La prima vittima della guerra è la verità

Nel complesso contenzioso tra sostenitori e oppositori della causa ucraina, persino il cinema di Sergei Loznitsa accusato di non difendere l'identità nazionale

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Nato in Bielorussia e trasferitosi ancora bambino in Ucraina, con un passato da matematico prima di specializzarsi in cinematografia a Mosca, Sergei Loznitsa è uno dei registi contemporanei più singolari e acclamati, in grado di spaziare dai film di finzione (My Joy del 2010 e Anime nella nebbia del 2012, entrambi in concorso a Cannes, ma anche Donbass del 2018) ai documentari (Maidan del 2014 e Austerlitz del 2016) a film composti quasi interamente dal montaggio di materiali d’archivio (The Trial del 2017 e State Funeral, presentati fuori concorso al Festival di Venezia).

Sergei Loznitsa (foto dalla pagina fb del regista)

A dicembre, in occasione della sua presenza al Tallinn Black Nights Film Festival, ho avuto il privilegio di intervistarlo per lo show online “HOBO – A Wandering Cinema Podcast” (clicca qui). Loznitsa parlava dell’Ucraina già come di un paese in guerra e chiedeva di non abbassare la guardia su tutti quei territori in cui la Russia ha qualche interesse in gioco, “terre in cui non si può mai sapere quando si ricomincerà a sparare”. Parole che, ad ascoltarle oggi, assumono un significato ancora più pregnante.

Il suo ultimo film, Mr. Landsbergis, è un nuovo tassello del grande congegno riflessivo messo a punto negli anni dal regista, muovendosi sui due assi della manipolazione/combinazione delle immagini di archivio e della sonorizzazione quasi completamente ex novo ed ex-post. Un racconto che ripercorre gli anni in cui la riconquista dell’indipendenza della Repubblica di Lituania, sfuggita al controllo diretto dell’Unione Sovietica nel marzo del 1990, fu al contempo sintomo, principio e concausa del collasso che poco dopo avrebbe coinvolto il colosso comunista.

Un film straordinario che rovescia la prospettiva del precedente The Event (riguardante i giorni del putsch di agosto a Mosca) e che passa con grande agilità dall’epos alla satira, arrivando a disinnescare l’ideale diffuso in occidente di Gorbachev come l’illuminato e democratico “ingegnere della Perestrojka” e delineando invece il profilo di un uomo completamente organico alla burocrazia sovietica, seppure distante dall’eredità staliniana. In fondo e inevitabilmente, l’ennesimo capo di un impero che si ostinava a raccontarsi come un’utopia democratica.

Il documentario si apre con le immagini di Gorbaciov che viene accolto dalle autorità con omaggi e sorrisi, quando una voce dalla folla gli grida: “Signor Gorbaciov, perché Mosca non vuole ascoltare il desiderio della Lituania di essere indipendente?”. Lui si gira, appare seccato, dice qualcosa ma la domanda rimane inevasa. Già dal 1988, la Lituania era divisa tra i fautori delle piccole conquiste concesse dalla perestrojka e coloro che, invece, chiedevano un cambiamento radicale, una piena autonomia dall’Urss. Autonomia che cominciò a profilarsi l’11 marzo 1990, quando la Repubblica Socialista Sovietica Lituana divenne la prima repubblica baltica, occupata dai sovietici, a tornare indipendente. Le truppe sovietiche tentarono però un colpo di stato già nel gennaio del 1991, scatenando gli scontri a Vilnius nel parlamento e alla torre della televisione, causando numerose vittime civili. Ma alla fine le truppe speciali dovettero cedere e l’Urss, a settembre dello stesso anno, riconobbe l’indipendenza del paese.

“Lettonia, Lituania ed Estonia sono riuscite a proteggersi in questi ultimi trent’anni. Sono realmente indipendenti e non solo formalmente tali. Ritengo che la loro sia una lezione importante per i politici e per i cittadini su come trattare con un animale pericoloso come l’Unione Sovietica ieri o la Federazione Russa oggi”, aveva spiegato Sergei Loznitsa ai microfoni di HOBO (clicca qui). Da circa quindici anni il suo cinema analizza le ripercussioni sempre attuali degli eventi che scandirono la caduta dell’Unione Sovietica e, inevitabilmente, negli ultimi anni l’Ucraina è diventata un luogo centrale della sua ricerca.

È accaduto con Maidan (2014), documentario rigoroso e apparentemente distaccato realizzato in “tempo reale” nei giorni delle proteste nella piazza di Kiev, che determinarono la caduta e la cacciata del governo filorusso di Yanukovich. E, successivamente, nella nerissima black-comedy Donbass (2018), incursione nella violenza della regione “separatista” tra filorussi e ucraini. I due film, all’epoca della loro presentazione nei festival europei, furono accusati di parzialità: il primo da chi ha sempre derubricato gli eventi di Maidan ad un colpo di stato organizzato dagli Stati Uniti d’America (una semplificazione che banalizza la complessità di quell’evento, come il documentario di Loznitsa rende evidente), il secondo da chi tutto sommato considerava già in quegli anni la regione del Donbass come afferente (anche culturalmente) alla Federazione Russa.

Il fronte di persone che hanno contestato il cinema di Loznitsa in questi anni è sempre stato abbastanza trasversale. L’ultima polemica, ad esempio, si è consumata tutta in seno all’Ucraina durante lo scorso anno e ha riguardato il documentario Babi Yar, Context, dedicato ai fatti avvenuti tra il 29 e il 30 settembre 1941 nel burrone di Babi Yar, dove furono uccisi 33.771 ebrei nell’indifferenza della popolazione locale e con il sostegno delle truppe sovietiche. Eppure, in questo fronte molto ampio e variegato, nessuno aveva ancora pensato di tacciare il regista di accondiscendenza nei confronti del regime di Vladimir Putin. Almeno fino a questo momento.

È arrivata, infatti, nei giorni scorsi la decisione dell’Ukrainian Film Academy (clicca qui) di espellerlo con la seguente motivazione: “Il regista Sergei Loznitsa ha più volte sottolineato di considerarsi un cosmopolita, un ‘uomo di mondo’. Tuttavia, ora che l’Ucraina sta lottando per difendere la propria indipendenza, il concetto chiave nella retorica di ogni ucraino dovrebbe essere la sua identità nazionale”. E pensare che proprio Loznitsa, a pochissime ore dall’invasione russa dello scorso 24 febbraio, aveva deciso di lasciare polemicamente l’European Film Academy per non aver condannato abbastanza duramente i responsabili dell’attacco, accusandoli di aver “paura di chiamare guerra una guerra”. Quello che non ha fatto è stato, invece, aderire al boicottaggio generalizzato dei registi russi, esponendosi affinché i suoi colleghi non fossero esclusi dalle principali manifestazioni europee. Una posizione che evidentemente non è andata giù all’ente cinematografico ucraino.

Loznitsa ha risposto con una lunga dichiarazione (clicca qui) alla decisione dell’Ukrainian Film Academy, giudicando il loro atteggiamento come “un regalo” ai propagandisti del Cremlino: “I membri dell’Accademia chiedono che la comunità internazionale non mi consideri come rappresentante della sfera culturale ucraina. Ma in vita mia, mai ho rappresentato una ‘sfera’. Tutto ciò che dico e faccio è sempre stato e sarà sempre una mia scelta personale. Sono e sarò sempre un regista ucraino. E mi auguro sinceramente che tutti mantengano la razionalità in questo tragico momento”.

La conseguenza della guerra è anche questa e non c’è da stupirsi per l’ampiezza dei sentimenti nazionalisti e discriminatori che sta evocando su entrambi i fronti e, poi, all’interno degli schieramenti stessi. A parlare per Loznitsa c’è già la sua straordinaria filmografia, che mai come in questi giorni diventa essenziale conoscere per capire meglio il conflitto in corso e, cosa altrettanto fondamentale, risalire alle ragioni storiche di una destabilizzazione in atto da decenni.

Le immagini (tratte dal sito QUiNLAN) si riferiscono al film Donbass di Sergei Loznitsa