Tocca al pubblico rendere sostenibili tv, radio e web

Il Prix Italia, svoltosi a Bari, ha sottolineato il ruolo dell'utente nell'evoluzione dei media verso un futuro di libertà, legalità e reale pluralismo

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Cinque giorni di incontri internazionali, dibattiti, masterclass, anteprime e proiezioni. E’ il bilancio del Prix Italia, il concorso internazionale della Rai che premia il meglio delle produzioni tv, radio e web, svoltosi per la prima volta a Bari. Al centro della rassegna, giunta alla 74^ edizione, il tema della “sostenibilità”, come ben rappresentato non solo dal titolo dell’evento, Sustainable Me, ma anche dal logo: un ulivo che ha le proprie radici nei tanti broadcaster che, dalla prima edizione del 1948, animano il Prix Italia. Un albero che apre la propria chioma agli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’Onu, ramificata nelle diverse parole che declinano i vari aspetti della sostenibilità: cibo, acqua, educazione, inclusione, trasparenza, solo per citarne alcune.

L’adesione di 13 nuovi partner al Prix Italia

I numeri parlano di un’adesione in crescita, con tredici nuovi membri che hanno aderito al Prix Italia per la prima volta dal servizio pubblico di Algeria, Bulgaria, Camerun, Cile, Cuba, Giordania, Perù e del territorio del Kosovo. Una comunità in grande espansione e fermento che in questi giorni si è interrogata su un concetto, quello di “sostenibilità”, di per sé altamente fraintendibile, che non ammette una definizione univoca, specialmente nel momento in cui viene (solo parzialmente) spogliato delle proprie implicazioni ecologiche e messo in relazione con l’inevitabile aggiornamento dei mezzi di comunicazione tradizionali e digitali.

I media hanno la capacità di sopravvivere ed evolversi in modi che altri settori non hanno. Questo perché ci saranno sempre persone che produrranno informazioni senza necessariamente un’aspettativa di ritorno finanziario. Il punto, però, è quanto sia effettivamente utile, in ottica di “sostenibilità” dei mezzi di comunicazione, continuare a ripetere il mantra che ha guidato lo sviluppo dei media negli ultimi decenni nei paesi occidentali, ovvero che più media sono sempre e comunque meglio per il consumatore, per il pubblico e per la società. Ci si sta forse rendendo conto che non è così. Che sostenere media di qualità che contribuiscano in modo positivo alla crescita della società richiede una comprensione molto più attenta di un sistema complesso, un approccio più selettivo e meno indiscriminato.

La sostenibilità dei media è misura del giornalismo e dei contenuti di qualità

Paradossalmente, è molto più facile decidere di sostenere qualsiasi media, anziché concentrarsi su quelli realmente di qualità, che hanno bisogno di molte risorse, formazione e competenze specifiche per svolgere al meglio il proprio ruolo, rafforzando la possibilità di sviluppare governi trasparenti e società democratiche, di fare la differenza nell’ambito dei diritti umani, della lotta alle disuguaglianze e del contrasto ai cambiamenti climatici. La sostenibilità dei media diventa quindi misura del giornalismo di qualità e dei contenuti mediatici di qualità, che necessariamente richiedono un quadro funzionante di tre diverse aree: tecnologica, economica e politica. Per la produzione e la distribuzione di notizie è innanzitutto necessaria una tecnologia che sia sufficientemente conveniente e abbastanza efficiente nel diffondere le informazioni e nel farle pervenire alle persone a cui sono destinate. Allo stesso tempo, deve esserci un modello di business che garantisca entrate sufficienti e quindi l’indipendenza dei media, così come un quadro normativo e giuridico che li tuteli e agevoli, liberandoli dalla necessità di dover compromettere la propria autonomia per assicurarsi la sussistenza finanziaria.

L’ipercompetizione tra media causa una diminuzione della qualità dei prodotti

Se chi studia l’evoluzione dei mezzi di comunicazione nei paesi in via di sviluppo ha già presente cosa sia il fenomeno dell’ipercompetizione, che in quelle aree del mondo è palese dall’inizio degli anni Novanta, adesso in molti stanno notando che la stessa cosa avviene da tempo anche nei paesi occidentali. Internet e la rivoluzione digitale hanno creato spazi pubblicitari potenzialmente illimitati e questo esercita una pressione al ribasso sui prezzi. Quindi, mentre la domanda di contenuti multimediali continua ad aumentare rapidamente, la capacità (economica ma anche organizzativa) delle società di comunicazione di supportare la produzione di media di qualità è diminuita. Si è creata una situazione in cui ci sono più concorrenti – ovvero più società di media che competono per il pubblico e gli inserzionisti – di quanti il mercato ne possa sostenere. Situazione che si verifica anche perché, come spiegato in precedenza, la comunicazione non deve necessariamente creare profitto per essere allettante ed esistono vantaggi, politici o di altra natura, nel possedere società di media anche se queste non determinano un guadagno economico immediato e diretto.

Nei paesi in cui mezzi di informazione supportati dalla pubblicità sono difficili da stabilire o sostenere, i media in difficoltà economica sono spesso preda di uomini d’affari con altri interessi commerciali o con un’agenda politica da imporre a discapito dell’indipendenza della testata. È per questo che è stato creato il Media Sustainability Index, per misurare la sostenibilità del settore dei media nei diversi paesi (principalmente quelli con democrazie giudicate più fragili) e valutarne i miglioramenti (o peggioramenti) nel tempo.

Il Media Sustainability Index misura l’indice di sostenibilità dei media nei diversi paesi

Cosa ci dice il Media Sustainability Index? Che in un ambiente sostenibile, i media operano efficacemente in condizioni politiche, legali ed economiche sane. I giornalisti sono liberi di lavorare senza ingerenze e senza la paura di ritorsioni. Le società di media godono di condizioni legali e commerciali stabili affinché possano pagare stipendi decenti ai propri dipendenti. Gli assetti proprietari nel settore riflettono la diversità di opinioni tra i cittadini, rappresentando l’intera gamma degli interessi di una società, comprese le esigenze di informazione delle minoranze o dei gruppi repressi. Non è difficile constatare come anche nei paesi più democraticamente avanzati tutte queste condizioni non siano sempre soddisfate.

Per tutte queste ragioni, è stato importante che molti dei momenti di analisi e riflessione sul mondo dei media, condotti da chi quotidianamente lavora al loro interno, si siano aperti finalmente allo scrutinio esterno del pubblico durante questo 74esimo Prix Italia, con una vetrina dedicata su RaiPlay e la possibilità di assistere alle tante discussioni attorno al ruolo dei mezzi di comunicazioni in uno scenario da un lato pulsante e ricco di idee (come testimoniano le trasmissioni premiate), ma dall’altro estremamente eterogeneo e frastagliato. È importante perché la “sostenibilità” dei media non può prescindere dal coinvolgimento diretto del pubblico, che ormai da diversi anni ha rinunciato al suo ruolo di fruitore passivo, per interessarsi sempre più ai meccanismi dell’informazione.

Le immagini, tratte dalla pagina fb del Prix Italia, si riferiscono a trasmissioni mandate in onda dal centro antico di Bari. la foto in alto è tratta dal sito Ansa.it