“Una politica rigenerativa per il futuro della città”

A pochi mesi dal voto, il prof. Sabino Lafasciano invita il centrosinistra bitontino, diviso su maggioranza e candidature, ad ascoltare e coinvolgere tutta la città

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“Ciò che conta davvero è recuperare il senso delle istituzioni; avvertire la responsabilità, che deriva dalla storia e dal legame con la cittadinanza. In un’ottica di continuità e insieme di innovazione, garantite da un’amministrazione efficiente e da controlli rigorosi. Palazzo Gentile non è la casa del sindaco, di questi o quei consiglieri, dei partiti e dei movimenti di maggioranza o di opposizione. È la dimora dei cittadini, la struttura che ci rappresenta e in cui tutti devono potersi riconoscere. Il luogo in cui si decide il futuro della comunità: basti pensare solo all’impegno che si dovrà mettere in campo per gestire i fondi del Piano di rinascita e resilienza”. Il “pensiero manifesto” di Sabino Lafasciano, che così si completa: “Amministrazione orientata da una visione lunga, che sappia coinvolgere tutti i cittadini, sviluppandone l’impegno e condividendo la prospettiva futura.”

Il prof. Lafasciano è una sorta di guru; “inconsapevole” aggiunge lui, schernendosi con un sorriso. Un bitontino attento ai problemi della comunità, che la politica l’ha praticata soprattutto tangenzialmente, attraverso il proprio lavoro di educatore. Un parere autorevole, onesto e oggettivo destinato, in genere, a suscitare un’eco nel frastagliato arcipelago cittadino del centrosinistra e, in particolare, nelle fila del Partito democratico, nel quale il professore si riconosce ma con tutta la libertà di un pensiero aperto e autonomo. Salvo, come spesso succede, non sentirsene – per tornare al Partito democratico – per nulla condizionato e poter decidere in piena libertà. Proprio come accade da parte della politica con tutti gli intellettuali di questo beneamato paese: l’Italia, Roma, Bari, Bitonto.

“Il mio contributo è totalmente disinteressato. La politica mi appassiona da quando ero giovane e militavo nella sinistra extraparlamentare. In quegli anni, fresco della laurea in filosofia – conseguita con l’indimenticabile prof. Semerari – vivevo a Torino. Lì ero a contatto con i delegati dei consigli di fabbrica della città più operaia d’Italia. Erano gli anni della marcia dei quarantamila della FIAT che protestavano contro i picchetti all’ingresso della fabbrica. Un’esperienza straordinaria destinata a modificare i rapporti tra il sindacato e la proprietà e l’intero panorama economico, politico e sociale negli anni a venire. Anni intensi ma anche difficili, in cui insieme all’entusiasmo di militare con tanti giovani e donne, lavoratori e intellettuali, dovevo misurarmi con le scelte radicali di quei compagni che sceglievano la lotta armata”, ricorda il professore.

Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti! I tempi sono profondamente cambiati. La sinistra più combattiva è diventata un ruscello sempre più esangue, i cui ultimi rivoli sono confluiti nel movimentismo velleitario del grillismo o delle sardine.

“C’era allora una diversa considerazione della politica. Si avvertiva forte il bisogno di partecipare, far sentire la propria voce, intervenire sulle questioni più calde. Esponendosi di persona, manifestando per strada anche in maniera dura. Senza la procura dei social, che in realtà più che creare occasioni di dialogo offrono spunto a interminabili bagarre, tra giudizi più o meno pacati e sensati e commenti del tutto fuorvianti se non addirittura offensivi e feroci, specialità di tanti leoni da tastiera. La società degli anni ‘70 e ‘80 era attraversata da forti attriti ma anche da un’ineguagliabile sete di giustizia; dalla voglia di contare, da una robusta coscienza del proprio ruolo – di lavoratori, studenti, intellettuali – all’interno della società e dei rapporti di forza tra classi alternative. Dalla volontà di lottare per affermare una stagione di riforme, diritti e conquiste sociali”.

Ma veniamo all’oggi. Tra un paio di mesi Bitonto andrà alle urne, insieme ad altri 50 comuni in tutta la Puglia, compresi i capoluoghi Taranto e Barletta: in palio c’è la poltrona di sindaco e più di una ventina di seggi in consiglio comunale, a cui associare la responsabilità di alcuni assessorati. Un’era politica volge al termine: dopo dieci anni, Michele Abbaticchio non sarà più il principale inquilino di Palazzo Gentile. L’agone politico è in fibrillazione: più di 20 le liste del centrosinistra e una decina quelle del centrodestra. Con i pochi partiti tradizionali rimasti sulla scena, si preannuncia l’ennesima puntata della saga, ormai logora, del civismo. Nonostante le liste civiche abbiano mostrato la corda; malgrado si siano mostrate negli ultimi anni – con qualche lodevole eccezione – il più micidiale strumento di distruzione della politica, in grado di fare la fortuna di questo e quel candidato e il suo contrario; di fungere da stampella per ogni maggioranza salvo ritrarsi, ad interessi “traditi”, decretandone l’improvvisa e inevitabile fine.

“Il problema è antico. La dissoluzione dei partiti è ormai un dato storicamente accertato. A cominciare da Tangentopoli e sino ai giorni nostri, nessun luogo di raccolta del consenso sistematicamente organizzato sul territorio, nessuna sigla e leadership costruita sulla selezione democratica del personale politico sono sopravvissuti all’onda d’urto di valori e idealità – l’individualismo, il denaro, l’apparenza – e alla demagogia di personaggi convinti che il consenso si costruisca fornendo risposte immediate alla gente, senza alcuna visione di fondo sui valori e le scelte strategiche necessari a realizzare una società giusta e solidale. Il punto è capire come riportare l’ago della bilancia al centro, come orientare diversamente l’opinione dei cittadini, contrapponendosi alla deriva di spinte autoreferenziali rivolte a imporre alla politica agende e tempi congeniali solo agli interessi di alcuni protagonisti della scena sociale”, spiega Lafasciano.

Ma non solo. Ciò che si è consumato è il senso, l’idea, e la pratica stessa della comunità. La liquidità sociale, di cui parla Baumann, ci costringe ad abitare non-luoghi sempre più pressanti, esibendo briciole di una fragile identità come consumatori domati da un algoritmo”, articola il suo pensiero. “Che senso ha, per tornare all’imminente tornata elettorale, una pletora così vasta di movimenti e di liste, tra vere e fasulle, se non rappresentare uno per uno i tanti personaggi in cerca d’autore; ognuno in grado di condizionare, con il proprio pollice levato oppure verso, le scelte di ogni futura maggioranza? Una frammentazione pazzesca, i cui frutti avvelenati saranno – come già è stato – l’inadeguatezza e l’instabilità del quadro politico,” incalza il professore.

E l’analisi prosegue: “Oggi, però, siamo oltre l’era Abbaticchio, una fase complessa sulla quale il giudizio deve essere equo e non unilaterale. Tante cose sono state fatte e tante altre restano da fare. È essenziale, però, recuperare il senso dell’istituzione – l’amministrazione cittadina – e riconoscersi in essa. Come fai a non assumere la storia che il comune rappresenta? Ogni tassello va inquadrato in un più ampio mosaico, che descrive intere generazioni di amministratori e di decisioni assunte per la città. Un mosaico in cui si inscrive l’esperienza di chi, sia pure con tanti limiti ed errori, insieme ai meriti, ha gestito il comune negli ultimi dieci anni”, chiarisce Lafasciano.

Tutto qua il giudizio sulla giunta uscente? È evidente che, pur nella complessità e vastità delle dinamiche politiche in atto e dei problemi che attanagliano la città, non sono poche le macerie che questa giunta lascia sul tappeto. Se non altro sul piano politico. Se così non fosse, non si spiegherebbe la proliferazione dei tanti tavoli del centrosinistra, impegnati a ribaltare la diaspora di un elettorato in piena crisi d’identità. Faccio notare…

“La stagione amministrativa che si conclude – riprende Lafasciano – è quella dello one man show, l’uomo solo al comando che si circonda di tanti yes-men per avere assoluta libertà di manovra e gestire in modo esclusivo le sorti del comune. È il metodo Emiliano, declinato ad ogni livello della nomenclatura politica e della gestione amministrativa. Un fenomeno di cui Abbaticchio rappresenta una delle espressioni ‘più efficaci’. Il tema però è un altro: la crisi in cui sono caduti i partiti. Delle amministrazioni comunali che ci hanno governato, almeno a partire dalla Liberazione, non si può certo negare la vitalità del pensiero e il forte legame con la comunità di riferimento: il fermento politico allora si nutriva e si sosteneva su una comunità in crescita, che passava con successo dalla società contadina a quella industriale, dei traffici e delle professioni. E che si riconosceva nell’impegno e nell’esempio di buoni maestri: gli epigoni di Gaetano Salvemini e di Giovanni Modugno.“

Ma siamo ben lontani dalle idealità e da quelle spinte propulsive. La politica cittadina oggi appare piuttosto come il terreno in cui si scontrano interessi forti e concreti, incarnati da personaggi disposti a indossare qualsiasi casacca e a giocare ogni partita, con o contro questa o quella maggioranza, purchè il risultato sia il migliore per se stessi. Cerco di riportare il discorso sulla cronaca di questi giorni…   

“Io credo, per tornare alle votazioni che ci attendono – riflette il professore – che dovremmo riconoscere ad Abbaticchio quello che ha fatto. Partire da questo, pur con i limiti a tutti evidenti. Il tema principale, oggi, è andare oltre Abbaticchio. Lui ha voglia di continuare a contare, conservando la propria presenza e visibilità nella politica, cittadina e non solo. Ma ci sta, è nella logica dei fatti. E, tuttavia, nel centrosinistra piuttosto che remare contro Abbaticchio ci si dovrebbe preoccupare di proporre una candidatura che sia la più alta possibile. Occorre, cioè, la parola autorevole che ricostruisca la fiducia, la trama stessa del tessuto cittadino. Se un risultato significativo bisogna ascrivere ad Abbaticchio è aver suscitato attorno alla sua persona e al suo programma nel 2012, un forte coinvolgimento del terzo settore, di costituendi comitati di quartiere, di liste civiche con una storia, con un dibattito, con dei volti. Certo, la delusione di quelle aspettative, e l’abbandono di quel progetto rendono ancora più difficile e oneroso per tutti noi, credere ancora, nella cittadinanza e nella città.”

E, dunque, qual è la strada da percorrere? Quale la sua proposta politica per uscire dall’empasse in cui versa l’area politica a cui fa riferimento? Chiedo al professore.

“Il nodo essenziale resta quello di far fronte comune contro la destra. Non capire che anche a livello locale si costituisce la possibilità di vincere in campo nazionale. Ostinarsi a tenere separati i tavoli, significa andare contro gli interessi reali della gente. Non capisco quei politici di lungo corso, compresi i socialisti, che si battono per un’alternativa radicale alle persone e alla gestione della città di questi anni. In fondo, è come se chiedessero un rinnovamento contro se stessi. L’avversario da battere è nell’altro campo. Come si può pensare, per tornare al Pnrr, di affidarne la gestione a persone che non hanno cultura politica e amministrativa?”, osserva Lafasciano.

Un giudizio troppo radicale. Ribatto. Anche a destra non mancano significative capacità amministrative. E, comunque non si può prescindere dai programmi, dai progetti, da un confronto serrato sui temi più scottanti, sulla visione della città che vogliamo. Sinora abbiamo sentito parlare solo di candidati sindaci e delle liste a sostegno….

“Recuperare la politica come servizio, rifondare, su basi nuove e giuste, quel patto che obbliga insieme ceto politico ed elettori per il bene e nell’interesse collettivo. Un compito che spetta -precisa il professore- a quanti si riconoscono nella luminosa tradizione politica e sociale di questa città. Mi rivolgo ad un popolo di generosi. Un post scriptum dovuto, quello sulla generosità: non è un appello morale! Si è generosi, in politica, quando si generano possibilità, proprio perchè si parte dal presupposto che i centri decisionali non debbano più essere soltanto economia e politica, intesa come amministrazione del potere, ma occorra e si possa, da parte degli amministratori, trasformare l’ascolto attivo in iniziativa politica e coinvolgimento di nuovi attori politici e sociali. Non ho voluto svicolare rispetto alla domanda. E’ che non ho fiducia in un fare poco pensato. E’ che non vedo i presupposti, nella situazione attuale, di un programma comune, che susciti partecipazione attiva alla sua realizzazione, proprio perchè nasce da un reale e generale coinvolgimento della cittadinanza”.

E conclude: “Certo, l’augurio che ci facciamo è che questo processo viva e si ravvivi anche grazie al confronto elettorale. Basta conoscere per bene qual è il cammino che si vuole intraprendere, il sogno che si vuole condividere.”

Questo l’appello che il professore consegna agli attori e al popolo del centrosinistra. “Con la speranza – aggiunge – che queste riflessioni possano suscitarne altre, nel segno della condivisione, che, peraltro, è la prima azione politica”. Sempre che – come nella miglior tradizione – non lo si voglia usare con la solita libertà di non sentirsene affatto condizionati. Come sempre in questo paese (l’Italia, Roma, Bari, Bitonto) quando si ha a che fare con il giudizio di un intellettuale.

Nelle foto il prof. Sabino Lafasciano nel corso dell’intervista nella redazione di Primo piano.