San Nicola vien di notte

L'opera che celebra le "gesta" del vescovo di Myra, in scena al Petruzzelli con la regia di Pagliaro, si rivela un grande successo di pubblico, tra ragazzi ma anche adulti

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Musica che vien dal mare. In un Teatro Petruzzelli, gremito in ogni ordine di posti, riecheggiano le note de La notte di San Nicola, l’opera per ragazzi composta da Nicola Campogrande su libretto di Pietro Bodrato. Un lavoro frutto dell’accurata regia di Walter Pagliaro che intende celebrare il legame del vescovo di Myra con la terra di Bari ripercorrendone tutta l’epopea, intrisa di fatti storici e leggendari, fino alla traslazione delle sue reliquie – dopo l’assedio musulmano – da Myra a Bari voluta da sessantadue marinai baresi nel 1087.

In uno spazio scenico dominato dall’elemento acquoreo, ora livido e burrascoso ora cristallino e disteso, naviga in balia del vento una zattera colma di marinai e pescatori che, diretti da un impavido capitano (Diego Godoy), invocano la protezione di Dio durante la traversata. Un’epifania desta in loro sgomento e al contempo ammirazione: San Nicola (Alberto Petricca) compare sulla chiatta in soccorso ai marinai placando le onde tempestose e aiutando i naufraghi a salpare sulla costa barese.

Qui uno stuolo di paesani saluta entusiasta l’arrivo del santo, al quale desidera tributare il giusto onore gettando per la città il seme del suo culto. In un battito di ciglia repentino lo scenario muta: strade, crocicchi e vicoli si ammantano della sua effige e di stendardi appesi alle mura diroccate in pietra, mentre sullo sfondo si staglia la sontuosa cattedrale con un ricercato effetto cannocchiale che consente di soffermare lo sguardo sugli elementi scenici principali intercalati da giochi di luci ed ombre. Proprio nei meandri della città antica si dispiega una serie di eventi prodigiosi che riconduce ai poteri taumaturgici del santo. 

Egli, durante una notte movimentata, si trova a risolvere situazioni di ogni tipo, da quella di un avaro brontolone (Giovanni Augelli) che si lamenta con il santo per non aver protetto la sua dimora, a quella di tre bambini caduti nelle grinfie di un perfido macellaio (Giuseppe Esposito) che minaccia di ucciderli, passando per l’episodio cruciale – attraverso cui la figura di San Nicola viene maggiormente conosciuta nell’immaginario collettivo – di tre fanciulle (Antonella Colaianni, Laura Brasò, Ilaria Vanacore) iniziate dal padre (Marco Miglietta) alla prostituzione, alle quali il taumaturgo di Myra regala una cospicua somma di denaro racchiusa in tre sfere che risolleva la famiglia da una condizione di indigenza, consentendo alle ragazze le giuste nozze e il riscatto dall’onta paterna.

Tutto risplende intorno alla sua persona, la meraviglia si propaga non solo nella scintillante mozzetta color oro tipica dei paramenti liturgici orientali così ricchi e fastosi, ma anche nei benefici apportati ad un’umanità reietta addensata negli angoli del nucleo antico, che il buon vescovo non trascura e che anzi dimostra di saper convertire avviandola ad un percorso di rettitudine morale, come avviene per i due ladruncoli (William Hernandez e Luca Simonetti) costretti a redimersi per il furto di un gruzzolo di monete d’oro. La città lo acclama e gli promette grandi opere in suo onore. Del resto lo suggerisce la stessa onomastica del santo, la cui etimologia non appare per nulla scontata.

Il nome Nicola, infatti, è composto dai sostantivi greci νίκη (níke, vittoria) e λαός (laós, popolo), la cui interpretazione oscilla tra “colui che è il vincitore sul popolo” o “vittoria del popolo”. Qualunque sia l’accezione che decidessimo di attribuire, permane il dato del trionfo su una moltitudine variegata e non omogenea. Una peculiarità che si riverbera altresì nel ruolo carismatico e indiscusso del protagonista di quest’opera, un San Nicola capace di imporsi con una voce grave e possente riscaldando i cuori di adulti e bambini con atti di generosità e di benevolenza. Un vescovo, dunque, che sradica dalla sua mansione quell’idea di religiosità austera e a tratti veterotestamentaria per elevarsi a guida spirituale terrena a fianco dei più bisognosi.

A loro si rivolge e promette di ritornare dopo aver varcato nuove mete e aver diffuso oltremare il suo culto, perché come un proverbio recita “San Nicola vien dal mare e per mare va”. Allora in un’escalation alternata di recitativo e belcanto, scandito dal tocco magico dello xilofono che vagheggia atmosfere orientali, un folto gruppo di paesani saluta dalla banchina portuale il vescovo di Myra ormai prossimo alla partenza. Prima che il sipario cali, un cono di luce illumina una porzione di scena: alcuni uomini trasportano il reliquiario di san Nicola, ancora oggi testimonianza tangibile del suo passaggio nella nostra terra a distanza di secoli.

Le foto dello spettacolo “La notte di San Nicola” sono di Clarissa Lapolla