Bellocchio rimette la croce della Dc addosso a Moro

"Esterno notte" s'interroga su una delle pagine più oscure della storia repubblicana opponendosi alla rimozione della drammatica vicenda del presidente Dc

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“Questa è la mia prima serie tv. E anche l’ultima”. Con un velo d’ironia, Marco Bellocchio, ultraottantenne in straordinaria forma, creativa e non solo, ha presentato alla 75esima edizione del Festival di Cannes il suo Esterno Notte, seguito spirituale di Buongiorno, Notte, pellicola del 2003 in cui si raccontavano, tra cronaca e immaginazione, il rapimento, la detenzione e l’omicidio di Aldo Moro, che la macchina da presa seguiva fin dentro la stanza della prigionia. A distanza di quasi due decenni, Bellocchio allarga lo sguardo illustrando ciò che stava febbrilmente accadendo all’esterno di quelle quattro mura, mettendo insieme diversi punti di vista e vari personaggi di quella dolorosa vicenda: il ministro dell’Interno e figlioccio putativo, Francesco Cossiga, l’amico Paolo VI, la coppia di brigatisti (non carcerieri) Valerio Morucci e Adriana Faranda, fino alla moglie Eleonora.

“L’idea di partenza era quella di fare un lunghissimo racconto, che si è trasformato in serie televisiva quando abbiamo capito che, se si voleva davvero approfondire tutto ciò che è avvenuto in quelle settimane, era necessario un tempo diverso da quello classico dei film”, ha raccontato il regista sbarcato sulla croisette al primo giorno di festival. “Con gli sceneggiatori abbiamo velocemente scandito la narrazione su sei episodi. All’inizio vediamo Moro, che poi scompare inabissandosi e lasciando la scena ad altri personaggi cruciali di quei giorni. Anni fa mi aveva colpito il libro di Silvana Mazzocchi su Adriana Faranda: ‘Nell’anno della tigre’. L’ho anche incontrata per fare un film su di lei, ma a quel tempo era ancora molto reticente, voleva controllare la storia e sindacare sulle mie scelte. Allora il progetto si è insabbiato. Penso che ora avrebbe un’idea diversa, ma ormai è andata così”.

Ad interpretare Aldo Moro nella serie è, forse inevitabilmente, Fabrizio Gifuni, che già aveva indossato i panni dello statista democristiano nello spettacolo teatrale Con il vostro irridente silenzio e sul grande schermo nel film Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana. “Mi ha sempre interessato capire l’origine del nostro di silenzio”, ha aggiunto l’attore. Che così prosegue: “Il contenuto delle lettere è stato rimosso, dimenticato consapevolmente. Le generazioni successive hanno operato una rimozione collettiva di una pagina così tragica, come se questa storia di martirio non le riguardasse più. Oggi risulta meno lontana rispetto a qualche anno fa, per quanto accaduto negli ultimi mesi, rispetto alla necessità di trattare con dei criminali per raggiungere uno scopo più alto. Moro era un uomo che si era spinto troppo avanti rispetto a quanto il perimetro della storia gli permetteva. In anticipo di quindici, vent’anni. Ma la domanda da porsi è un’altra: perché l’unica volta in cui si è usata la linea della fermezza è stata durante questo sequestro? Prima e dopo si è trattato con i terroristi”.

Lo spettacolo teatrale di Gifuni è stato una fonte importante di ispirazione per il regista, così come molti dei libri usciti in questi anni su quelle vicende. Non a caso, il saggista Miguel Gotor, che ha dedicato quasi interamente la sua carriera di accademico al sequestro Moro, è stato consultato come assistente alla sceneggiatura. “Questa serie – spiega Bellocchio – è molto meno ideologica di Buongiorno, notte. È passato altro tempo. Non voglio perdonare tutti, però non c’è odio. Non odio nessuno, sarà l’età. Mi spiace se qualcuno, come Maria Fida Moro, ha interpretato la serie come un accanimento da avvoltoi sui ricordi tragici di quegli anni. Per noi, da giovani, la politica era qualcosa di molto più importante. Vivevamo nelle utopie politiche che in quel 1978 stavano tramontando nella fossa del terrorismo, ma anche di altre tragedie. Moro ha dimostrato, con la sua discrezione e il sorriso democristiano, di guardare molto più avanti. Idee ardite, per cui ha pagato con la vita”.

Dopo aver visto tutti gli episodi in anteprima a Cannes, è impossibile non notare come la prima-ultima serie di Bellocchio debba molto alle incursioni televisive di Paolo Sorrentino, essendo anch’essa divisa tra stato e chiesa (i due poli che si oppongono al terzo, i brigatisti). Le scene ambientate nei “palazzi romani” riecheggiano Il Divo, dipingendo la politica italiana dell’epoca con tratti espressivi, scarso realismo e una certa enfasi cinematografica, mentre quelle in vaticano non possono che ricordare il machiavellismo e l’organizzazione un po’ paradossale di The New Pope (anche se con uno stile più sobrio e meno grottesco). In questo aiuta il fatto che a cosceneggiare ci sia Stefano Bises, che era stato appunto cosceneggiatore per la serie di Sorrentino. Bellocchio ammette che “non c’è stata nessuna collaborazione da parte del Vicariato romano” ma che sono stati utilizzati i set di Cinecittà costruiti a suo tempo per Habemus Papam di Nanni Moretti”.

Ed è proprio la presenza di Paolo VI, interpretato da Toni Servillo, che inizia ad agitare le acque e a conferire alla serie una grande personalità, dopo un inizio abbastanza didascalico e cronachistico. È con la sua entrata in scena che si fanno più intense le fiammate autoriali che ritraggono Aldo Moro figura quasi cristologica. Un’immagine già vista nel trailer lo rende chiarissimo: il presidente della Dc con il peso della croce che gli cade addosso, mentre dietro di lui c’è una processione di membri del partito che lo seguono come farisei. Il pontefice, che, a differenza dell’allora premier Andreotti, era motivato anche da amicizia personale nel tentativo di salvare la vita di Moro, cerca di rendersi utile in modi scomposti e irrituali, che sorprendono per la loro ingenuità e futilità (e che consegnano l’immagine di una chiesa impotente e facilona, cosa sicuramente non scontata per una serie Rai).

“Il papa è un uomo in conflitto ma non lo considero in dubbio. Tratta Moro come un figlio, è sotto shock per il sequestro e ad un certo punto prova a parlare agli uomini delle Br, non all’organizzazione, chiedendo persino consiglio ad un parroco su come toccare gli animi”, spiega il regista. È questa una delle sequenze più memorabili di tutta la serie, quando Bellocchio si inventa una notte di dubbi e tribolazioni del pontefice che desidera ardentemente fare qualcosa, scrivere una lettera (realmente inviata) ai brigatisti per convincerli a rilasciare Moro, ma si rende conto di non padroneggiare la lingua giusta, che il modo di esprimersi ampolloso della chiesa cattolica non parla a nessuno se non a chi già ne condivide missione e fede”.

Marco Bellocchio si rivela un credibile e attento showrunner, uno in grado di maneggiare benissimo la tensione, i cliffhanger e tutti gli strumenti narrativi tipici delle moderne serie tv (anche americane) per conquistare l’attenzione del pubblico e avvincere lo spettatore. Può sembrare una cosa poco sorprendente per chi ha già confidenza con la serialità (anche quella italiana di nuova generazione), ma sicuramente rappresenta un elemento di novità nel palinsesto di Rai 1, dove la serie andrà in onda in autunno. Nel frattempo, Esterno Notte uscirà in sala distribuito da Lucky Red e diviso in due parti, una al cinema dal 18 maggio e la seconda dal 9 giugno.

Nelle immagini alcune scene di “Esterno notte” di Marco Bellocchio