La zuppa di pomodoro su Van Gogh? Rischia di essere poco

Il gesto di Phoebe e Anna, attiviste di Just Stop Oil, desta più scandalo dell'indifferenza dei governi verso l'ambiente e del genocidio in atto

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Phoebe Plummer e Anna Holland, studentesse inglesi rispettivamente di 21 e 20 anni, sono le due giovani attiviste per il clima che lo scorso 13 ottobre hanno imbrattato con della zuppa di pomodoro il vetro che proteggeva il dipinto I Girasoli di Vincent van Gogh nella National Gallery di Londra. L’azione ha suscitato un’enorme ondata di indignazione tra i media – specialmente quelli conservatori – e ha incontrato la resistenza di una larga fetta di popolazione, che non ha condiviso le modalità adottate dal gruppo Just Stop Oil (a cui le due ragazze fanno riferimento) per manifestare contro l’inazione dei governi rispetto alla crisi climatica.   

   

Abbiamo avuto modo di ascoltare direttamente dalla loro voce, nel corso di una videoconferenza, le motivazioni che hanno spinto Phoebe e Anna a compiere un gesto così eclatante. In una conversazione via Zoom, le due ragazze oggi al centro dell’attenzione mondiale, insieme ad altri attivisti di Just Stop Oil, hanno spiegato perché, dopo anni di proteste “canoniche”, come cortei e sit-in, hanno deciso di intraprendere delle azioni di lotta più radicali.

Gli attivisti ci tengono innanzitutto a rimettere le cose nella giusta prospettiva. E per farlo utilizzano un linguaggio che tiene conto della drammaticità del momento. Non a caso, una parola che ricorre spesso nei loro discorsi è “genocidio”. Un termine durissimo, ma che è stato inizialmente utilizzato proprio da quelle comunità maggiormente esposte ai danni dei cambiamenti climatici. Nel 2007, ad esempio, ne ha fatto esplicito riferimento George Poitras della Mikisew Cree First Nation, con sede nella città Fort McMurray, nella provincia dell’Alberta in Canada, sede degli impianti di produzione di petrolio dalle sabbie bituminose che progressivamente hanno reso inabitabile l’area. “Se non avremo più la nostra terra e quindi un posto dove vivere secondo le nostre tradizioni, vuol dire che ci stiamo avviando a scomparire come popolo. Cosa è questo se non genocidio?”.

Anche Phoebe Plummer, una delle due protagoniste dell’azione di protesta alla National Gallery, comincia il suo discorso dal concetto di “fairness” e di giustizia sociale. “Le persone nel sud del mondo sono quelle che hanno fatto meno per causare la crisi climatica, ma sono anche quelle che più stanno soffrendo per le sue terribili conseguenze, le prime che rischiano di dover lasciare le proprie case e spostarsi altrove”, spiega l’attivista. “Mentre noi parliamo, 33 milioni di persone in Pakistan sono state sfollate a causa delle inondazioni. In Africa, 36 milioni di persone sono state ridotte alla fame dalle carestie. Ma anche nel Regno Unito, dove noi viviamo, quest’anno è stata registrata, per due giorni consecutivi, la temperatura più alta di sempre. Vi siete sconvolti quando avete visto le immagini del quadro di Van Gogh ricoperto dalla zuppa, perché inizialmente, non sapendo ci fosse un vetro davanti, avete pensato che un’opera dal valore inestimabile stava per essere persa per sempre. E invece quell’opera era protetta. Qualcuno aveva pensato di proteggerla con un vetro. Perché quelle persone in Pakistan o in Africa non meritano di essere protette? La loro vita vale meno di un quadro?”, ha proseguito.

“A questo punto, è lecito chiedersi, cosa è più oltraggioso per voi? Due ragazzine che lanciano della zuppa contro un dipinto o il governo inglese che, al netto di tutto quello che sta accadendo, ha appena rinnovato oltre cento licenze per la ricerca e l’estrazione di combustibili fossili, come gas e petrolio, nel Mare del Nord? Cosa è più oltraggioso, due ragazzine che imbrattano un vetro o il fatto che i sussidi alle fonti fossili hanno raggiunto, in totale, una somma trentadue volte più alta di quella destinata alle rinnovabili? Sappiamo di non essere molto popolari in questo momento, ma va bene così. Questa non è una gara di popolarità, questa è una lotta per il nostro futuro”, tuona Phoebe.

La scelta di attaccare le opere d’arte come forma di protesta politica ha una storia moderna tutt’altro che scontata. Nel 1964, alcuni membri del movimento situazionista antiautoritario decapitarono la statua della Sirenetta a Copenaghen. Dieci anni dopo, una donna tentò di deturpare definitivamente la Gioconda con la vernice spray in una galleria di Tokyo, come segno di contestazione per l’assenza di accessi per disabili nella struttura. Ma sono state le suffragette inglesi, a cui Phoebe e Anna dicono di ispirarsi, ad aver reso sistemica la pratica di sfigurare, spesso irreversibilmente, quadri e dipinti nella loro strategia di lotta volta ad ottenere il diritto di voto per le donne. “Le suffragette erano odiate e disprezzate dalla società. Mettevano in atto una forma di lotta molto più violenta di quella nostra. Tagliavano e squarciavano le tele con il machete, non si limitavano a tirare della zuppa contro un vetro”, affermano le due attiviste. Per concludere: “Eppure noi oggi, guardando indietro, riconosciamo che avevano ragione”.

L’azione di protesta nella National Gallery è avvenuta proprio nei giorni in cui Liz Truss, ormai ex premier britannica, aveva sottoscritto il provvedimento per ripristinare il fracking e aveva ventilato l’ipotesi, potenzialmente fatale per lo sviluppo delle rinnovabili nel Regno Unito, di vietare l’installazione di pannelli solari su quasi il 58% dei terreni agricoli inglesi. Il nuovo primo ministro Rishi Sunak, subentrato dopo le fulminee dimissioni della Truss, ha annunciato di voler fare marcia indietro e di voler vietare nuovamente la tecnica del “fracking” – come d’altronde previsto dal manifesto dei conservatori redatto nel 2019 – ma gli attivisti di Just Stop Oil continuano ad essere scettici sulla reale volontà di Sunak di intraprendere azioni concrete contro il cambiamento climatico. A tal proposito, fanno notare che il premier inglese non sarà presente alla Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici che si terrà dal 6 al 18 novembre 2022 a Sharm El Sheikh. Un’assenza che Downing Street ha giustificato con la concomitanza di “altri impegni interni più urgenti”.

 

“Negli ultimi dieci anni, 1700 attivisti per il clima sono stati uccisi nel mondo”, interviene Anna Holland. “Al confronto, l’eventualità di essere arrestate e processate per le nostre azioni, come è avvenuto dopo l’attacco al quadro di Van Gogh e dopo aver bloccato diversi distributori di benzina nel centro di Londra lo scorso agosto, non ci spaventa assolutamente. C’è una frase di Audre Lorde, la mia pensatrice e scrittrice preferita, che dice che in ognuno di noi c’è un pezzo di umanità che sa bene di non poter fare affidamento sulla macchina che orchestra crisi dopo crisi e sta riducendo in polvere tutti i nostri futuri possibili. C’è una piccola percentuale di ricchi, in Occidente, che è completamente disinteressata alla sopravvivenza del resto del mondo”.

Phoebe, Anna e tutti i giovani attivisti di Just Stop Oil parlano riferendosi a dati, documenti, citando a memoria alcuni passaggi delle relazioni annuali dell’IPCC, dimostrando una profonda consapevolezza e conoscenza della situazione attuale. Hanno alle spalle diversi anni di attivismo “tradizionale”, spesi ad organizzare marce e a firmare petizioni, ma sono tutti giunti alla conclusione che continuare su quel percorso non sarebbe servito a nulla. Anche in Italia, d’altronde, si è acceso il dibattito su quali forme di protesta sia più efficace adottare per ottenere un impatto sull’opinione pubblica e sui governi. Non c’è attivista che non abbia letto quest’anno il libro Come far saltare un oleodotto di Andreas Malm (edito da Ponte alle Grazie), in cui si sostiene che ogni grande movimento di cambiamento sociale nella storia ha avuto bisogno, dopo un po’, di quelle azioni considerate violente e inaccettabili. Secondo Malm, i giovani che hanno cominciato a scendere in piazza nel 2019 seguendo l’esempio di Greta Thunberg, proprio come Phoebe e Anna, non possono trasformare la società fino a quando rimarranno dei “good kids”.

Difficilmente questi ragazzi cominceranno a piazzare ordigni sotto le raffinerie, come suggerisce provocatoriamente Malm, ma è chiaro che la tentazione di trasformare la paura in sabotaggio attivo è sempre più forte. “Non sono una criminale – dice Phoebe – Sono solo una ragazzina spaventata per il mio futuro”. A questo punto, dobbiamo tutti chiederci: lanciare della zuppa di pomodoro contro il vetro che protegge un Van Gogh o del puré di patate contro quello che custodisce un Monet è troppo o è troppo poco? E quanto tempo ci vorrà prima che la totale indifferenza verso quei milioni di ragazzi che scendono in piazza, pacificamente e ordinatamente, ogni giorno in tutto il mondo, conduca alla frustrazione e quindi ad azioni sempre più violente?