Le verità storiche di “don Liborio”, l’inventore del trasformismo

A poco più di un anno dalla scomparsa di Gaetano Marabello, rileggiamo le pagine del suo ultimo volume, che confermano il talento e il rigore intellettuale dell'autore

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Di Gaetano Marabello, l’autore del libro di cui stiamo per parlarvi, è vero, noi eravamo amici; tuttavia con convinzione, anche in virtù dell’onore ricevuto nel poter scrivere la prefazione di quel volume, vi proponiamo questa lettura. La lettura di un libro – Don Liborio Romano e la congiura del frate – scritto con estrema cognizione della materia trattata. Marabello, di cui su queste pagine abbiamo già altre volte parlato, è stato un autore serio. Di quelli che scandagliano in profondità e con onestà intellettuale un tema. Ed il suo tema era il Risorgimento, visto in chiave critica e meridionalista. 

Gaetano è venuto a mancare nel novembre del 2020. Un’assenza che si sente. Del resto, quando si aveva, si ha e si avrà tra le mani un suo libro, sempre si andrà incontro ai vari momenti, almeno per noi che gli abbiamo voluto bene: vale a dire, a quello legato all’interesse dell’argomento in sé e all’altro, stretto all’amico ed alla sua cara persona e personalità. Il tutto però, nondimeno, con la certezza di un grande privilegio, anche nell’esclusiva realtà di lettori, ricercatori, appassionati. E cioè la prerogativa, potendo contare sul suo nome, di una sicura attitudine specialistica, approfondita, seguita ed inverata con assoluto rigore di metodo da Gaetano sempre nelle sue ricerche.

Gaetano Marabello (foto di Mimmo Marazia)

Chi legge un suo libro sa a cosa va incontro, insomma. Caratteristiche sue peculiari che tornano in questo lavoro, dedicato prioritariamente ad una delle ‘fisse’ storiche più care a Gaetano, pur se nel severo distacco dalla figura in sé: la figura, ossia, di Liborio Romano (1793-1867), personaggio come noto ancora oggi al centro di deduzioni e controdeduzioni, tesi e controtesi, amore ed odio, potrebbe persino dirsi. Ciò che, di sicuro, non può dirsi per Marabello, giacché altra sua distintiva qualità era il non lasciarsi mai legare a prospettive di slanci faziosi, oltranzisti, quando non addirittura umorali. Egli, infatti, era e viveva orgogliosamente in una ben più che riconoscibile, appunto anzi rivendicata, corrente di pensiero e cultura, opzionata però nel mentre in cui era perseguito con convinzione anche un corretto esercizio metodologico di ricerca, nei suoi libri lampante e tangibile all’impronta. Si pensi all’imponente apparato paratestuale, all’enorme quantitativo di note, elemento ricorrente per lui.

La bibliografia sull’influente patuense (da Patù, paese salentino di cui Romano era originario), tra l’altro, è vasta. La sua figura è ormai vista con una sostanziale serenità storiografica, com’è, dopotutto, giusto che sia dopo centosessant’anni da certi eventi, felice occorrenza che, anzi, sarebbe auspicabile per più avvenimenti legati a quei frangenti. Liborio Romano, dunque. Uomo abilissimo a capire dove stesse andando il vento della storia – un vento indotto, tra l’altro – fu il simbolo di un dirimente passaggio. L’Inventore del trasformismo: lo ha definito così Nico Perrone, stimato storico barese, in un fortunato saggio del 2009. Ma la discussione è sempre aperta.

Un’immagine di don Liborio Romano

Ad essere estremamente sintetici, gli autori più filorisorgimentali giudicano positivo il suo operato, a sintesi delle aristocrazie del Sud che già osteggiarono il Borbone prima della caduta; gli altri, no: stigma negativo sul suo conformismo, probabilmente interessato. Un uomo, il Liborio, come si sa, in realtà già liberale e firmatario delle richieste costituzionali a Ferdinando II, per queste posizioni esiliato in Francia. Questo già dice molto delle idee del personaggio. E allora perché nel 1860, con Garibaldi più che nell’aria e già mosso da Quarto, la monarchia, a luglio, nomina prefetto e chiama all’Interno il salentino? Resterà un enigma. O forse no.

Fu, verosimilmente, il tentativo ultimo del re: assimilare a sé le aristocrazie e le borghesie liberali di cui sopra, cercando di salvare il salvabile. Così Perrone su Romano: “Uomo di forte personalità e intelligenza, non vuole mai tenersi agli schemi, forse perché con maggiore rapidità di altri scopre la maturazione del nuovo e ne sostiene la necessità politica. Non sa applicare le proprie intuizioni a una strategia della propria carriera”. E sull’Unità, con coraggio: “L’Italia nasce dalle repentine imposizioni di un governo centrale, di interessi e di leggi che hanno avuto l’ispirazione nel Piemonte; nasce con certe incomprensioni e anche con certe discriminazioni. Con un metodo che in tanti casi si manifesta sotto forma di colonizzazione, mediante stati d’assedio, governi militari, esecuzioni sommarie di briganti che in qualche situazione esprimono la resistenza all’occupazione. Procede, questo stato, nel rifiuto di capire le diversità, che si vogliono seppellire sotto un lungo oblio”.

Quale la posizione di Marabello su Romano? Così il nostro, scrivendo del ministro e dei suoi rapporti con la camorra: “La disgrazia è che, pur di conseguire i suoi scopi contingenti, egli non si fa grossi scrupoli né si cura del fatto di star immettendo nei gangli dello Stato una cancrena, destinata a perdurare ben oltre la contingenza momentanea. Da allora essa si mostrerà capace di maneggiare a meraviglia tutti gli strumenti offerti dal novello sistema. E a bloccarla non ci sarà Legge Pica che tenga. Sarà dunque questa mossa di corto respiro che attirerà su don Liborio ogni sorta di strali, che son più che giustificati quantomeno sotto il profilo morale”.

Quanto a queste frequentazioni ‘pericolose’, vi saranno riferimenti anche nelle stesse memorie dell’uomo di Patù ma ne parleranno poi anche gli studi sui fenomeni mafiosi al Sud tra XIX e XX secolo, spazi della ricerca sociale spesso adusi ad abbracciare, per ahinoi ovvie ragioni, la mera storia politica, commistioni ed opacità spesso ‘naturali’ nella lunga vicenda italica di certi determinanti frangenti. Ne farà aperto cenno anche Marc Monnier, scrittore svizzero liberale, coevo ai fatti (La camorra, 1862): “Trattavasi di salvar Napoli e Don Liborio Romano non sapeva più a qual santo raccomandarsi”. Già. Di nuovo Marabello, ora sull’intuito del salentino: “È davvero plausibile che un semplice avvocato per quanto affermato, subitaneamente proiettato al rango di capo della Polizia e di ministro degli Interni, potesse sfoggiare nel giro d’un brevissimo bimestre un intuito investigativo degno di un consumato segugio?”.

Don Liborio Romano e la Congiura del Frate. Tramonto di Napoli Capitale tra camorristi e intriganti

Su un episodio Marabello è particolarmente duro: “Nelle more, a titolo precauzionale, il nostro voltagabbana di Patù pensò di cambiare cavallo in corsa, senza tuttavia smontare del tutto di sella. Dando ormai per sicura la vittoria di Garibaldi, si recò sul battello di Dumas per trasmettergli -assieme coi suoi deferenti omaggi- l’invito a sbrigarsi. Scoperto, arrivò sfrontatamente a giustificarsi col proprio Re d’aver provato a fermare il Nizzardo con un lauto compenso. Una perfetta faccia di bronzo, si direbbe oggi. Ad ogni buon conto, viste le tante giravolte, la precauzione di dormir fuori casa per un certo periodo garantì al furbo girouette nostrano di sentirsi più tranquillo”. La chiave è sempre nella doppiezza del personaggio.

Ecco ancora l’autore: “Ambiguamente don Liborio si situa nel mezzo tra Comitato d’Ordine e Comitato d’Azione e – more solito – cerca di barcamenarsi tenendo due piedi in una staffa. Scoprirà più tardi le sue carte e lo farà in danno del Comitato d’ordine, con un invito scritto a Garibaldi ad entrare a Napoli al posto del sovrano che ha spinto a uscirne. Vanificherà in tal modo il tentativo di Spaventa, Bonghi, d’Afflitto e soci di prendere le redini di un autoproclamato governo provvisorio, che, magari favorito dallo sbarco di truppe savoiarde, metta il Nizzardo fuori gioco”.

Poi i fatti storici ci diranno che Liborio Romano, dopo l’Unità, fu polemico a difesa del Sud, ritirandosi deluso a vita privata nella sua bella Patù. Probabilmente, aggiungiamo, con non pochi rimorsi, chissà. Prima di concludere, non può tacersi qualche nota sul lavoro filologico e di traduzione di Marabello, in merito al testo qui proposto di Hercule De Sauclières. Non nuovo ad operazioni anche di questo tipo, l’autore e curatore ci propone un contenuto utile per comprendere certe fasi delicate, come già è da sempre notevole Il Risorgimento contro la Chiesa e il Sud, scritto appunto del presbitero ottocentesco francese nel catalogo Controcorrente. Gaetano Marabello avrebbe potuto darci ancora molto: come amico, come studioso. Ci consegna però un patrimonio ingente e questa pubblicazione ne è una conferma.

In alto, il busto di don Liborio Romano a Patù