Si dice che ogni tempesta, anche la più feroce, lasci dietro di sé un frammento di verità. Ma quando la pandemia irruppe nelle nostre vite, quell’antica saggezza sembrò vacillare profondamente. Il mondo trattenne il respiro, e per mesi la stessa frase rimbalzò ovunque, come un fragile mantra: questa tragedia lascerà un segno, niente sarà più come prima. Per alcuni era una promessa di rinascita, per altri un dubbio antico quanto l’uomo: sapremo davvero imparare dalle nostre ferite, custodirle, trasformarle in un nuovo inizio?
Il 5 maggio 2023, l’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiarò conclusa l’emergenza iniziata l’11 marzo 2020. Tre anni lunghi come un’era geologica, in cui il virus ha strappato al mondo circa venti milioni di vite e ha incrinato, in silenzio, molte altre dimensioni dell’esistenza: le relazioni, i gesti, la fiducia, la percezione stessa del tempo.
Ora, a cinque anni dall’inizio di quello sconvolgimento, possiamo forse tornare indietro senza tremare, rimettendo a fuoco ciò che abbiamo vissuto e ciò che abbiamo scelto – consapevolmente o no – di dimenticare. Perché quel tempo ci ha attraversati più di quanto siamo disposti ad ammettere.

LA MEMORIA CORTA DELLE TRAGEDIE
Il Novecento è stato segnato dalle due grandi guerre mondiali; ma quelle erano guerre vere, con nemici in carne e ossa, seppure spesso lontani, come nel caso della seconda, ma che comunque da qualche parte avevano un volto, delle gambe e delle braccia identiche alle nostre; e noi lo sapevamo, che dovevamo combattere contro persone come noi, seppure diverse nel profondo del cuore. O forse, non diverse nel profondo del cuore, semplicemente diverse. O, forse, neppure diverse, se non ai nostri miopi occhi.
Ebbene, cosa è successo? Passato il peggio, gli uomini, noi, abbiamo lentamente, ma inesorabilmente – con l’atteggiamento di chi deve assolvere a un compito salvifico – rimosso i milioni di morti, le devastazioni, l’arrivo dello spietato nemico e dell’amico salvatore, foriero anch’esso, purtroppo, di grande sofferenza; e ancora, le code all’alba davanti ai negozi, l’ossessione del cibo, la profonda indifferenza della gente, la crudeltà e l’immaginifica potenza delle contrapposizioni, l’incolmabile differenza, nonostante la situazione fosse, in qualche modo, disastrosa per tutti, per ricchi e poveri, per chi scompariva nelle strade e chi la sera andava all’Opéra, tra la dilagante miseria visibile pure ai ciechi e l’egoismo, la vigliaccheria, la connivenza, il delitto (Irène Némirovsky, Suite francese).
Come non chiederci come sia stato possibile che le vicende di quella spaventosa tragedia non ci abbia cambiato? Non abbia trasformato per sempre i nostri modi di essere? Il tempo è galantuomo in ogni senso, e tutti noi, giorno dopo giorno, siamo ripiombati nella routine di un mondo che, evidentemente, doveva allontanare quei tragici e miserevoli vissuti e quelle tristissime, indescrivibili immagini.

L’ARRIVO DEL NEMICO INVISIBILE
Poi, un bel giorno, ecco che arriva il famigerato Covid 19, siamo nei primi mesi del 2020, e ci spiazza, ci disorienta, perché è un nemico invisibile quanto pericoloso, in taluni, non pochi casi, letale. Un invasione di feroci ultra-corpi assurdamente invisibili. Un implacabile nemico che non si vede, che non ha volto né corpo, non viaggia neppure in rete; un crudele avversario impalpabile come la nebbia del ferrarese, che colpisce tutti senza riguardo alle diversità, ai territori, alle ideologie, alle religioni, alle passioni, agli stati d’animo, è spietato oltre misura, ed è drammaticamente democratico, nel suo mietere vittime senza cura alle classi, alle condizioni sociali, agli status. Come la morte nella strabiliante raffigurazione che ne dà Bosch nel Giardino delle delizie, l’immagine più volte restituita del Triste Mietitore con la falce nelle mani che stronca giovani e vecchi, signori e mendicanti, atei e cardinali, cavalieri e servitori. Don Chisciotte come Sancho Panza.
Ci siamo svegliati una mattina e abbiamo toccato con mano che stavamo vivendo in una società del rischio (Ulrich Beck). Una società spericolata, piena di contraddizioni, di insidie, di debolezze. La fragilità della moderna esistenza ha riempito le prime pagine, nonostante l’incomparabile sviluppo tecnologico (Donatella Di Cesare, Virus sovrano?).
SVILUPPO NON E’ PROGRESSO
Ci siamo resi conto che lo sviluppo economico, teso allo stare meglio, s’era rivoltato nel suo contrario, divenendo il principale ostacolo allo stare bene (Ivan Illich, Convivialità).
Sviluppo, non necessariamente progresso, s’intende, perché siamo noi che abbiamo erroneamente scambiato lo sviluppo tecnologico ed economico con il progresso tout court dell’umanità, che abbiamo dato per scontato che l’uno, lo sviluppo, fosse automaticamente sinonimo dell’altro, il progresso, che sviluppo e progresso fossero due principi sovrapponibili, che avremmo potuto utilizzare l’uno o l’altro a nostro personale piacimento. Siamo noi che abbiamo immaginato che l’avvento della Rete e del robot Delta c’avrebbe reso uomini e donne migliori, che, queste novelle stelle del firmamento tecnologico post-moderno, c’avrebbero accolto nel loro abbraccio universale, caldo, eccitante, rassicurante. Illuminante. Ci sperava Madame Curie, quando credeva nella catena progresso scientifico=progresso economico=progresso culturale e morale.

IL RITORNO DEI VALORI DIMENTICATI
Al che, invece, proprio la sotterranea improvvisa invasione del Covid c’ha fatto ripiombare in un vissuto da cui avremmo volentieri per sempre rifuggito. E le tematiche della solidarietà, della fratellanza, dell’umana pietà, della cooperazione, dell’amore e del bene comune hanno di nuovo prepotentemente calcato le scene della convivenza civile, non come semplici comparse, ma come capaci e robuste spalle dei due attori protagonisti: la salute pubblica e, in definitiva, la vita stessa del genere umano. La salute e la vita al primo posto, prima del Politico e dell’Economico. La sanità e l’esistenza stessa, il Sociale, dunque, prima della triade mercato-economia-dio-denaro che, ieri, come oggi, dettava legge. A scapito di valori come la bellezza, l’intelligenza e, soprattutto, la sobrietà: tre requisiti essenziali che la tanto decantata società post-moderna ha completamente perso di vista. Una società che ammalia come il canto delle sirene del racconto omerico, non in nome della conoscenza, ma dell’asservimento al mito del mercato, e lo struggimento per il dio-denaro è diventato così potente, e noi così tanto rimbecilliti da andargli dietro ansimando come cagnolini con la coda rasata tra le zampe.
CHE TIPO DI ESSERE UMANO VOGLIAMNO ESSERE?
A questo punto, la domanda delle domande potrebbe o, forse, dovrebbe essere questa: “A che tipo d’essere umano stiamo pensando?”, “Qual è l’archetipo, il riferimento imprescindibile, il faro che ci illumina, quando parliamo dell’essenza degli uomini e delle donne?”. L’essere umano non è una macchina per fare soldi, ma anche e anzitutto un congegno delicato che ha bisogno per continuare a funzionare di spiritualità, d’affetto, di solidarietà, di condivisione. L’uomo è, sì, progetto, ma un progetto collettivo. E, in ultima analisi, dovremmo dunque chiederci: “In che società vogliamo vivere?”. La situazione non è solo drammatica, ma forse anche un poco bizzarra nella sua lucida follia, ma che, comunque sia, costituisce una grande occasione di riflessione e di novelle opportunità per gli esseri umani del dopo pandemia. Con la speranza che questa sia la volta buona per poter affermare che, appunto, niente è, e potrà essere, come prima. La speranza – si sa – è sempre l’ultima a morire.

LA PANDEMIA COME “OCCASIONE” MANCATA?
Ma insomma, è mai possibile che ci voleva una pestilenza post-moderna per farci riflettere su dove stavamo andando? Per farci capire che possiamo atterrare su Marte, ma morire il giorno dopo perché abbracciamo un amico? Che la Natura è assai più crudele di quanto si possa supporre, di quella crudeltà tipica di tutti gli esseri e le entità innocenti; una crudeltà e una purezza per noi irraggiungibili, pure nei periodi più bui o più fulgidi della storia dell’umanità? Che questa nostra società della conoscenza, negli ultimi cinquant’anni, ha allungato a dismisura le nostre menti e le nostre braccia, ha impresso alla crescita tecnologica un’accelerazione spaventosa, pari se non più forte di quella realizzata negli ultimi tre secoli, e che tale processo non è necessariamente indolore? Come non vedere che questa stessa tecnologia si è sempre più scrollata di dosso la vecchia madre scienza, che ha perso la fruttuosa connotazione dell’autoriflessività tipica del mondo della ricerca, la capacità di riflettere su se stessa rispetto a validità, confini, ritorni: ingrediente fondamentale per una crescita sensata delle sorti del pianeta?
Ora, di fronte ad una possibile catastrofe umanitaria, nel pieno di una emergenza planetaria che ci ha colto attoniti e smarriti, riflettiamo che quella potentissima e autorevolissima triade formata dal mercato, dall’economia e dal dio-denaro, nei fatti, non è poi tale, quando le nostre stesse vite entrano in gioco, travolte da fattori che non possiamo controllare. Facciamo tesoro del concetto che forse è un errore smantellare sistematicamente lo stato sociale, in nome delle imperanti irrinunciabili esigenze del mercato, dell’economia e del dio-denaro, appunto. Che forse è uno sbaglio riporre in soffitta, permettendo che si ricopra d’una fitta rete di ragnatele, il sentimento di convivialità, che urge, invece, rinforzare, per rinsaldare i legami sociali, sempre, ma soprattutto di fronte a scenari di così gigantesche proporzioni. Questo dovrebbe essere dunque l’auspicio: un’inversione di rotta, rispetto al passato, nel mettere al centro la persona e le relazioni umane, il diritto a vivere una vita magari semplice ma piena, insieme agli altri, rispecchiandoci negli altri, aiutando noi stessi e gli altri a dare un senso a questa nostra per molti versi indecifrabile esistenza. Siamo tutti d’accordo? È questo che sul serio auspichiamo, bramiamo? È questo davvero il mondo che vogliamo lasciare in eredità alle generazioni future? Io non lo so.

So – come sapete anche voi – che da molto tempo stiamo versando ipocrite lacrime di coccodrillo, visto che ci siamo dimenticati che mentre noi in Occidente, e in una certa misura anche in Oriente, ce la spassiamo alla grande, in altre zone del mondo 1.440, millequattrocentoquaranta (una cifra da assegno bancario) bambini morivano e muoiono ogni giorno (uno al minuto). Mi sono chiesto al tempo del Covid: ora che sentiamo la morte tremendamente più vicina a noi, ci sentiremo più vicini pure a quelle morti lontane, o continueremo, nella sostanza, a fregarcene? Il genocidio perpetrato dai Nazisti ai danni del popolo ebreo sarebbe stato meno grave se si fosse trattato di un popolo senza civiltà, come gli zingari, che furono anch’essi sterminati? (Hannah Arendt, La banalità del male). La tematica è pungente e non può essere superata a cuor leggero. Di fronte all’incombente rovina, quel singolare personaggio di finzione del Dottor Stranamore ha proposto – in versione formalmente opposta, ma sostanzialmente uguale, a quella del genocidio – di scegliere alcune centinaia di migliaia di persone, per rinchiuderle in rifugi sotterranei in modo che sopravvivano. Ma chi dovranno essere questi fortunati? Coloro che appartengono alle classi alte, i fortunati possessori d’un quoziente d’intelligenza superiore, i più furbi tra i furbi? E gli altri? Quelli meno “alti”, meno fortunati e meno furbi, che fine dovranno fare? Il regime nazista iniziò il suo progetto di morte collettiva con l’elargire una fine compassionevole agli umani geneticamente imperfetti: cardiopatici, tubercolotici, diversamente abili, sia fisicamente che psicologicamente, per poi rivolgere il loro occhio disumano su tante altre categorie, gli ebrei, in primis, evidentemente.
In definitiva, la morte collettiva che divora le popolazioni del continente africano (ma di territori in grande sofferenza ce ne sono molti altri), non ci fa un grande effetto perché consideriamo quelle popolazioni inferiori, geneticamente imperfette? Noi siamo ariani e loro ebrei o zingari? Perché noi siamo più belli e più intelligenti di loro? Fa pensare che, in prossimità del suo secondo premio Nobel, Marie Curie fu accusata dai giornali antisemiti di essere ebrea (come Freud e Einstein e tante altre sorprendenti teste), proprio a causa della sua innegabile straordinaria intelligenza. Anch’esso un pregiudizio o, se si vuole, uno stereotipo bello e buono, certo, fondato sulla visione di una conclamata superiore intelligenza degli ebrei: un po’ la stessa visione che, per altri versi, ritaglia e assegna agli stessi israeliti, un naso adunco o la coda (Delphine Horvilleur, Riflessioni sulla questione antisemita). Uno stereotipo che stride tuttavia non poco con la nostra concezione – qualora sia – d’essere una razza superiore. Uno stereotipo, malauguratamente, insegue l’altro.

CINQUE SENSI IN QUARANTENA
Insomma, e tornando alla questione del possibile cambiamento: come supporre che il mondo ai tempi del Covid sarebbe scivolato via, come olio nella padella, lasciando intonso il mondo a venire? Che non avrebbe, al contrario, mutato profondamente molte delle regole del gioco, incidendo significativamente in quasi tutti, se non tutti, gli ambiti fondamentali del nostro vivere quotidiano in società? Nella società post-contaminazione globale da Corona Virus siamo – questa quanto meno è la mia impressione – sostanzialmente tornati al prima, ma quella per molti versi drammatica situazione che ci sembra del tutto oramai superata, è davvero oggi del tutto superata? Per tentare di rispondere, possiamo, allora, ragionare sui nostri cinque sensi, sull’importanza di gesti e comportamenti quotidiani, sul loro stravolgimento, facendo finta d’essere ancora nel bel mezzo della contaminazione.
Quanti segnali comunicativi sono stati aboliti in quei giorni? (Alessandra Totaro). La stretta di mano, l’abbraccio, il bacio passionale, ma anche quello amicale, piccoli comportamenti abituali, sono entrati in una crisi forse senza precedenti; e senza strette di mano, abbracci e baci, anche gli odori e lo stesso gusto sono scemati, si sono persi nell’asetticità della nuova dimensione: la dimensione della mascherina e dei guanti, a suggellare – senza possibilità di equivoci – il distanziamento sociale quale tragica quanto fatale condizione umana. Una nuova dimensione che suscita angoscia e, talvolta, pure irritazione.

MAGRITTE E LA NUOVA CONDIZIONE UMANA
L’immagine di noi tutti in strada con i volti celati dietro una maschera di salvezza è francamente inquietante. Il ferreo rispetto delle distanze, il non potersi avvicinare, stringere, toccare, neppure sfiorare ci fa piombare in una condizione surreale. Asetticità, inquietudine, angoscia mirabilmente espressa e riflessa, non a caso, nel lavoro di uno straordinario artista: René Magritte. Chi non ha presente la surreale distanza sociale pre-pandemia espressa dai suoi “Omini con la bombetta”, impeccabili nei loro identici vestiti grigio scuro, che scendono giù dall’alto come fitta pioggia? Esemplare metafora di una condizione umana già sfilacciata, a cui fanno da corollario la perdita dell’identità individuale e la banalità della vita quotidiana. Ma siamo, con quel dipinto, ancora all’interno di un’allegoria appieno novecentesca. Al tempo del Corona Virus siamo andati oltre. L’emblema di questa nuova dimensione si rispecchia in un altro dipinto di Magritte: i “Due amanti” dal volto coperto (Massimo Recalcati). I due amanti si baciano e non si baciano, perché non possono così coperti, con le teste avvolte in un panno bianco che impedisce loro persino di vedersi e tanto meno di comunicare. Anche in questo caso, siamo messi di fronte alla registrazione, all’illustrazione d’una fine spudoratamente manifestata. Il dipinto parla di morte e dell’impossibilità di comunicare. Magritte era ossessionato dai volti, che avrebbero dovuto nascondersi non soltanto nelle sue opere, ma anche nella vita reale. Se non che, con quelle mascherine che ora portiamo quasi con disinvoltura sul volto, si perdono segnali preziosi, viene meno un forse trascurato – giacché dato per acquisito una volta per tutte – tratto fondamentale della cultura occidentale: quello di potersi guardare in pieno viso. Un viso liscio come una palla, senza ostacoli, senza visibili ombre, che già un semplice cappello mette, in modo veniale, in parziale discussione, tanto è forte il nostro desiderio di guardare ogni più piccolo segno del nostro e dell’altrui volto. Quel volto che unisce, che costruisce, che fa innamorare.
L’AMORE AI TEMPI DELLA CONTAMINAZIONE
L’amore potrà ancora avere diritto di cittadinanza nel nuovo mondo; l’amore – letteralmente – sarà? I due amanti di Magritte, nascosti dietro i loro sudari, si scambiano un amore muto, incapace di un linguaggio diverso da quello del corpo, esprimendo, tuttavia, una forte passione nonostante l’impossibile dialogo. Forse è il bacio della morte? Un bacio tra due esseri umani che ormai non ci sono più? Privati dei sensi della vista e del tatto, crudelmente destituiti dell’occasione di ricorrere all’esperienza sensibile, ai due amanti è vietato conoscersi, come nei matrimoni di paesi lontani, dove gli sposi s’incontrano e si conoscono il giorno delle nozze. Solo che, nel caso dei nostri due amanti, il giorno delle nozze mai arriverà. Una linea di condanna, che tratteggia il transito dalla vita alla morte, il passaggio da comportamenti consolidati alla loro fine, alla stazione d’arrivo della socialità e delle multiformi relazioni umane così come l’abbiamo sinora conosciute e praticate.

Nella società della contaminazione globale, anche l’amore, dunque, morirà? Può darsi, ma è tutto da vedere. Gabriel García Márquez ha concesso a Florentino e a Firmina – i due protagonisti di L’amore ai tempi del colera – di coronare un lunghissimo inseguimento sentimentale, protrattosi per oltre cinquant’anni. E allora è possibile chiedere: in quale altro tempo possono dirsi sì due anziani amanti se non durante l’imperversare di una dilagante pandemia? (Giuseppe Lupo, I giorni dell’emergenza. Diario di un tempo sospeso). Più la contaminazione si espande e trama contro l’esistenza, più cerchiamo in essa protezione, nelle sue dimensioni, sì, alterabili, ma (apparentemente) indistruttibili, come l’amore. L’amore può vincere. Nel romanzo di García Márquez, l’amore, nonostante tutto, vince. Non così in 1984. I due eroi amanti, Winston e Julia, dopo la scarcerazione e la riabilitazione, s’incontrano in un parco e confessano d’essersi traditi l’un l’altro. Niente è recuperabile dei loro primitivi sentimenti. Qui, l’amore perde, nulla ha potuto contro l’inumana ferocia dei sistemi di controllo totale di Oceania, lo stato-totalitario del Grande Fratello.
LA CANCELLAZIONE DEI GESTI QUOTIDIANI
Tornando ai nostri cinque sensi (Alessandra Totaro), non v’è dubbio che stiamo assistendo a una loro, quando parziale, quando sostanziale, cancellazione. Registriamo impotenti lo scempio di gesti consuetudinari. Dei cinque sensi, il tatto è andato, ma anche l’olfatto e il gusto, perché gli addetti ai lavori hanno fatto sapere che il Corona Virus include, fra i sintomi iniziali, la perdita dell’olfatto e del gusto. Odori e sapori, dunque, si annullano. Del resto, anche l’udito, se non andato, risulta quanto meno compromesso, giacché dalle labbra velate dalle mascherine la voce esce quasi timorosa, esitante; costretta in una prigione di carta, avvizzisce come un’orchidea farfalla sotto la luce diretta del sole. Ebbene: se il tatto – strette di mano, abbracci e tutto ciò che governa la sfera della corporeità – è perso, se anche l’olfatto e il gusto sono persi e se pure l’udito è sulla stessa buona strada, allora ciò viene a confermare un’ipotesi allarmante: che da questa epidemia usciremo con una gerarchia cambiata all’interno degli organi di senso. Cambia la scala dei bisogni sensoriali. La vista sembrava essere l’unico senso rimasto ben saldo sulla breccia: da un lato, è stata intaccata, specialmente all’inizio, dalla difficoltà di squadrare la stramberia di questi nuovi esseri umani che si muovevano come sul set cinematografico d’una pellicola di fantascienza; forse sul serio un poco marziani; dall’altro lato, però, essendo praticamente l’unico senso che poteva viaggiare a pieno regime, ha fatto un salto di qualità, sviluppando sempre maggiori capacità.

Oggi noi guardiamo in modo diverso i nostri simili, i nostri occhi sono molto più recettivi al minimo particolare, molto più attenti; avidi di conoscenza, nondimeno guardinghi. Prima, spesso, gli sguardi si spostavano, s’alzavano e s’abbassavano fugaci, insicuri per un incontro diretto. Ora, non perdono occasione di confrontarsi. Ogni timore è svanito. Nella società della contaminazione globale, gli occhi sono diventati le nostre più efficaci lenti di ingrandimento per scrutare l’animo umano. Ma se un uso più attento e profondo della vista sembra essere l’emblema di questa nuova dimensione, il bacio – nei termini che abbiamo visto – la sua potenza, quale efficace e tenera personificazione della socialità, è definitivamente tramontata? Di fatto, l’immagine è e sarà in avvenire quella dei due amanti dal volto coperto di Magritte, che si baciano e non si baciano, perché non possono unire le loro labbra così coperte? Anche per noi, e non soltanto per il maestro belga, quell’illustrazione sempre più equivarrà a una fine spudoratamente manifestata? D’ora in poi, il dipinto parlerà di morte, e dell’impossibilità di comunicare, e forse d’amarci, non solo per Magritte, ma anche per noi?
LO STIGMA DEL CONTAGIO
Per millenni, fin dalla comparsa delle prime malattie infettive, al male si accompagnò lo stigma e questo sin da subito si rivelò un potente alleato del virus, spingendo chi sospettava di averlo contratto a nasconderlo (Barbara Gallavotti, Le grandi epidemie. Come difendersi). Una evidenza dura a morire, e c’è da capirlo, anche se deleteria per tutti, per il malcapitato e per gli altri. Per noi. E allora? Allora, e con riferimento all’Aids, sono risultati di straordinaria importanza gesti come quelli dell’immunologo italiano Fernando Aiuti e di una sua paziente che nel 1991 si scambiarono pubblicamente un bacio sulla bocca per dimostrare che il virus non si trasmette attraverso la saliva e che niente ostacola i normali contatti fra le persone. In quel momento, c’era in gioco la possibile trasmissione dell’HIV, appunto; con il Corona Virus, evidentemente, la questione è del tutto diversa, ma l’aspetto simbolico di quel bacio, la forza di quel gesto irriverente, rimane intatta. La fotografia, al tempo, fece il giro del mondo e destò una tale impressione da diventare una pietra miliare nella lotta all’Aids. Lotta per salvare l’organismo, naturalmente, ma soprattutto per salvare la vita tout court. L’esistenza nella sua interezza. Corpo e mente, e socialità.

QUALE IMMAGINE PER LA RINASCITA?
Se così è, se il bacio pubblico di Ferdinando Aiuti e della sua paziente ha, forse inaspettatamente ma perfettamente funzionato, quale potrebbe essere l’immagine altrettanto efficace da portare come simbolo della lotta al Corona Virus, nei suoi aspetti più retrivi, in vista del suo superamento? Al tempo, una prima risposta è arrivata dal Brasile, dove in un grande cartellone pubblicitario compare l’immagine di un bacio tra un uomo e una donna con parte del volto coperto dalle mascherine. Qui, a differenza con quanto accade nel dipinto di Magritte – a cui l’immagine è visibilmente ispirata, ma anche la suggestione del bacio pubblico di Aiuti e della sua paziente sembra palese, anche nella disposizione – le due bocche velate s’incontrano, lievemente, senza compressioni. L’immagine è toccante, anche se sarebbe stata probabilmente ancora più emozionante se quelle due labbra si fossero incontrate in modo più deciso, a suggellare in tal modo la forza prorompente dell’amore. Della vita sulla morte. Forse. O forse, bisognerebbe trovare un soggetto nuovo, qualcosa di diverso dal solito bacio. Malauguratamente, René Magritte non è più di questo mondo. Non da lui potrà venire una nuova rappresentazione. Oggi, evidentemente, tocca a noi, se non trovarla, quanto meno cercarla.
In alto, “Gli amanti” di Magritte




