Un’incognita perenne, ossessiva, rassicurante, a volte molesta. Una spinta altrove, indietro, ovunque, forse in nessun luogo. Eppure, per tutti esiste e pulsa più o meno sommessamente. Dove non siamo stati è il titolo emblematico e figurativo della collettiva a cura di Giuliana Schiavone, con la direzione artistica di Elisabetta Sbiroli, allestita tra i reperti del bellissimo Museo archeologico di Santa Scolastica, a Bari.
Una presenza delicata, discretamente invadente, armonicamente integrata quella dei ventiquattro artisti chiamati a confrontarsi con un tema così intenso, declinato in una miriade di sorprendenti molteplicità.

Ispirato ai versi della giovane poetessa, Giovanna Cristina Vivinetto, la mostra propone significative riflessioni, pulsioni, evidenti o soppresse, in circolo tra vuoto e tempi mediani, sempre in bilico tra il trascorso e il bramato, tra profezia e unione. L’impronta, che guida tautologicamente il senso di attraversamento, si amplia in estensioni in cui è facile smarrirsi. Tra le opere degli artisti invitati si avverte la compresenza di mappe emozionali, tessuti fonemici, proiezioni combinatorie, abbandoni poetici e inquietanti derivazioni.

Le opere esposte interagiscono con i reperti archeologici, con l’architettura che richiama storie di clausura, con l’estensione prospettica di luci, ombre, resti megalitici e sopravvivenze vegetali. Così come l’edera abbandona il vezzo ornamentale per farsi essa stessa carne e insinuarsi tra le fratture del tempo, le sculture in cemento interrogano, interagendo, l’appartenenza identitaria, i tessuti scolpiscono ripiegamenti semantici persistenti, un’etnografia seriale mappa la resistenza che vince la riqualificazione.

Questa complessità evocata riduce la distanza tra i linguaggi e passeggia liberamente tra passato e divenire, come le sinuose chiocciole che avviluppano la luce, le ammalianti stratigrafie dell’essere, l’imponenza della cancellazione agognata e mai pienamente posseduta, concetto evoluzionistico di un rapporto stringente tra logica del dovere, guidata dall’ossessione del tornare indietro, e pulizia esistenziale, schiacciata dall’ansia tutta contemporanea di ripartire da zero. Ma le proiezioni non riflettono sempre direzioni precostituite, l’imprevisto segue il ciclo naturale nella sua alternativa inesplorata dalla storia.
Attraverso un cifrario quasi esoterico, il concetto di traccia si definisce anche in cumuli ossei, offerta profana di spiriti in transizione, sospinti dall’esperienza polisensoriale che esalta la condizione autentica dell’essere, mutato, mutevole, mutante. Oracoli o echi smarriti di rinascite tra distorsione e adattamento.

Tra le sale del museo, tutto ritorna, inciso sulla pelle, ieraticamente moltiplicato, imbrigliato tra le maglie del tempo. Abbiamo chiesto a tre artiste partecipanti, Angela Rapio, Ezia Mitolo e Guillermina De Gennaro, quale sia il luogo in cui sentono maggiormente la propria identità artistica e in che modo si prendono cura della memoria.
“La mia arte, oggi, si colloca nella ricerca di segni che la natura lascia quando sopravvive: tracce, cicatrici, rigenerazioni. Sto sviluppando una visione che unisce osservazione e metafora – spiega Angela Rapio – cercando un linguaggio visivo che parli di resilienza e possibilità di rinascita. La mia identità artistica trova casa nei luoghi dove la vita resiste, è lì che sento di appartenere: negli spazi in cui la natura mostra la sua memoria e il suo coraggio. La stessa stratificazione che uso nei miei lavori nasce proprio da questi luoghi, dove il tempo non si cancella ma si accumula e parla”.

Ezia Mitolo riflette anche sui luoghi interiori, esprimendo il suo sentirsi pienamente soprattutto “nel fondo di me, nudo e crudo. Sento di appartenere a quel luogo interiore che mi accoglie e mi sorprende mentre sono vera. Quel luogo mi spinge fuori a raccontare e la mia verità identitaria non può essere che unica e originale. Il mio rapporto con la memoria intesa in quanto passato? Cerco di lasciarla andare tenendola stretta. Nel mio lavoro, infatti, seguo sempre le mie urgenze emotive, potrei trovarmi in qualunque posto, non so quanto mi interesserebbe davvero saperlo. Forse mi piacerebbe pensarmi tra le persone comuni e lasciare tracce utili del mio passaggio”.

Si prende cura della memoria, invece, Angela Rapio: “osservando ciò che nella natura continua a resistere nonostante le violenze dell’uomo: piante, animali, tracce di vita che persistono. Prendere cura della memoria, per me, significa dare visibilità a ciò che resta e continua, anche quando sembra fragile”.
Per Guillermina De Gennaro la memoria storica diventa fondamentale nel processo creativo. “Mi riporta indietro e avanti nello stesso tempo e lo spazio temporale si annulla nella dimensione creativa, in un dialogo silenzioso. Oggi – chiarisce -siamo in un’epoca in cui tutto fluisce velocemente ed è importante per me creare una sospensione del tempo, per osservare, pensare, riflettere, sognare… Mi trovo spesso a creare in ambienti con presenze vegetali e mi sento accolta e in sintonia con lo scorrere degli eventi, dove tutto si sincronizza con il nostro tempo”.
Nella foto in alto, Badesse di Irene Pucci




