Prima ancora degli applausi, prima degli artisti e delle autorità, ci sono state delle parole. Parole semplici, fragili, spesso spezzate. Sul palco del Petruzzelli, Violante Placido ha dato voce ai bambini di Gaza. Leggendo lettere, racconti brevi, in qualche caso scarni: frammenti di quotidianità, desideri elementari, sogni pronunciati quasi sottovoce. Poi, improvvisamente, il vuoto. Le frasi si interrompono. Restano solo i fogli bianchi.
In quei silenzi c’è tutto: l’assenza, la paura, l’incertezza di un futuro sospeso. Ma quei fogli non sono soltanto il simbolo di ciò che la guerra ha spezzato; sono anche uno spazio aperto, una pagina che attende di essere scritta. È da lì che la serata trova il suo senso più profondo: trasformare l’ascolto in responsabilità, la commozione in impegno. Attorno a quelle lettere è stato costruito lo spettacolo Fratelli tutti – insieme con arte, un intreccio di musica, narrazione e testimonianza; un esercizio di bellezza che non è evasione ma strumento di solidarietà. Il Petruzzelli – «il teatro più bello del mondo» come esclama Alberto Sordi in una celebre scena di Polvere di stelle accanto a Monica Vitti – diventa per una sera un ponte ideale tra Bari e la Terra Santa.

Promossa dal Commissariato di Terra Santa con il supporto dell’Ufficio Comunicazione e Fundraising della Provincia di San Michele Arcangelo dei Frati Minori di Puglia e Molise, lo spettacolo (realizzato con il sostegno dei Rotary Club e dei Club Inner Wheel di Bari, e con Telenorba e Radio Vaticana New come media partner) ha visto la partecipazione di alcuni tra i nomi più significativi del panorama artistico: Sergio Rubini, Al Bano, Stefano Di Battista, Nicky Nicolai, Antonio Maggio, Tiziana Schiavarelli, i Faraualla e molti altri. Tra le autorità presenti, il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto e il sindaco di Bari Vito Leccese, oltre a fra Nicola Violante, ministro dei frati minori di Puglia e Basilicata, e all’arcivescovo mons. Giuseppe Satriano. Ma il cuore dell’evento sta lì, in quelle lettere. Tutto il resto – musica, parole, presenze – sembrava nascere da quel silenzio iniziale. È proprio da quei fogli rimasti bianchi che prende avvio un cammino più concreto. Per capire dove e come può tradursi l’aiuto evocato sul palco, il racconto conduce fino al convento della Madonna dei Martiri, a Molfetta, dove vive fra Gianni Mastromarino, dallo scorso anno Commissario di Terra Santa.
All’arrivo, la Basilica-convento ci appare in tutta la sua imponenza: maestosa nella piazza che la circonda e nel suo riflesso sul mare. Ma oltre le pietre che la compongono, siamo lì per incontrare la “pietra viva”, quella rappresentata da fra Gianni, un testimone che ha toccato con mano la “pietra di memoria” della Terra Santa, i luoghi della vita di Gesù custoditi dai frati francescani da 800 anni, da quando San Francesco d’Assisi incontrò il sultano.
Attendiamo fra Gianni nel grazioso chiostro del convento, dove il respiro dell’Invisibile si intreccia al canto degli uccellini. A farci compagnia, una statua in bronzo di Don Tonino Bello, appoggiato con atteggiamento “amichevole” a un pilastro del chiostro che tanto amava. Dopo pochi minuti arriva fra Gianni: un volto espressivo, segnato da un’estro artistico evidente. Ci accoglie fraternamente per offrirci una testimonianza intensa sulla sua missione nei luoghi in cui si riverbera il riflesso dei fuochi della guerra. Da diversi mesi ormai è commissario di Terra Santa, ma da anni accompagna pellegrinaggi e ha vissuto esperienze dirette a Betlemme, entrando nelle dinamiche sociali e incontrando i giovani attraverso l’arte, la musica e la pittura.

«L’esperienza con i giovani di Betlemme mi ha fatto innamorare ancora di più di quei luoghi. Ho espresso questa passione anche qui, con i frati della nostra provincia. Quest’estate è arrivato il dono di diventare ambasciatore della Custodia: il commissario di Terra Santa dà voce, sensibilizza, costruisce iniziative», spiega. Il suo incarico è iniziato in un periodo complesso, che lo ha portato spesso in quei territori per compiti diretti con i frati della Custodia: formazione, corsi biblico-archeologici, accompagnamento. «Dovevo rientrare il 13 giugno dello scorso anno, ma lo scoppio dei bombardamenti dall’Iran aveva già portato alla chiusura dell’aeroporto. Rischiavo di restare lì, se non avessi avuto l’opportunità di unirmi al pellegrinaggio dei vescovi toscani. Siamo “fuggiti” attraverso la Giordania e alla prima occasione siamo rientrati in Italia. Poi sono tornato più volte per realizzare reportage utili allo spettacolo che abbiamo organizzato, visitando in particolare i luoghi dove vivono bambini orfani e disabili, nelle scuole e negli ospedali legati ai frati».
Fra Gianni è originario di Grumo Appula, e proprio da qui nasce il legame con Sergio Rubini, amico d’infanzia. Un’amcizia fraterna che ha reso possibile l’avvio dell’organizzazione dello spettacolo al Petruzzelli.
«Non è stato facile organizzare una serata del genere – afferma – ma ci siamo riusciti grazie anche ad altre collaborazioni: Albano, Maurizio Fabrizio, Katia Astarita, amici di Fra Marco Valletta, che ha organizzato con me l’evento e si occupa dell’ufficio comunicazione della nostra provincia. È stata una serata impegnativa, ma è arrivata ovunque, segno che c’è grande sensibilità verso queste tematiche umanitarie».

La sfida più grande per i francescani è custodire la cristianità: non solo i santuari, oggi spesso vuoti, ma soprattutto le “pietre vive”, i cristiani che ancora abitano quei luoghi. Molte famiglie, per paura o povertà, scelgono di partire verso Canada o Stati Uniti. I frati cercano di sostenere chi resta, costruendo case grazie alle offerte dall’estero e affidandole con affitti simbolici a famiglie che hanno perso tutto. Fondamentale è anche il loro impegno educativo: in molte città hanno fondato i “Terra Santa College”, scuole aperte a bambini cristiani e musulmani. Persino famiglie molto religiose scelgono queste scuole perché garantiscono un’educazione solida. A Gerusalemme, il centro “Magnificat” accoglie giovani appassionati di arte e musica, creando legami che superano ogni barriera religiosa.
Il loro compito, in mezzo alle tensioni, è essere uomini di pace e riconciliazione, senza schieramenti politici, ma con la voce del Vangelo. «L’ultima volta siamo stati al “Baby Caritas Hospital” di Betlemme, che cura bambini di ogni etnia. Ho chiesto se ci fossero piccoli provenienti da Gaza, ma mi hanno detto di no: chi ha bisogno di cure viene portato all’estero o non può uscire dal territorio. Abbiamo incontrato bambini palestinesi che vivono una situazione drammatica: la Palestina si sta impoverendo e mancano gli aiuti. Lo scopo dello spettacolo è finanziare queste realtà che sostengono i bambini malati. Abbiamo visitato anche il centro “Effatà”, che educa e cura bambini sordomuti, e il “Creche” di Betlemme, dove vivono tanti orfani abbandonati da famiglie che non riescono a garantire loro un futuro», chiarisce.
I frati, eredi di San Francesco, continuano a essere ambasciatori di pace. L’unica arma dei cristiani è la speranza, che si concretizza nella preghiera e nella capacità di generare bellezza. È ciò che fa anche fra Gianni con la sua arte: «L’arte è uno strumento straordinario: è ciò che mi ha portato a Dio. Cerco la bellezza in ogni ambito, nei rapporti umani e nella vita. Una frase di Beethoven mi guida: “Il compito dell’artista è alleviare le sofferenze dell’umanità”. Quando l’arte non cerca il successo personale, ma il bene, allora è vera bellezza».

La sua arte nasce dalla musica, passione coltivata sin da piccolo. Negli anni ’90 suonava nei piano bar; poi, nel cammino vocazionale, ha messo da parte tutto, finché l’Alto non gliel’ha restituito: ha iniziato ad animare le messe, ha composto l’inno della marcia francescana, ha coordinato una band per la Giornata Mondiale della Gioventù di Roma a Tor Vergata: «Si è avverato un sogno senza che io lo cercassi. Mio zio, batterista jazz, ha riunito amici musicisti e insieme abbiamo trasformato i miei brani in versione jazz, creando un repertorio nuovo». Fra Gianni è anche pittore: ha sviluppato uno stile personale ispirato ai madonnari, usando gessetti su legno. «Il legno è vivo: le venature diventano sguardi, forme. Il gessetto, a contatto con le mani, diventa parte di te. A Betlemme abbiamo realizzato un’installazione con i giovani. Nel 2007 ho fondato il progetto “Arte Giovanni Paolo II”, con tante iniziative dedicate ai giovani artisti».
Alla fine, ciò che resta di questa esperienza – dal silenzio dei fogli bianchi del Petruzzelli alla voce pacata di fra Gianni nel chiostro di Molfetta – è l’idea che la bellezza può ancora farsi responsabilità. Le lettere dei bambini di Gaza, le testimonianze raccolte in Terra Santa, l’impegno dei frati che ogni giorno custodiscono vite e speranze: tutto converge in un invito semplice e concreto. Non possiamo colmare il vuoto lasciato dalla guerra, ma possiamo scegliere di non restare indifferenti.

E così quei fogli bianchi, che sul palco sembravano un simbolo di assenza, diventano la pagina su cui continuare a scrivere gesti di solidarietà. Perché, come ricorda fra Gianni, l’arte e la fede hanno senso solo quando si trasformano in cura. E ognuno di noi può essere parte di questa missione speciale.
Le foto sono tratte dalla pagina fb dell’evento




