Oronzo Liuzzi c’insegna com’è “profondo” il mare

Nella sua ultima raccolta di versi, finalista al premio "Lorenzo Montano" di Verona, il poeta coratino propone una suggestiva metafora della condizione umana

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Capita a chi spesso si pone in ascolto, mirare l’orizzonte fulgido e infuocato e ascoltare quelle parole, spezzate o interminabili, scambiate tra compagni di viaggio, di vita, di morte. Una storia che non ha confini o epoche, un destino che un po’ ci accomuna tutti, senza distinzione di passaporto. C’è poi chi decide di raccogliere proprio quelle lettere cullate dal blu fondo e cupo fino a traslarle in lirica, quale dramma contemporaneo di un io migrante che mai arresta il suo cammino. E lo fa egregiamente Oronzo Liuzzi, poeta e performer coratino, con la raccolta lirica Lettera dal mare (Oèdipus, 2018), un libro che allude anche a sogni, emozioni, incubi, desideri; finalista, tra l’altro, alla trentatreesima edizione del prestigioso premio di poesia e prosa “Lorenzo Montano” per opera edita, le cui premiazioni si terranno a Verona ad ottobre di quest’anno e a marzo 2020, nell’ambito del Forum Anterem 2019/20.

Le opere saranno catalogate e conservate, insieme ai manoscritti e ai volumi dei poeti contemporanei più significativi, presso il centro di documentazione sulla poesia contemporanea “Lorenzo Montano” della biblioteca civica di Verona, a disposizione dei critici e degli storici della letteratura.

Oronzo Liuzzi
Oronzo Liuzzi

Artista poliedrico, laureato in Filosofia Estetica all’università di Bari, Liuzzi ha pubblicato oltre venticinque libri tra poesia e narrativa, spaziando dai versi alla poesia visiva, dalla parola a stampa al libro oggetto e libro d’artista, dall’installazione alla performance.

Alcune sue opere fanno parte delle collezioni “Visual Poetry in Europe-Imago Mundi” di Luciano Benetton, MART di Trento e Rovereto, Museion di Bolzano, Museo della Carale Accattino di Ivrea, Museo Arte Contemporanea di Matino, Biblioteca Alexandrina di Alessandria d’Egitto.

Durante la sua attività artistica ha esposto in numerosi musei e gallerie nazionali e internazionali, guardando soprattutto all’unione della parola poetica con le criticità sociali e i diversi orientamenti visivi.

Con il libro Lettera dal mare, l’autore realizza in versi liberi la concezione della vita come viaggio, tragitto che va dalla nascita alla morte, percorso storico-concettuale che riguarda tutti gli esseri umani. Per comprendere meglio la sua poetica lo abbiamo intervistato.

Oronzo Liuzzi

Oronzo, cosa intendi tu per poesia?

Azione. Io, poeta, vedo, mi immedesimo e agisco.

La tua risposta è perfetttamente in linea con il tuo concetto mobile di arte, un fluire continuo e inarrestabile. Come nasce questa raccolta lirica?

Lettera dal mare è la storia di un giovane che scappa dal mondo dell’orrore e dalle guerre della sua terra per non marcire, alla conquista di luoghi dal sapore di felicità e di speranza, verso porti luminosi, ignoti e liberi.

Con questo libro, direi che ti protendi verso l’altro…

Mi sono sempre interessato ai più deboli, a coloro che soffrono, a quella gente e a quei popoli che vivono nell’ombra, nella zona oscura della società e del mondo. Ho sempre cancellato in me l’idea del nazionalismo. Accogliere l’altro. Aprire il cuore, lo sguardo e la mano all’altro per me è motivo di vita.

Da cosa trae ispirazione la tua opera?

Non dal contemporaneo che è già passato. Dall’attuale. Dagli uomini con tutte le loro problematiche interne ed esterne. Entrare nel mondo come un punteruolo e scavare e capire e accedere sulla soglia del senso.

Oronzo Liuzzi
Oronzo Liuzzi – “Mi è dolce naufragar in questo mare” (2019) cm. 70 x 70

La tua poesia è libera, come te, da strutture e fissità vincolanti…

Scrivo versi privi di punti e di virgole che coprono tutto il bordo della pagina, con un’azione continua, ritmica e con un cuore che si riscalda pagina dopo pagina.

Parli anche di sofferenza. Cosa intendi?

Parlo del vivere la sofferenza, della traversata di questo giovane migrante che chiamo mio fratello, non di sangue, ma come concetto cristiano di fratellanza. I versi sono inframmezzati da testi di brani musicali dei cantautori Gianmaria Testa, Franco Battiato, Ivano Fossati e Juri Camisasca.

È un’opera fortemente legata a problematiche attuali, come ti rapporti con queste urgenze?

Tutto è un gioco. Tutto è spettacolo. Tutto è travestimento. La realtà truccata si nasconde dietro il digitale. “Niente più confini, niente più élite”, ha scritto Alessandro Baricco, “niente più caste sacerdotali, politiche, intellettuali. Uno dei concetti più cari all’uomo analogico, la verità, diventa improvvisamente sfocata, mobile, instabile”. La strategia del gioco ha investito anche la cultura, l’arte, la letteratura e oltre. Si viaggia in superficie e nell’isolamento. Abbiamo perso la lingua vera di noi esseri umani. I valori colmi di angoscia e di sofferenza si amalgamano alla cenere della memoria e della storia. Il mio rapporto con la società lo chiamerei “spirito critico”, cioè, quel fulcro di equilibrio che mi permette di analizzare attentamente l’io e l’altro, l’io e la nuova tecnologia, l’io e la società, con una temperatura non troppo calda né troppo fredda, mantenendo attivi i due mondi senza cadere sul sentiero dell’intraducibile e della schiavitù.

Ognuno di noi è un migrante. Questo verso guida la lettura di tutto il tuo lavoro…

Questo verso sta a sottolineare che l’essere umano nella sua vita e durante tutta la sua esistenza è in continuo movimento, fisico, psicologico, sociale. Sente di vivere in una terra d’esilio. È l’anima del mondo in cerca del suo mondo. E’ un’onda del pensiero che riguarda tutta la natura vivente ed esistente dell’essere. Lo induce a compiere un capovolgimento sempre in atto, per riappropriarsi di ciò che non ha.

Il viaggio è inteso anche come cambiamento, ambizione.

Quante volte ci troviamo sulla soglia dell’impossibile, nelle abissali profondità e il nostro desiderio è quello di intraprendere un cammino per un cambiamento di vita, con l’intento di giungere, sani e salvi, nei porti della speranza, come una luce che scende lentamente sulla terra. In questo tentativo di riflessione metto al centro la parola poesia per un rinnovato incontro con i fenomeni che chiamiamo psiche. Per sognare l’avvenire.