Sono fede e amore gli “strumenti” della comunicazione della Chiesa

La comunità dei credenti si esprime con forme e regole proprie, che non possono essere ridotte a "ecclesialese" e che meritano rispetto come ogni altro linguaggio

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Si dimentica che l’uomo è parola. L’insieme di parole costituisce un linguaggio, strumento che mette in relazione due, tre o più persone. Il linguaggio è una forma di comunicazione tra individui attraverso un complesso determinato di suoni, gesti, simboli e movimenti dotati di significato, che definiscono una lingua comune ad uno specifico ambiente di interazione. La medicina, infatti, ha un suo linguaggio, e così la chimica, l’ingegneria, l’architettura, la matematica, la musica, ogni arte, ogni mestiere. Ogni gruppo, ogni comunità ha un suo linguaggio che doverosamente rispettiamo. Perché non dovrebbe essere così anche per la chiesa, per la fede, per la religione?

L’incipit mi consente di entrare in argomento: l’articolo “Dalla ‘sinodalità diffusa’ al ‘dinamismo trinitario’ tutti i peccati dell`ecclesialese” del prof. Rocco Berardi rischia di aggiungere caos a caos. “Un popolo è un insieme di individui che condividono origini, lingua, territorio, simboli, tradizioni religiose e culturali e leggi, formando un gruppo etnico e nazionale con una propria identità e coscienza di sé, indipendentemente dall’unità politica”, spiega il vocabolario Treccani. Non si può etichettare di ecclesialese una chiara identità che il linguaggio esprime per un popolo identificato da una fede.

Bisogna conoscere e scegliere le parole per comunicare. Per questo si va a scuola, per imparare. Nessuno si sognerebbe di cambiare le parole trigonometria o equinozio o spettrometria o edema, ecc. ecc. Perché pretenderlo da una religione? I termini vanno spiegati e poi impiegati. E così, per esempio, per mistero pasquale, dossologia, epiclesi, eucologia, memoriale, esequiale, mistagogia… La catechesi e l’omiletica, lo studio della teologia, della liturgia e della pastorale, hanno questa funzione: spiegare e far comprendere. Poi evangelizzare, pregare, celebrare.

Sino a domenica scorsa, nella messa dei fanciulli con i genitori, i piccoli hanno ben compreso cosa sia l’epiclesi (li aveste visti tutti in ginocchio, appena hanno visto stendere le mani sulle offerte del pane e del vino, senza che qualcuno abbia detto loro: in ginocchio!). Questa operazione del linguaggio appare utile e necessaria nell’uso politico che ne fanno papi, vescovi, preti e laici cosiddetti qualificati: vedi quel povero Enzo Bianchi.

I fedeli hanno bisogno di essere istruiti, educati, formati nella fede e soprattutto guidati.
Il vangelo non ha bisogno di correttivi. Il linguaggio biblico-evangelico ha solo bisogno di profeti e predicatori, di teologi, liturgisti e pastoralisti. Di credenti che siano ricchi di fede e del linguaggio dell’amore.

Per contro, proprio per fare l’operazione di cui si parla nell’articolo citato, ci ritroviamo difronte a traduzioni inaccettabili sia nel nuovo messale che nei lezionari. Leggere, per credere! La Chiesa ha il suo linguaggio e non deve mutuare da altri gli strumenti della comunicazione, che sono la fede e l’amore. Scorrete il Vangelo per averne prova.
Che vescovi e preti ne siano incapaci o che costruiscono omelie molto lontane dalla sensibilità dei fedeli e dalla loro passiva ignoranza nella quale sono lasciati sprofondare, questo è un altro discorso.

Mistero pasquale è e resta mistero pasquale. E i miei bambini, come i grandi, sanno cosa significano epiclesi e dossologia. E vedeste che bell’amen cantano! Colgo l’occasione per dare alcune spiegazioni sulle parole erroneamente considerate ecclesialese e non linguaggio specifico. Conoscendone il significato si comprende come esse non siano più ecclesialese. Se ne chiediamo la spiegazione e questa ci viene offerta, possiamo capire il significato non solo delle parole ma soprattutto dei riti ai quali partecipiamo, a volte senza capire. E allora, passiamole in rassegna le espressioni di cui ci siamo occupati, a mo’ di esempio, in questa riflessione.

Mistero pasquale: indica il compimento – nella passione, morte, risurrezione e Ascensione di Gesù – del disegno di Dio di condurre tutti gli uomini alla salvezza e alla conoscenza della verità. È il passaggio da questo mondo, nella gloria della risurrezione, presso il Padre. Ciò si realizza, attraverso una comunione di morte, nell’obbedienza del Figlio, verso un mondo nuovo, dominato dallo Spirito, (cf Gv 13,1; Fil 2,6-11).

Dossologia: nella liturgia cristiana si intende di solito un’esclamazione rituale, una formula, un breve inno, che loda, che esalta e glorifica Dio. Nella messa, dopo la consacrazione, prima del Padre nostro si esclama: “Per Cristo, con Cristo e in Cristo.
A te Dio Padre onnipotente. Nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria.
Per tutti i secoli dei secoli. Amen”. E’ il canto, la preghiera di un popolo che partecipa convinto e personalmente al culto che la Chiesa eleva alla gloria di Dio. Questa la consapevolezza che matura col gesto dell’elevazione del pane e del vino alla preghiera eucaristica, accompagnata dalla dossologia.

La preghiera eucaristica termina con la grande dossologia – letteralmente discorso/esclamazione (logos) di gloria (doxa) – nella quale si compendiano i tratti peculiari di ogni preghiera liturgica: il primato del rendimento di grazie e della lode («ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli»), il dinamismo trinitario, che vede il Padre come destinatario («a te, Dio Padre, onnipotente»), il Figlio come mediatore («per Cristo, con Cristo e in Cristo») e lo Spirito Santo come cooperatore («nell’unità dello Spirito Santo»), l’assenso corale della fede («Amen»).

Epiclesi: l’invocazione dello Spirito Santo nella Preghiera eucaristica o anàfora, perché il pane e il vino diventino, per la sua potenza, il Corpo e il Sangue di Cristo e perché coloro che partecipano all’Eucaristia siano un solo corpo e un solo spirito.

Eucologia: lo studio, sotto vari aspetti (dogmatico, mistico, liturgico), della preghiera.

Memoriale: La Chiesa cattolica crede che tutta la liturgia, ogni messa, è memoriale del mistero della salvezza. È l’opera che Dio Padre realizza attraverso suo Figlio Gesù Cristo, fatto uomo per gli uomini, morto e risorto per la nostra salvezza.
Il sacrificio di Cristo diviene pure il sacrificio delle membra del suo corpo.
La vita dei fedeli, la loro lode, la loro sofferenza, la loro preghiera, il loro lavoro, sono uniti a quelli di Cristo e alla sua offerta totale, e in questo modo acquistano un valore nuovo.
(n.1368 – L’Eucaristia è anche il sacrificio della Chiesa – Catechismo della Chiesa Cattolica – Il sacramento dell’Eucaristia).

Esequiale: gli estremi onori resi a un defunto, funerale. In particolare è il rito funebre che si compie in chiesa, abitualmente la celebrazione della messa, secondo gli usi liturgici, prima del trasporto della salma al cimitero.

Mistagogia: (s. f. [dal gr. μυσταγωγία; v. mistagogo].) nell’antica religione greca è l’iniziazione ai misteri.

Una comunità partecipa, prega, vive se capisce il significato delle parole e della liturgia che sta vivendo. E un parroco è la sua comunità. Comunità composta dalle sue pecore il cui odore deve essere ben noto e amato dal suo pastore. Un linguaggio semplice, giammai erudito e colto da ostentare, è la garanzia che l’Annuncio, l’ascolto avvengono con la volontà dovuta, nonostante la complessità degli argomenti.

Nelle foto, alcuni particolari delle vetrate del Duomo di Milano