Mondocane illustra la realtà distopica di Taranto

L'ampio dibattitio suscitato dal film di Alessandro Celli ripropone il nodo del futuro delle acciaierie di Taranto, tra chiusura o prosieguo dell'attività

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“La situazione di Taranto la conoscono tutti ma la dimenticano. Quello che si vede nel film è quello che potrebbe accadere se tutti facessero finta di niente”, ha commentato il regista Alessandro Celli parlando di Mondocane. “Io ci sono passato col film su Stefano Cucchi: se qualcuno a un certo punto alza la mano e dice di sapere chi è il colpevole, bene, altrimenti si rimane in un limbo in cui nessuno si assume la responsabilità di quello che è accaduto. Il cinema – spiega Celli – tratta tematiche politiche. Potevamo fare un film sull’avvocato che difende i lavoratori dell’Ilva invece abbiamo scelto di fare un film distopico. La nostra storia racconta delle cose e, come diceva Caligari, vale la pena fare un film solo se hai qualcosa da dire”.

A distanza di un mese dalla presentazione a Venezia, proviamo a raccontare il film che tanto clamore ha suscitato nell’opinione pubblica per l’originalità dell’approccio sul piano artistico a una tematica così drammatica come quella dell’ex Ilva.

Mondocane affronta, infatti, la vicenda in un modo sicuramente nuovo per il cinema italiano, utilizzando la deformazione distopica per raccontare una situazione reale già ampiamente lontana dalla normalità come comunemente intesa. “Quando tira il vento ci sono persone che non possono uscire, a causa degli accumuli di polveri sottili un po’ dappertutto. Si tratta di una situazione assurda. Mondocane per me non è un film distopico e basta, perché quella che mostriamo non è una situazione così lontana dalla realtà”, ha raccontato a Esquire l’attore romano Josafat Vagni, che nel film interpreta il braccio destro di Borghi all’interno della gang.

Ma vediamo di cosa parla il film. In un futuro non molto lontano, Taranto è una città fantasma cinta dal filo spinato in cui nessuno, nemmeno la polizia, si azzarda a entrare. Sono rimasti i più poveri che lottano per la sopravvivenza, mentre una gang criminale, le Formiche, capeggiata dal carismatico Testacalda (Alessandro Borghi) si contende il territorio con un’altra gang. Al centro del racconto due orfani tredicenni: Pietro, soprannominato Mondocane (Dennis Protopapa), brillante e riflessivo, e Christian (Giuliano Soprano), coraggioso e generoso ma che deve fare i conti con frequenti attacchi epilettici a causa dei quali è stato soprannominato Pisciasotto. I due, cresciuti insieme, sognano di entrare in quella banda. Ma qualcosa si incrina nel loro equilibro mettendo a rischio tutto quello in cui credono.

Questo in sintesi Mondocane, primo lungometraggio di Alessandro Celli, presentato come evento di apertura della Settimana della Critica nell’ambito della 78esima edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Un racconto di formazione post-apocalittico ambientato a Taranto che rimette in circolo il passato del nostro cinema (con protagonisti bambini tra le macerie del dopoguerra) in un immaginario futuro che parla dell’oggi. Ennesimo esempio di una progressiva trasformazione del cinema italiano di cui la Mostra di Venezia è stata testimone nel corso degli anni e che quest’anno ha definitivamente certificato. Film come Mondocane (e ovviamente come Freaks Out di Gabriele Mainetti, presentato in Concorso) dimostrano che il legame imprescindibile del cinema italiano con l’impegno, il sociale e l’attualità non è incompatibile con l’idea moderna di film fantastico, distopico e d’azione, ma anzi la può nutrire e renderla maggiormente interessante.

Il soggetto e la regia sono del quarantacinquenne Alessandro Celli (“gavetta” nei cortometraggi e serie tv), il fiuto produttivo di Matteo Rovere e della sua Groenlandia (ma c’è anche la Minerva Pictures di Gianluca Curti), che da anni ha deciso di investire sul cinema di “genere” e di cominciare a esplorare territori alieni al cinema d’autore italiano degli ultimi decenni. La miccia che ha fatto innescare la creazione di Mondocane è stata proprio l’intuizione che un mondo cinematografico post-apocalittico potesse nascere dalla cronaca, invece che dalla sola fantasia come avviene il più delle volte. Celli è quindi partito dai fatti di cronaca e si è chiesto “che cosa accadrebbe se non ci fosse una soluzione al problema”, se – come nel caso di Taranto – la gente dovesse continuare a vivere un dilemma ingiusto come la scelta tra lavoro e salute.

“La storia del film può essere più cose. Una provocazione, un racconto esistenziale, un coming of age incentrato sulla ricerca di un’identità familiare e individuale”, spiega il regista. “Ma vuole soprattutto essere la storia di un’amicizia. E per raccontare la vicenda di questi due orfani era necessario un contesto in qualche modo privo delle regole del mondo borghese. Questa distopia non nasce come un racconto di fantascienza, ma è ispirata dal vivo dibattito sulle sorti dell’acciaieria di Taranto e della sua gente. Abbiamo immaginato un fallimento sociale, la regressione a un Terzo Mondo dai grandi contrasti”. Dal punto di vista visivo, Celli ha scelto colori caldi prendendo come riferimento il cinema latinoamericano. Ispirandosi alle sue atmosfere e alle sue contraddizioni, ha cercato così di raccontare il sogno dei protagonisti nel momento in cui si realizza, dal loro punto di vista: sole, mare, una nuova famiglia, due soldi in tasca, una ragazza conosciuta in uno stabilimento. Sono sul tetto del mondo, cosa potrebbe andare storto? Il film, insomma, mette le dita nella piaga ancora sanguinante del dramma dell’Iva. Per il quale non si intravede ancora una soluzione certa.

Il governo di un paese davvero civile, dopo una sentenza pesante come quella pronunciata qualche mese fa nel processo Ambiente Svenduto, seppur in primo grado, avrebbe convocato una riunione d’urgenza per valutare il da farsi. Il presidente del consiglio e i ministri competenti (salute, sviluppo economico, transizione ecologica) avrebbero parlato apertamente alla cittadinanza per chiarire un punto fondamentale: l’Ilva chiude o rimane operativa? E se rimane operativa, a quali costi, umani ed economici? Quali sono i tempi per l’elettrificazione dei forni e a cosa servirà l’acciaio prodotto nei prossimi anni nello stabilimento tarantino? Una classe dirigente dignitosa – locale e nazionale – avrebbe parlato di questo, a meno di ventiquattro ore da una sentenza di condanna per “disastro ambientale” e “associazione a delinquere”.

Le uniche parole che invece vale la pena ricordare sulla vicenda Ilva sono, ancora una volta, quelle messe nero su bianco dalla Consulta, nella sentenza che dichiarò illegittimo il decreto Renzi che permetteva all’altoforno 2 dell’acciaieria di continuare a funzionare nonostante il sequestro disposto dall’autorità giudiziaria dopo la morte dell’operaio Alessandro Morricella, investito da una colata di ghisa incandescente e deceduto il 12 giugno 2015: “La Corte ha ritenuto che il legislatore abbia privilegiato unicamente le esigenze dell’iniziativa economica e sacrificato completamente la tutela addirittura della vita, oltre che dell’incolumità e della salute dei lavoratori”.

Le immagini sono tratte dal sito della Mostra del cinema di Venezia