Un film per uscire dalla stanza degli hikikomori

Con Silvio Maselli di Fidelio, la casa produttrice, analizziamo un disturbo diffuso tra i giovani, che la pandemia ha accentuato e l'arte può contribuire a fronteggiare

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In Italia si contano oltre centomila casi di disagio adattivo sociale, un problema che la pandemia sembra aver amplificato a dismisura, alimentando, tra l’altro, un fenomeno ad esso strettamente collegato – quello degli hikikomori – rivelatosi particolarmente ampio e drammatico. Si tratta di soggetti di età compresa tra i 14 e i 40 anni, residenti in paesi tecnologicamente avanzati (come il Giappone, dove sono stati rilevati i primi casi e che oggi ne conta un milione) che manifestano una forte tendenza a “stare in disparte”, isolandosi dal contesto sociale.

Per questi giovani, rinchiusi nella propria stanza, l’unica finestra sul mondo esterno è quella del monitor del pc. Con tutto quanto ne consegue, in termini di una vera e propria dipendenza da internet, come spiega Hikikomori Italia, uno dei pochi siti che fornisce informazioni e dati utili, su cui si dovrebbe cominciare a riflettere di più tra quanti operano nelle agenzie educative.

Il bullismo, le discriminazioni, le sempre più elevate aspettative della società, le relazioni famigliari controverse sono solo alcune delle cause che generano il fenomeno, causando abbandono scolastico e rifiuto di ogni tipo di progettualità. Un tentativo per comprendere le origini del disturbo e tentare di arginarne la drammatica portata, lo offre Essere hikikomori. La mia vita in una stanza, un docufilm trasmesso da Sky a fine gennaio, scritto e diretto da Michele Bertini Malgarini e Ugo Piva e prodotto da Fidelio, casa cinematografica fondata nel 2019 da Daniele Basilio e Silvio Maselli. Autori che vantano significative esperienze nell’Apulia Film Commission, in collaborazione col team creativo di Valerio Mastrandrea ed Elisa Barucchieri.

Essere hikikomori mette in relazione le storie di quattro ragazzi ventenni accomunati, nella penombra delle loro stanze, dalle stesse speranze, aspirazioni e difficoltà relazionali con i genitori e l’ambiente che li circonda. Lo spaccato narrativo prova a dar voce anche alle figure genitoriali, impegnate a ricreare spazi di dialogo con i figli e a sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema dell’isolamento sociale. La trama del documentario, contrappuntata da silenzi e movimenti claustrofobici e rivolta alla scoperta del mondo interiore, all’interno di un piccolo spazio abitato da inquietudine e fragilità, è alternata da un racconto animato dal titolo Deep, creato proprio dagli incontri online dei quattro giovani protagonisti. Il documentario è un tentativo di ricomporre il mosaico psicologico, affettivo e relazionale dei giovani hikikomori, sollecitando l’attenzione del pubblico a una maggiore consapevolezza del fenomeno, ancora troppo poco conosciuto.

Con Silvio Maselli, tra i fondatori di Fidelio, cerchiamo di illustrare i motivi ispiratori e il messaggio del docufilm.

Il tema del disagio adattativo non è recente. Ma è certo che la pandemia ne ha ampliato notevolmente i contorni e gli effetti negativi…

In realtà, il fenomeno hikikomori risale a tempi ben più anteriori rispetto alla pandemia, ma non c’è dubbio che questa lo abbia aggravato. Siamo diventati tutti più vulnerabili, come gli psicologi affermano da tempo. In un simile contesto, abbiamo ritenuto di estremo interesse raccontare storie che parlino delle nuove generazioni, con un approccio non morboso e con l’etica di uno sguardo puro, sincero e corretto. 

L’idea del film nasce dall’incontro con ragazzi affetti da questo disturbo?

Gli autori Michele Bertini Malgarini e Ugo Piva ci hanno fatto leggere il soggetto, ispirato a storie reali, e ce ne siamo subito innamorati. Abbiamo percepito la necessità di “raccontare” i nostri protagonisti e di cogliere l’attimo, perché la disponibilità a mettersi a nudo non era detto permanesse nel tempo.

Qual è il messaggio e a chi si rivolge quest’opera?

Il lavoro è pensato per parlare a tutti, in particolare ai giovani, hikikomori e non. Ma fatalmente si rivolge anche alle famiglie e alle scuole, cioè a quelle agenzie della formazione e della socializzazione che hanno un compito decisivo nel cogliere i segnali di cambiamento in una personalità per definizione fragile come quella degli adolescenti e nel porre in atto le azioni necessarie per far sentire accolti i ragazzi.

Avendo lavorato alla realizzazione del film, può offrirci un contributo a capire quando e come l’isolamento o la chiusura possono diventare patologici?

Ci sono segnali fisici, dall’autoisolamento al silenzio sino all’alterazione del ritmo sonno-veglia, e psichici, come la difficoltà a comunicare con gli altri e con la famiglia, traumi subiti a scuola o nella propria comunità di riferimento. Eppure non sempre i segnali giungono chiari a chi è in grado di capire, come conferma uno dei genitori presenti nel film. Da padre ho trovato struggente quel passaggio, perché può succedere a chiunque di accorgersi e capire nel tempo i motivi dell’aggressività esibita sui social e nelle nostre società.

Perchè un ragazzo decide di rinchiudersi in una stanza? Per la difficoltà ad accettare la realtà? Per l’incapacità di accogliere e di sentirsi accolto dai suoi coetanei?

Nessuno, all’inizio, si accorge di essere hikikomori. Lo si capisce nel tempo. I fattori scatenanti, come detto, possono essere molteplici e non necessariamente sono chiari a chi osserva. Pesa certamente la realtà che i ragazzi vivono a scuola o in palestra, la paura di confrontarsi con il mondo esterno, il ruolo sempre più importante attribuito al mondo virtuale. Ma forse sarebbe più giusto affermare che vi è un mix di tutti questi fattori, acuiti dalla mancanza di dialogo nelle nostre case, nella comunità, nel giro stesso delle amicizie.

Si tratta di una problematica ancora sottovalutata? Esistono progetti di accompagnamento e di sostegno?

Assolutamente sì, il fenomeno non è compreso. Nelle scuole mancano le giuste sensibilità pedagogiche e i genitori delegano a social media e smartphone il proprio ruolo educativo. Per questo abbiamo voluto raccontare questa bella storia di ragazzi che si rendono conto del proprio disagio e lo mettono in mostra per affrontarlo e superarlo. Almeno mi piace pensare che possano superarlo anche grazie al loro film.

Qual è la storia di Fidelio e dei prossimi progetti legati a questo film?

Fidelio nasce nel 2019 dal desiderio mio e di Daniele Basilio di dare vita a una casa per autori e creatori capace di accogliere idee innovative e sincere. Essere hikikomori risponde a questa esigenza. Sarà distribuito, d’intesa con Sky, in tutto il mondo e speriamo veda presto altri pubblici, oltre la piattaforma, girando nelle scuole e nei festival, così da aiutare a conoscere il fenomeno e mettere in rete altri ragazzi alle prese con lo stesso problema. Nessuno insomma si senta solo nella sua lotta. Un film, un documentario, l’arte possono alimentare la speranza di una finestra aperta sulla realtà; accendere un faro sulle problematiche da affrontare insieme, riattivando relazioni e sogni. Quei sogni che nelle stanze non possono spiccare il volo e che abitano l’animo di ognuno.

Nelle foto i protagonisti del docufilm “Essere Hikikomori. La mia vita in una stanza”