C’è una Ruvo “minore” che merita di diventare “maggiore”

Fuori dai circuiti tradizionali del turismo, la chiesetta della Trinità con il suo pantheon devozionale è un vero gioiello da riscoprire e valorizzare

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Complice il timido sole di queste giornate prenatalizie, decido, di buon mattino, di indossare la tuta e fare un giro in periferia, dove il rumore della città cede il passo al sibilo frizzante del vento. Così, mentre percorro il tratto iniziale della provinciale che collega Ruvo Terlizzi, dopo essermi lasciata alle spalle il parco della musica, noto un antico complesso edilizio, con al centro la chiesetta della Trinità, che una gentile signora protegge dall’incuria del tempo. Con benevola ritrosia, senza rivelarci il suo nome, la donna mi spiega di aver ottenuto l’edificio in eredità. Mi invita, quindi, ad entrare per apprezzarne la bellezza, non prima di aver osservato l’iscrizione sul portale “SACROSANCTAE TRINITATI/ DICAVIT/ THOMAS ADESSI/ A(NNO) D(OMINI) MDCCCLX”: Tommaso Adessi dedicò questa chiesa alla Santissima Trinità nel 1860.

Il portale d’ingresso alla chiesetta della Trinità a Ruvo di Puglia

Effettuando una rapida ricognizione delle informazioni disponibili (soprattutto quelle contenute in un contributo dell’arch. Mario Di Puppo apparso su Il Rubastino), si comprende che il nucleo originario dell’edificio risale al 1860 e che diciassette anni dopo fu ampliato con la creazione di un vasto magazzino, in cui stoccare i prodotti agricoli. Come testimonia la presenza di attrezzature per il vino nella cantina.

Sulla facciata della chiesetta spicca una croce racchiusa in una nicchia; ai lati, due finestre tonde illuminano l’interno. Varcata la soglia, si ammira, sotto la volta a botte, una grande abside semiellittica nella quale è incastonato l’altare. Dalla consultazione di alcune carte d’archivio si ricostruisce a grandi linee la storia dell’edificio: sembra che mons. Domenico Del Buono, vescovo di Ruvo e di Bitonto dal 1925 al 1929, abbia vietato di celebrare messa nella chiesetta a causa dell’immagine di Tommaso Adessi, ritratto in posizione orante: un “gesto” di superbia che forse il vescovo non poteva tollerare.

La sagoma di Tommaso Adessi, in atteggiamento orante verso la Trinità

La qualità pittorica delle raffigurazioni segnala che l’autore o gli autori possano essere riconducibili a una bottega di artisti in voga nei primi anni del XX secolo. Soffermandoci sulle immagini, cogliamo subito una netta somiglianza con i santini devozionali di fine Ottocento inizi Novecento. Sulla porta d’ingresso appare un Cristo intento a reggere con la mano sinistra il calice e con la destra a impartire la benedizione. Lungo le pareti le immagini degli apostoli: a sinistra, Sant’Andrea, ritratto con la croce decussata a X alle sue spalle, così scelta per non emulare la crocifissione di Cristo; San Matteo, sorvegliato da un fanciullo alato, nell’atto di redigere su pergamena il suo vangelo; San Giacomo Minore che illustra con l’indice della mano destra un rotolo di pergamena in cui si conserva la lettera del Nuovo Testamento attribuita proprio al santo; San Tommaso immortalato nell’istante precedente al tocco della ferita sul costato di Cristo; San Giacomo Maggiore con la veste di pellegrino, San Giovanni che regge con la mano sinistra il suo vangelo e con la destra scrive, sorvegliato da un’aquila che poggia la zampa destra sul testo; San Pietro benedicente mentre impugna con la sinistra due chiavi, simbolo del potere spirituale e temporale; San Giuseppe che bacia la mano destra di suo figlio Gesù mentre lo regge sulle ginocchia, con un bastone fiorito testimone del parto verginale di Maria.

A queste, vanno aggiunte le immagini della Vergine Addolorata e di San Cleto: la prima, a differenza delle altre raffigurazioni, non ha il cartiglio inferiore che la identifica, ma è possibile notare lo sguardo rivolto verso l’alto a mani giunte con un pugnale che le trafigge il cuore; la seconda, invece, vuole ricordare il terzo vescovo di Roma e papa della chiesa cattolica dall’80 al 92 d.C., nonché primo pastore della comunità ruvese nel 44 d.C. su nomina di San Pietro, ritratto con la tiara papale costituita da tre corone sovrapposte e la croce pontificia stretta nella mano sinistra.

Sulla parete destra si susseguono le rappresentazioni di San Mattia, San Filippo, San Bartolomeo, San Giuda Taddeo e San Paolo dipinto mentre tiene il segno con l’indice della mano destra e con la sinistra orienta una spada verso il basso, rievocando il passato di persecutore dei cristiani. Vi è poi la Madonna del Carmine, figura danneggiata dalle infiltrazioni d’acqua a cui si è tentato di porre rimedio con un restauro, che non è riuscito tuttavia a ripristinarne la bellezza originaria. Poco chiare, a causa del cattivo stato di conservazione, risultano le figure della Veronica e probabilmente di San Francesco da Paola.

In questo variegato pantheon devozionale si rimane affascinati dalla volta, occupata da un grande dipinto della Madonna del Pozzo di Capurso, fiancheggiato da altri due riquadri che ospitano la Madonna di Sovereto e la Madonna dei Miracoli di Andria. La tempera della Madonna del Pozzo pone l’attenzione sul pozzo di Santa Maria da cui fuoriesce acqua miracolosa; in alto, si nota la Madonna con il Bambino mentre a sinistra e a destra vi sono due frati minori scalzi alcantarini in atteggiamento estatico.

Anche la storia che si cela dietro questa rappresentazione sacra merita di essere raccontata: nel 1705, durante una lunga malattia, il prete di Capurso, Domenico Tanzella, ricevette l’apparizione della Madonna che gli promise la guarigione se avesse bevuto l’acqua del pozzo di Santa Maria (oggi nella “zona piscine”) ed eretto il convento dell’Istituto di San Pietro d’Alcantara. Il sacerdote seguì il suggerimento della Madonna e guarì. Desiderando comprendere le ragioni per le quali il pozzo fosse così caro alla Vergine, decise di scendervi all’interno con l’aiuto di suo fratello, di Michelangelo Portincasa e Giambattista Converso. Fu in quel momento che si verificarono i primi prodigi: le candele che i quattro tenevano in mano caddero in una conca d’acqua laterale ma continuarono a risplendere; poi – sulla parete del pozzo- videro una pittura della Madonna in stile bizantino che Tanzella decise di rimuovere per esporla ai fedeli. Presto si registrarono altri miracoli, a cui seguì la donazione della cappella e dell’affresco ivi venerato ai frati Minori Scalzi Alcantarini da parte dello stesso sacerdote. Dal 1738 i frati iniziarono a costruire il convento e la basilica che fu aperta ai fedeli il 27 agosto 1778 con la collocazione della sacra immagine nell’altare maggiore.

Più brevi ma non di minore importanza le storie relative alla Madonna di Sovereto e alla Madonna dei Miracoli di Andria. La prima sembra rievocare l’invenzione della sacra icona bizantina dell’Odegitria nel locus Suber, poi Suberitum (Sovereto), ad opera di un pastore bitontino: se sullo sfondo campeggia la città di Terlizzi e non il santuario di Sovereto come nei santini devozionali, in primo piano emerge la figura del pastore inginocchiato che sta per togliersi il cappello, rivolgendo lo sguardo verso una piccola grotta sotterranea all’interno della quale era caduta una delle sue pecore poi recuperata insieme alla sacra icona che aveva lì trovato; in alto, la Madonna con Gesù Bambino con una lampada rifulgente luce perpetua. Il secondo dipinto murale è la tramutazione in tempera su intonaco dell’immagine nel controsoffitto ligneo del santuario andriese: in questo caso la Madonna con Gesù Bambino, assisa su un cuscino cilindrico, si trova su un trono ligneo semicircolare; in alto a sinistra e a destra posano il sole e la luna, simboli rispettivamente di Gesù e di Maria.

La Trinità e le immagini dei santi sopra l’altare

Ma l’altare è il vero pezzo forte. L’immagine, al di sopra, è dedicata alla Trinità, dalla quale l’edificio prende il nome. Mentre una colomba plana in lontananza, spicca nello spazio superiore Dio Padre con nimbo triangolare affiancato da Cristo, suo figlio, nell’atto di reggere con la mano sinistra una croce. Sotto, i protettori di Ruvo: San Biagio, in abiti vescovili dorati, e il pellegrino San Rocco intento a sollevare l’abito per mostrare la piaga della peste dalla quale riuscì a guarire.

La chiesetta è davvero un gioiello, che non può e non deve rimanere oscurato dai prestigiosi poli di attrazione di cui la città si fa fregio. E’ tempo che le istituzioni competenti, in accordo con la proprietaria, inseriscano l’edificio negli interessanti itinerari turistici alla scoperta delle bellezze di Ruvo di Puglia.