Where’s the Revolution? Nelle mani dei volontari

Tra iniziative sul campo e sensibilizzazione, l'impegno di “Puliamo Terlizzi” per una città più verde e più pulita è un esempio di civismo da sostenere e condividere

Sono le sedici e un quarto di pomeriggio, quando giungo alla sede di Puliamo Terlizzi. Ad accogliermi, in un caldo sabato di ottobre, la squadra di volontari intenti a sistemare gli attrezzi sulle auto. Per ridurre le emissioni di anidride carbonica si spostano con il minor numero di mezzi. Salgo a bordo di una delle tre auto dirette verso il tratto della complanare della provinciale 231, adiacente alla stazione di servizio Gallo Carburanti. Antonella, una volontaria, mi informa che si tratta del 357° intervento di pulizia ma che in realtà, considerati anche quelli che svolgono autonomamente i volontari, sono quasi  500.

Indossato un paio di guanti, sono al seguito di Francesco Paolo Barile, il presidente dell’associazione. “Da quanto tempo siete attivi sul territorio?”, chiedo. “Quasi dieci anni. L’associazione è nata, infatti, il 16 maggio 2013 ma all’inizio eravamo solo in due. Poi, pian piano, siamo arrivati ad effettuare interventi con 50 volontari. Attualmente sono 26 i soci”. Per partecipare all’attività, spiega, si può scegliere di diventare socio o di essere semplici volontari; oppure, ancora, di diventare volontari e soci. La differenza è che il volontario svolge attività di pulizia mentre il socio si occupa anche dell’organizzazione degli interventi e partecipa alle assemblee, con diritto di voto in merito a questioni come l’acquisto del materiale necessario alle attività di pulizia. “Ma come si finanzia l’associazione?”, chiedo al presidente. “Oltre alle donazioni e agli sponsor, utilizziamo i fondi previsti dal 5×1000. In dieci anni di attività, non abbiamo mai ottenuto un contributo dal comune. C’è sempre stato un muro invalicabile, un’indisponibilità al dialogo. E per fortuna che possiamo contare sulla solidarietà di tanti cittadini”, spiega Francesco.

Ma veniamo ai temi relativi all’attività svolta. Il presidente ha chiesto un’infinità di volte di potenziare i controlli sui comportamenti scorretti dei cittadini e ha anche proposto strategie alternative di raccolta dei rifiuti che invoglino a differenziare. Mi spiega che si potrebbero creare, in modo complementare alla raccolta porta a porta, alcune isole ecologiche attorno alla città che consentano, ad esempio a chi abita a pian terreno che lamenta di non avere spazio per i bidoni o a chi fa una festa il sabato sera in campagna, di avere un posto dove depositare i rifiuti invece che abbandonarli nei terreni o ai lati delle strade. Francesco ritiene che i cittadini vadano invogliati a fare la raccolta differenziata perché, oltre ai problemi pratici che può generare il porta a porta, ci sono forti resistenze di carattere culturale. Per non dire dell’inerzia e dell’abitudine.

Solo recentemente pare si sia aperto un canale di dialogo con l’amministrazione comunale, in seguito all’insediamento della nuova giunta. Francesco dichiara di essere spesso in contatto col nuovo assessore all’ambiente, Gaetano Minutillo, che, in realtà, avrebbe dovuto raggiungerci durante l’intervento di pulizia, proprio per constatare la gravità della situazione in cui versa il territorio. In realtà, nel tardo pomeriggio, vediamo arrivare un funzionario del comune con un automezzo furgonato e un dipendente a bordo: devono caricare i grandi sacchi di immondizia riempiti dai volontari per portarli al centro di raccolta.

Intanto, l’attività di pulizia prosegue. Ad un certo punto ci imbattiamo in un non troppo singolare caso di abbandono di rifiuti: tra gli ulivi appare una grossa fossa nel terreno, probabilmente una ex cisterna, stracolma di rifiuti, coperta di sterpaglie. Dentro un po’ di tutto: vetro, plastica, carta ma anche materiale edilizio di risulta. Francesco, vedendo il mio stupore nell’osservare la fossa, mi porta un po’ più avanti sulla strada: lo spettacolo è anche peggiore. Un accumulo di rifiuti sanitari: traverse sporche e pannoloni. Gli chiedo come sia possibile che nessuno intervenga per contrastare questi fenomeni. Ed egli mi spiega che i mancati controlli sui cittadini che fanno o non fanno la raccolta differenziata e la scarsa sorveglianza del territorio sarebbero da attribuire, stando a ciò che la polizia locale ha comunicato, allo scarso personale. Pare, infatti, che sino a poco fa ci fosse solo una unità in servizio all’Ufficio Ambiente e che solo recentemente, dopo anni di solleciti da parte dell’associazione, ne siano arrivate altre tre.

“Ma quanto è importante per la città e per la salute dei cittadini, avere aree verdi incontaminate?, gli chiedo. “Abbiamo creato cinque parchi in cui abbiamo piantato alberi che simbolicamente ricordano persone scomparse prematuramente o dedicati ai nuovi nati” risponde. Ma mi fa notare che, quest’ultima prassi, cioè quella di dedicare alberi ai nuovi nati, spetterebbe, per legge, alle città con più di 15.000 abitanti e che l’associazione si sta adoperando per far sì che questa diventi prerogativa del comune e non dei volontari.

Prima di portarmi a visitare una di queste aree verdi (era un terreno abbandonato, deposito di rifiuti), mi soffermo a fare alcune domande agli altri volontari. Antonella mi fa notare che l’impegno come volontari deve essere coadiuvato da opportune scelte quotidiane, come quella di acquistare prodotti che seguono modalità di produzione rispettose dell’ambiente e che incentivino le piccole attività e non le grandi multinazionali; o come quella di scegliere un’alimentazione vegetale, che può avere un impatto davvero significativo sull’ambiente.

Federica, invece, mi parla della difficoltà che ha trovato nell’azienda in cui lavorava, a Bari, nel differenziare i rifiuti che si producono in ufficio e di come si adoperi lei stessa a differenziare la carta, senza ricevere il sopporto dei colleghi. Di quanto la società consumistica, capitalistica in cui viviamo, abbia portato a farci “annegare” nella plastica. Della mancanza di una visione comune del territorio. Federica mi dice che s’impegna a sensibilizzare le aziende in questo senso, seguendo corsi di formazione per diventare responsabile dello smistamento dei rifiuti.

Di scuola mi parla Michele. Nella sua esperienza gli è capitato davvero poche volte di vedere docenti interessati alla questione ambientale o impegnati nel sensibilizzare i ragazzi. Tuttavia non si sente solo grazie alla straordinaria comunità di volontari che lo circonda e all’incessante attività di informazione che pratica per se stesso e per gli altri. Gennaro aggiunge che uscire settimanalmente per pulire il territorio è anche una pratica utile al benessere psicologico e fisico.

Ripuliti la strada e i terreni e caricati i rifiuti sul furgone del comune, ci avviamo verso uno dei parchi inaugurati da Puliamo Terlizzi. Ma prima di arrivare, ecco sul ciglio della strada una busta di gusci di cozze. A quanto pare, i volontari sono abituati a questo genere di ritrovamenti, tanto che hanno coniato un modo di dire per sdrammatizzare ed alleviare il disagio emotivo di raccogliere questa spazzatura: “Tutti quelli che buttano rifiuti mangiano cozze, non tutti quelli che mangiano cozze buttano rifiuti”.

Al tramonto il parco Sharbat Gula, vicino il sottopasso di via Mazzini, presenta un’atmosfera particolarmente suggestiva: ogni albero mostra una dedica, alcune scritte in diverse lingue, con decorazioni. Attorno agli alberi ci sono delle panchine dipinte dai volontari. Siamo di fronte all’ex stabilimento Fantini Scianatico dove si producevano mattoni, soprannominato la “la fabbrica della morte” per le vittime che ha mietuto con gas nocivi – l’ossido di stirene – che uscivano dalla ciminiera. Mi colpisce un albero in particolare, sul quale c’è una targhetta con la scritta: “Tu, per sempre nei nostri pensieri e nel nostro cuore” con dei fiori rosa disegnati intorno, vicino ad una panchina. E mentre leggo le altre dediche, Francesco mi palesa altre criticità che non risparmiano nemmeno questi parchi: gli alberi vanno innaffiati e curati e non sempre interviene l’autobotte del comune e così ci pensano i cittadini o gli stessi volontari. E, tuttavia, alcune piante muoiono nell’incuria.

Lasciando questo luogo dolce e amaro allo stesso tempo, mi vengono in mente alcuni versi di Pablo Neruda, “ma non va la mia ode a volare col vento, a correre con la guerra, né coi festeggiamenti: la mia poesia si è fatta passo passo, trottando per il mondo, divorando strade sassose, mangiando coi miserabili all’osteria glaciale della povertà, e io devo me stesso a quei sassi della strada”. Comincio a riflettere con il presidente di quanto questi luoghi rappresentino una ritualità comune, fondamentale per le città, e quanto sia necessario promuovere la creazione di nuovi.

“Cos’è che ti spinge ad andare avanti? Nonostante tante difficoltà?”, chiedo a Francesco. Ed egli candidamente mi risponde: “Non saprei fare altrimenti”. C’è un fastidio, una spinta che parte da dentro mentre cammina per la sua città; un impulso irrefrenabile ad impegnarsi per cercare di rendere il posto in cui vive un posto più sano. Ma sa bene che il sostegno della comunità, spesso, diventa funzionale ad un mero ammorbidimento della coscienza. Concordiamo entrambi che la retorica meritocratica e smielata dei meriti, appunto, del singolo è solo un ennesimo colpo alla possibilità della comunità di fare casa comune, di fare unione forte. Che guardare l’associazione come un gruppo a parte, distaccato, fatto di singole unità serve solo a scaricare su di loro le responsabilità del comune e anche dei cittadini. Che fino a quando non si comincerà a pensare con una logica comune, l’attività di volontariato sarà sempre soggetta al plauso in un certo senso commiserevole e immobilistico di chi osserva per poi dover fare il triplo del lavoro.

Per cui, certo, la splendida operazione che svolgono i volontari suscita in noi tutti ammirazione e stima, ma oltre a ciò dovremmo cominciare a fare pressione sulle istituzioni affinché svolgano la loro funzione e possa sfaldarsi la retorica del self-made man. “Where’s the Revolution?” cantano i Depeche Mode in Spirit. E quello che ci chiediamo anche noi.

Nella foto in alto i volontari di “Puliamo Terlizzi”, con il presidente Francesco Paolo Barile (terzo da sin.). Nelle altre foto, l’intervento di pulizia nelle campagne di Terlizzi