e il clamore (soprattutto da parte dei soliti leoni da tastiera), che ha accompagnato per mesi l’annuncio e l’apertura del cantiere, si è gradualmente sopito, lasciando spazio al “silenzio” degli operai e delle macchine all’opera. D’altra parte, le proteste più feroci si erano focalizzate sulla prima idea progettuale, che contemplava lo spostamento (inteso da molti come abbattimento) delle querce sul lato adiacente al prolungamento di via della Repubblica in altra zona della stessa piazza. Ma oggi, con la revisione del progetto che lascia gli alberi al loro posto, gran parte della polemica si è dissolta.

Il rendering della piazza, come dal progetto in corso

“Quando a circa metà dicembre del 2022 l’ing. Di Lella mi ha chiesto di assumere la progettazione definitiva ed esecutiva – racconta Mimmo Pazienza – ho esitato. L’incarico, affidato direttamente come previsto dalla legge per importi sotto i 140.000 euro, arrivava in un periodo in cui ero molto impegnato in altri lavori fuori città. Nonostante ciò, ho sentito che fosse giusto mettermi a disposizione. Vivo a Bitonto e, ogni volta che posso, cerco di contribuire con il mio lavoro a renderla una città più bella e più vivibile”.

Ma facciamo un salto indietro. Il progetto dei due architetti milanesi arriva sul tavolo del Comune di Bitonto nell’estate del 2021. Da lì prende forma il PFTE, il Progetto di Fattibilità Tecnico-Economica: il documento preliminare che definisce le scelte principali dell’intervento, ne valuta la sostenibilità tecnica ed economica e rappresenta la base su cui costruire le fasi successive dell’intervento.

Il PFTE redatto da Di Lella, con il supporto degli architetti vincitori dell’Europan 16, viene candidato al PNRR (il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza per il rilancio dell’economia a livello europeo varato dopo la pandemia) e ottiene il finanziamento. Subito dopo viene inviato alla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Bari che lo approva senza particolari osservazioni, limitandosi alle normali prescrizioni di tutela previste per interventi sui beni sottoposti a vincolo.

Mentre si lavora allo sviluppo del progetto esecutivo, emerge tuttavia un’idea destinata a cambiare l’impostazione iniziale: l’eventualità di un progetto per realizzare un parcheggio interrato sotto piazza Marconi, nell’area adiacente il Teatro Traetta. Così, l’amministrazione comunale sceglie di non intervenire su quella zona, concentrando la progettazione sulla parte finale della piazza verso piazza Moro. I lavori di riqualificazione vengono pertanto estesi lungo via Repubblica Italiana, fino a raggiungere la scuola Fornelli, ridisegnando un tratto urbano più ampio e coerente.

La nuova prospettiva comporta la necessità di una rimodulazione dell’intervento, che resta comunque pienamente conforme ai parametri iniziali fissati dal PNRR. Anzi, nella versione definitiva ed esecutiva vengono aumentate le superfici pedonali, cresce il numero degli alberi da mettere a dimora e la dotazione complessiva del verde urbano.

L’area dei lavori nella progettazione originaria

“L’obiettivo principale del progetto, per la parte riguardante piazza Moro, era la realizzazione di una ‘quinta scenica di fondo’, capace di dare una conclusione spaziale alla piazza, valorizzando la bella facciata della chiesa e del contiguo convento dei Paolotti – oggi quasi del tutto occultata – e offrendo una chiara prospettiva verso via Repubblica Italiana. Il progetto non prevedeva l’abbattimento degli alberi: l’intento era rimpiazzare i tre alberi secchi della cortina lungo corso Vittorio Emanuele II, ricollocando le altre querce in zone diverse della piazza, in particolare davanti a Palazzo Luise e lungo il prolungamento di via Matteotti in piazza Moro, nel luogo in cui si salda col centro antico, garantendo una continuità pedonale”.

Il progetto definitivo-esecutivo fu consegnato e validato nel giugno 2023, risultando perfettamente coerente col PFTE già approvato dalla Soprintendenza per quel che riguardava l’assetto di piazza Moro e parte di piazza Marconi.

Dall’estate del 2023 all’avvio dei lavori – proprio in questi giorni – trascorrono tuttavia due anni e mezzo. Un tempo sufficiente ad ingenerare ogni sorta di ragionevole dubbio sul destino della piazza ma anche ogni irragionevole fantasia, soprattutto da parte dei tribuni più attivi sui social. In realtà, ad allarmare l’opinione pubblica c’è anche una valutazione di ordine pratico, legata ai tempi imposti dal PNRR, che impone il completamento dei lavori entro giugno.

E, dunque, veniamo al cuore dell’inghippo; quella serie di circostanze che hanno avuto l’effetto di ritardare l’inizio delle opere, costringendo l’impresa Abbatantuono Arcangelo Costruzioni e Restauri Srl, affidataria delle stesse, a seguito di regolare gara, già dal giugno 2024, a ritmi frenetici per portare a termine l’intervento entro i tempi previsti.

Il progetto esecutivo risulta pienamente coerente con quello già approvato dalla Soprintendenza in sede di verifica del PFTE. Tuttavia, il peculiare sistema autorizzativo previsto per gli interventi finanziati con fondi PNRR – che affianca alle Soprintendenze territoriali una Soprintendenza speciale con sede a Roma – finisce per generare un vero e proprio cortocircuito procedurale”, spiega l’architetto Pazienza.

Per gli interventi finanziati con fondi PNRR il procedimento autorizzativo è gestito tramite il portale digitale del Ministero della Cultura, attraverso cui le amministrazioni caricano i progetti e le Soprintendenze, territoriali e Speciale, sono chiamate a esprimere il proprio parere entro termini ridotti e perentori. In tale quadro normativo, l’eventuale mancato parere entro i termini previsti, in realtà, non determinava la paralisi del procedimento: l’amministrazione comunale poteva adottare comunque la determinazione conclusiva, in un meccanismo assimilabile a un “silenzio-assenso rafforzato”, pensato per evitare stalli e garantire il rispetto delle scadenze prescritte dal PNRR.

Un tassello della piazza, nello sviluppo della prima idea

La Soprintendenza in realtà non si esprime formalmente sul progetto esecutivo e, in assenza di rilievi, il Comune procede con l’indizione della gara per l’affidamento dei lavori. Alla procedura partecipano diverse imprese e l’appalto viene aggiudicato all’impresa Abbatantuono con un ribasso del 10,50%. L’importo complessivo dei lavori, pari a circa 3,8 milioni di euro, comprende sia la riqualificazione di piazza Moro sia quella dell’intero asse di via Repubblica Italiana.

Nel frattempo, giunge alla Soprintendenza una petizione popolare che interpreta il previsto diradamento della cortina alberata antistante la chiesa e il convento come un abbattimento, mentre il progetto prevede e la ricollocazione degli alberi. Quando i lavori sono ormai prossimi all’avvio, grazie alla nomina di un direttore dei lavori temporaneo interno all’amministrazione comunale, la Soprintendenza, che viene formalmente informata, eccepisce di non aver mai ricevuto né espresso parere sul progetto esecutivo, respingendo l’ipotesi di un silenzio-assenso, che pure appariva oggettivamente configurabile. Ma il Comune, nel tentativo di evitare uno scontro istituzionale con l’organo di tutela, trasmette nuovamente il progetto esecutivo per l’approvazione.

A questo punto si verifica un radicale mutamento di scenario: il progetto viene pesantemente censurato. Viene imposto il distacco della piazza pedonale dal centro antico, con l’eliminazione della porzione di piazza Marconi inizialmente inclusa e il ripristino dell’attuale limite sud di piazza Moro. E ancora: viene prescritta la conservazione della posizione originaria degli alberi; si impone il riutilizzo delle basole dei primi decenni del Novecento, giacenti sotto la pavimentazione bituminosa, lungo l’intero tratto stradale compreso tra la fine di via Repubblica Italiana e lo sbocco di via Matteotti; viene richiesto il mantenimento dei salti di quota esistenti (il livello più alto della piazza) cassando l’idea progettuale che prevedeva l’eliminazione di ogni barriera architettonica.

“L’intervento su piazza Moro, che sembrava procedere lungo un percorso lineare – un concorso internazionale vinto da due giovani progettisti, un PFTE approvato senza rilievi, un finanziamento PNRR ottenuto in tempi rapidi e un progetto esecutivo che, nelle intenzioni dell’amministrazione comunale, avrebbe restituito in tempi ragionevoli alla città il suo spazio più rappresentativo – improvvisamente s’inceppa”, conclude Pazienza.

A gennaio di quest’anno, intanto, vengono resi noti i risultati della gara di affidamento della direzione lavori che vedono aggiudicatario lo studio di progettazione Pazienza – De Renzio & associati col riferimento dell’architetto Domenico Pazienza. La variante, già formalmente concordata con la Soprintendenza, prevede la saldatura della piazza al sagrato della chiesa e al convento, con una più ampia superficie pedonale e soprattutto con ottocento metri quadrati di verde, a fronte dei pochi metri quadri costituiti quasi esclusivamente dalle superfici di rispetto attorno agli alberi; l’installazione di numerose panchine con schienale, una fontanella pubblica, due tabelloni digitali per la richiesta di informazioni da parte di cittadini e turisti. Il monumento di Traetta resta al suo posto.

Un’ialtra immagine del rendering della futura piazza

Con un’esperienza di oltre quarantacinque anni, con tanti progetti rivolti al recupero del patrimonio storico, e quindi con tante occasioni di interlocuzione con la Soprintendenza, Pazienza racconta un cambiamento che non riguarda solo piazza Moro, ma un intero modo di intendere il rapporto tra tutela e progetto.

“Nelle fasi iniziali della mia attività – spiega l’architetto – il rapporto con i tecnici della Soprintendenza era improntato a un confronto aperto, diretto e costruttivo. Oggi, invece, prevalgono modalità rigide e scarsamente dialogiche, con prescrizioni che talvolta sembrano scollate dalla realtà concreta del progetto”.

Una criticità che tende ad emergere in diverse parti del territorio nazionale. L’Ordine degli Architetti di Reggio Emilia, per esempio, ha raccolto recentemente molte segnalazioni da parte dei professionisti del settore rispetto al rapporto con le varie Soprintendenze: storie di sopralluoghi che faticano a essere programmati, di referenti difficili da raggiungere, di procedure che avanzano a piccoli passi e con scarsa chiarezza. Difficoltà a cui si sommano richieste di integrazione giunte all’ultimo momento, documenti richiesti più volte senza un motivo plausibile e dinieghi basati su aspetti formali, senza un vero confronto nel merito dei progetti. Un cahier de doléances che l’ordine reggiano ha deciso di condividere con gli altri ordini del paese, per capire se si tratti di episodi isolati o di un problema più ampio e diffuso.

Il caso di piazza Moro diventa così emblematico di questa discrasia. Il progetto definitivo-esecutivo, sviluppato dallo studio dell’architetto Pazienza, è perfettamente coerente con il PFTE approvato dalla Soprintendenza: stessa impostazione morfologica, stessi materiali, stessa strategia di continuità pedonale. Eppure, quando il tempo dei lavori sta per scattare, la situazione cambia radicalmente. La Soprintendenza introduce prescrizioni mai formulate in precedenza né desumibili dal parere sul PFTE: tra le altre, come si è accennato, la richiesta di mantenere i dislivelli esistenti nella piazza, nonostante il progetto puntasse a garantire accessibilità universale e continuità pedonale, in linea con le normative più recenti, o l’obbligo di riutilizzare un basolato storico di grande spessore, con tutti gli incerti derivanti dallo stato di conservazione delle vecchie basole.

Un’altra porzione di piazza dal rendering

Un corto circuito procedurale che ha investito l’intervento, costringendo l’amministrazione comunale a muoversi in un terreno incerto, tra silenzi-assenso, interpretazioni discordanti e indicazioni perentorie sopraggiunte a lavori già appaltati. Ma soprattutto, riducendo “l’enfasi” dell’intervento, limitandone il valore urbanistico e architettonico.

“Questa esperienza dimostra come, in assenza di un dialogo fluido e coerente, la tutela di un bene di rilevanza storica possa trasformarsi da strumento di accompagnamento del progetto a fattore di impoverimento della qualità architettonica”, dichiara Pazienza.

In definitiva, la storia di Piazza Moro mette in luce quanto sia complesso operare dentro un sistema che, tra norme, pareri sovrapposti e sensibilità spesso divergenti, finisce per rallentare ogni tentativo di trasformazione. “Ma il nodo non è solo procedurale: è anche culturale. Perché accanto ai vincoli e alle prescrizioni, esiste un’idea di tutela che talvolta sembra guardare al passato come a un recinto invalicabile, più che come a un patrimonio da traghettare nel futuro”, spiega il direttore dei lavori.

C’è un gusto, un’estetica della conservazione, che in molti casi non si è evoluta come avrebbe dovuto. Rimane ferma a un’immagine idealizzata del “com’era”, senza considerare che la qualità dello spazio pubblico oggi si misura anche nella capacità di essere inclusivo, accessibile e confortevole, contemporaneo. “Le progettazioni più moderne e innovative non cancellano la memoria: la interpretano, la valorizzano, la rendono leggibile alle generazioni che verranno. Ma per farlo hanno bisogno di un terreno fertile, di un dialogo aperto, di una tutela che non sia solo difesa dell’esistente ma anche sguardo prospettico verso il futuro”, riprende l’architetto. “Una città che non evolve rischia di diventare un museo a cielo aperto; una città che evolve senza memoria perde la propria identità. La sfida sta tutta lì, nel tenere insieme queste due verità. E nel farlo con coraggio, competenza e un dialogo finalmente all’altezza della complessità dei nostri tempi e dei luoghi”, conclude Pazienza.

Una diversa prospettiva del rendering

Ora il cantiere è avviato. La complessa macchina dei lavori dovrà procedere speditamente, recuperando il tempo perduto e trasformando finalmente in realtà un progetto atteso da decenni. L’assemblea pubblica promossa dal Comune nei giorni scorsi, con la partecipazione dei tecnici e degli amministratori che hanno illustrato nel dettaglio le scelte progettuali e le modalità operative, ha avuto il merito di riportare la discussione su un terreno solido, dissipando molte delle ombre che avevano alimentato per mesi polemiche e fraintendimenti.

Anche il consiglio comunale monotematico convocato per iniziativa dei gruppi di opposizione, e in programma a fine settimana, si inserisce in questo percorso di trasparenza: un passaggio istituzionale che consentirà alla città di confrontarsi apertamente sul decorso dei lavori, restituendo al dibattito pubblico la dignità che merita. Se questa operazione di chiarezza fosse stata svolta efficacemente per tempo, forse molti fantasmi non sarebbero stati evocati, e l’intervento sulla piazza avrebbe potuto vivere un confronto più sereno, più condiviso, meno esposto alle semplificazioni dei social.

Ma ora è tempo che piazza Aldo Moro torni al centro dell’attenzione non come terreno di scontro, ma come opportunità di riscatto e progresso per l’intera comunità. Come uno sguardo proteso con slancio e ottimismo verso un futuro più consono alla storia e alle tradizioni civiche della città.