“Il teatro per volare fin sulle nuvole”

La riscoperta dei classici, da Aristofane a Plauto, è la chiave del successo di Nephèlai, il laboratorio attoriale promosso da Carlo D'Ursi tra gli studenti di Mola di Bari

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Chi semina bellezza raccoglie futuro. Si chiama Nephèlai il laboratorio teatrale ideato da Carlo D’Ursi che mira ad instillare nei giovani il culto per le arti performative attraverso la conoscenza approfondita di testi d’autore e la messa in scena di interessanti spettacoli. Un nome, una garanzia, si potrebbe pensare. E il perché è racchiuso tutto in quel nome che all’udito suona armonioso in una lingua alla quale la nostra civiltà deve tanto: Nephèlai, traslitterazione fedele dal greco antico il cui significato è nuvole.

Il maestro Carlo D’Ursi

Quelle Nuvole divenute immortali nel 423 a.C. grazie alla commedia omonima di Aristofane che le trasforma in creature antropomorfe dotate di sensibilità e raziocinio tanto da farsi interpreti delle riflessioni del poeta. Una scelta non casuale ma neanche troppo scontata, considerato lo sguardo attento che l’officina teatrale di Mola di Bari volge costantemente alla modernità. E proprio come Socrate, l’iconico personaggio dell’opera aristofanea, il maestro Carlo apre i suoi allievi alla conoscenza del nuovo non dimenticando mai le radici del passato alle quali sono legati. Un’attività nata sotto forma di seminario in ambito scolastico e successivamente evolutasi in un frequentatissimo corso extracurriculare per soddisfare le richieste di genitori e studenti nonché per esaudire il desiderio di sua figlia Adriana da sempre appassionata di recitazione.

Mi sono formato seguendo corsi e stage tenuti da diversi insegnanti come Cris Chiapperini, Teresa Ludovico, Enzo Garinei, Paolo Panaro, Massimo Verdastro e tanti altri, avendo anche la possibilità di frequentare una lezione aperta presso lo Shakespeare Globe Theatre di Londra. Attualmente, invece, lavoro con la compagnia Diaghilev e molto l’ho imparato sulla scena“, racconta Carlo. “Tutte le mie esperienze -prosegue- hanno contribuito all’iter formativo che negli anni ho messo a punto per i miei laboratori, ognuno ovviamente declinato sulla specificità dei corsisti di diversa età e provenienza. In più di 20 anni posso affermare di aver avuto allievi dai 5 ai 90 anni con corsi dalla scuola dell’infanzia fino all’università della terza età“. Nephèlai, dunque, segue una linea professionale di approccio alle arti sceniche con esercizi e tecniche propedeutici all’attività teatrale, tra cui l’espressione corporea, la voce e l’improvvisazione seguiti dallo studio del testo, dalla costruzione del personaggio e infine dalla rappresentazione, che diviene così l’ultima tappa di un bellissimo viaggio introspettivo e di scandaglio psicologico.

L’amore viscerale per una letteratura classica dalle enormi potenzialità espressive, nonché miniera inesauribile di spunti di riflessione, ha spinto il maestro Carlo a portare in scena l’Anfitrione di Plauto con il primo laboratorio rivolto ai giovani. La vivacità del testo latino e la ricca polimetria della commedia non lo trattengono però dallo studio approfondito su altri testi del repertorio secentesco. E chissà se in futuro gli scritti di Shakespeare, Molière, Goldoni, solo per citarne alcuni, potranno essere letti, analizzati e rivisitati attraverso il vaglio di menti fervide e propositive. Tuttavia, alla stregua di un eterno ritorno nietzschiano, è necessario partire dai fasti del passato ponendo l’attenzione sui brani degli autori che hanno conferito al teatro un ruolo preminente nella formazione e nel consolidamento della civiltà occidentale.

Allora cos’è per Carlo il teatro? Spiegarlo non è facile ma non si esime dal compito con lampante semplicità: “E’ il miglior mezzo per veicolare la bellezza condividendo sentimenti ed emozioni. Una comunicazione di massa che non passa dai social ma è viva e diretta fra autore, attore e spettatore con l’alchimia creata ad arte dal regista”.

La sua “filosofia” teatrale potrebbe quindi essere riassunta in questi termini: se uno spettacolo catturasse il pubblico a tal punto da arricchire la sua sensibilità, la rappresentazione si direbbe riuscita; qualora invece si considerasse la messa in scena dal punto di vista degli attori o di chi si impegna per la buona riuscita della stessa, la trasformazione sarebbe profonda e implicherebbe un’accurata valutazione di  aspetti differenti che vanno dalla comprensione dei testi alla gestualità, fino alla modulazione della voce.

Sono questi gli ingredienti giusti per mettersi in gioco estrinsecando come opportuno la propria emotività, imparando a gestire e a sentirsi parte di un lavoro di squadra certosino. Lo ha percepito Anna Santamaria, assidua frequentatrice del corso di teatro tenuto dal maestro, al quale desidera manifestare la stima e la gratitudine di un’allieva che non smette mai di misurarsi con la frenesia della quotidianità trovando nel teatro le risorse di cui aveva bisogno. Vorrà forse dire qualcosa il fatto che da più di duemila anni il teatro continui ad esistere?

Le foto sono tratte dalla pagina fb di Nephèlai