Bambini di tutto il mondo unitevi!

Le iniziative della settimana dell'infanzia offrono l'occasione per una riflessione con alcuni docenti bitontini su come la scuola può rispondere ai reali bisogni dei ragazzi

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Sembra scontato, ma non lo è: tutti i bambini del mondo hanno gli stessi diritti. In qualsiasi luogo, qualsiasi sia la loro religione o il loro sesso, la lingua o la condizione sociale. A proteggere i loro diritti c’è la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989 e ratificata dal parlamento italiano con la legge n. 176 del 27 maggio 1991.

LA SITUAZIONE DEI BAMBINI IN ITALIA E NEL MONDO: I NUMERI

Secondo il rapporto di Save The Children, nel mondo più di 400 milioni di bambine e bambini vivono in aree di conflitto, tra i 10 e i 16 milioni di minori rischiano di non poter tornare a scuola perché costretti a lavorare o a sposarsi, mentre ogni anno più di 22.000 bambine e ragazze muoiono durante gravidanze e parti che sono il risultato di matrimoni precoci. I bambini sotto i cinque anni sull’orlo della fame sono circa 5,7 milioni, più di 1 miliardo di bambini vive in aree ad alto rischio di minacce climatiche e si stima che 710 milioni di minori vivano nei 45 paesi a più alto rischio di subire l’impatto della crisi climatica. In Italia, negli ultimi 15 anni si registra 1 milione di bambine e bambini in più in povertà assoluta.

E l’Unicef ricorda che, nel mondo, oltre 149 milioni di bambini sotto i 5 anni soffrono di malnutrizione cronica e oltre 45 milioni di malnutrizione acuta, senza contare gli effetti della pandemia; 160 milioni di bambini e adolescenti sono coinvolti nel lavoro minorile; quasi 46.000 adolescenti muoiono a causa di suicidio ogni anno – più di uno ogni 11 minuti – una fra le prime cinque cause di morte per la loro fascia d’età. 

EVENTI ED INIZIATIVE A BITONTO

Al termine della settimana sui diritti dei bambini, celebrata a Bitonto con laboratori, attività e riflessioni, abbiamo incontrato gli insegnanti Maria Cantatore, Marta Di Bari e Paolo Depalma della scuola elementare Don Milani – Istituto comprensivo Sylos, ed Angela Patierno, della media dell’Istituto comprensivo Modugno-Rutigliano-Rogadeo, per tracciare un bilancio e fare il punto sullo stato della didattica, sui problemi dell’istruzione e la sfida dell’insegnamento online.

Nella foto la prof.ssa Angela Patierno, docente presso l’Istituto comprensivo Modugno-Rutigliano-Rogadeo

PERCHÉ SI FESTEGGIA IL 20 NOVEMBRE

Insieme alla vicepreside, prof.ssa Rita Dimundo, ho coordinato la partecipazione di un centinaio di alunni di classe quinta e venti di scuola primaria di primo grado alla manifestazione in piazza Cavour. Tre temi, nella fattispecie, sono stati oggetto di approfondimento: quello alla partecipazione, all’ascolto e al lavoro minorile, piaga lancinante e dura a morire”, esordisce Angela Patierno, referente dei progetti dell’Istituto comprensivo Modugno-Rutigliano-Rogadeo. Privilegiando un’ottica inclusiva che integra e non esclude nessuno, “alla lettura dei vari diritti in piazza Cavour hanno preso parte anche gli studenti stranieri del nostro istituto, in particolare due bambine di classe quinta, una marocchina e una iraniana, che hanno letto gli articoli assegnati a loro nella lingua d’origine”, spiega.

Quella del 20 novembre è una giornata che a noi docenti sta particolarmente a cuore, è sempre un’emozione speciale raccontarla ai bambini”, prosegue il maestro Paolo Depalma. “Quest’anno i piccoli hanno riflettuto sul diritto alla felicità, a partire dalla recita del famoso monologo di Roberto Benigni: per essere felici basta davvero poco, è sufficiente l’ascolto”, afferma la maestra Marta De Bari. “Dare spazio e voce anche ai quei diritti – istruzione, gioco, sport, assistenza sanitaria – di quei bambini meno fortunati. Ma anche una possibilità di dialogo con bambini provenienti da altre culture, raccontato attraverso la lente del loro vissuto”, aggiunge la maestra Maria Cantatore.

IL “BUONO” DELLA PANDEMIA CHE CI TENIAMO STRETTO

In questi due anni di pandemia si è visto come sia stato necessario riconoscere i bisogni educativi speciali a studenti che prima non ne avevano necessità, messi in difficoltà dalla Dad, mentre, al contrario, studenti che in presenza erano in affanno hanno trovato nelle nuove modalità un’occasione di riscatto e distesa realizzazione.

La raccolta delle esperienze di questo periodo è bella e struggente. Soprattutto primarie e medie hanno predisposto il rientro in classe dei ragazzi con un coinvolgimento straordinario delle famiglie. “I genitori hanno collaborato con i presidi e i docenti a ripristinare i percorsi di ingresso a scuola, hanno organizzato turni di accoglienza e di sorveglianza preingresso in modo da controllare i distanziamenti, hanno condiviso protocolli di sicurezza”, riferisce Angela Patierno, lodando le “reti di collaborazione con le associazioni e i servizi sociali presenti sul territorio che, assieme al Comune, hanno sin da subito agito in sinergia con le scuole indicando loro una direzione”.

Gli insegnanti Paolo Depalma, Marta De Bari e Maria Cantatore della scuola Don Milani – Istituto comprensivo Sylos

Le maestre della primaria si davano appuntamento la sera o quando i genitori potevano aprire i computer e accompagnare i bambini, per raccontare una storia o chiedere notizie della famiglia. “La scuola ha lo strumento giusto per aiutare i ragazzi in questo processo di integrazione del tempo vissuto: la parola. Non solo i bambini della primaria, i quali avevano il timore che la scuola potesse nuovamente chiudere, ma davvero tutti i ragazzi hanno bisogno di trovare le parole per raccontare quello che hanno vissuto”, prosegue Marta De Bari. “La scuola ha anche il linguaggio della musica, del disegno, del corpo. Insegno scienze motorie: come rappresentare il tempo vissuto nella pandemia? mi sono chiesto al rientro a scuola. Attraverso il gioco e i suoi valori: il rispetto, l’ascolto, le regole, anche il valore della sconfitta”, continua Paolo Depalma. Dobbiamo conservare la “sapienza nuova delle relazioni che hanno bisogno di tempo e ascolto. E anche la sapienza di un sapere che non è, in alcun modo, misurato dalle interrogazioni, ma dalla capacità di entrare come conoscenza profonda e insieme pratica e condivisa”, sottolinea Maria Cantatore.

COME INSEGNARE NELLA SCUOLA DELL’EPOCA NUOVA?

Serve una scuola di altissimo livello, ma non elitaria. Cioè una scuola che non escluda. Escludere è ingiusto e questo basta, ma è anche non conveniente per la società. “In quanto comunità scolastica accogliente, la nostra scuola privilegia l’integrazione in un’ottica non di assimilazione che, troppo spesso, si risolve nella rinuncia, da parte degli studenti stranieri, della propria lingua e le proprie tradizioni, bensì di integrazione di usi e costumi di altri paesi con i nostri: ciò favorisce uno scambio e insieme un arricchimento reciproci”, puntualizza Angela Patierno.

Perfino la Dad – espressione orrenda e respingente – è stata un’esperienza con aspetti di positività perché, al di là dell’acronimo sciagurato che, ancora una volta, ci ha portato a concentrarci su quanto non c’era, ha permesso di mantenere il contatto con gli studenti. È stata scuola di prossimità o scuola a casa: una forma di prossimità nuova e impensata.

I maestri della scuola Don Milani con il giornalista Pier Girolamo Larovere durante l’intervista

La Dad ha prodotto un mutamento importante, obbligandoci a promuovere modalità attive di apprendimento: produzione di artefatti artigianali, iniziative laboratoriali o di osservazione, project work e simili. È qualcosa che resterà”, riconosce Marta de Bari. “Come modalità esclusiva di scuola la dad non ha senso, ma la didattica digitale, collaborativa e aperta a ogni aspetto della produzione culturale del mondo è un risultato da coltivare”, precisa Maria Cantatore. “Esiste la possibilità di fare scuola in molti modi. L’aula nel bosco, ad esempio, non è una bizzarria di poche scuole di montagna, una notizia per siti green, è la realizzazione di un’idea di scuola intesa come aula-mondo dove non è vietato sporcarsi, toccare, urlare. È una rivoluzione del pensiero prima che delle strutture. Il fuori non è una distrazione. È luogo di vita e di apprendimento ordinario”, ribadisce Paolo Depalma.

IN MARCIA PER I DIRITTI DEI BAMBINI: IL CORTEO A BITONTO

“In Marcia per i nostri Diritti”: questo lo slogan del corteo per la settimana dei diritti dei bambini e delle bambine. Cantato, cartellonato, scenografato e animato dagli studenti delle scuole primarie e medie di Bitonto. Circa seicento bambini e bambine, ragazzi e ragazze hanno sfilato a favore di un mondo più giusto ed equo per tutti. È stata la prima manifestazione pubblica che ha visto insieme tutte le scuole dopo il flagello della pandemia. La manifestazione ha potuto giovarsi della collaborazione con l’assessorato all’Inclusione scolastica del Comune di Bitonto.

Gli alunni delle elementari e medie in un momento della manifestazione in piazza Cavour a Bitonto

In occasione della manifestazione, gli alunni di origine straniera che frequentano il nostro istituto hanno portato la testimonianza del vissuto quotidiano dei propri coetanei rimasti nei paesi di origine, mettendo in luce la condizione svantaggiata di questi ultimi rispetto a chi, integrato ormai da tempo nella comunità bitontina, gode dei benefici della cittadinanza attiva, anche grazie allo studio dell’educazione civica, della sostenibilità e della cittadinanza globale”, descrive Angela Patierno.

Abbiamo accolto con gioia la possibilità di tornare in piazza e manifestare; dopo il raduno in piazza Cavour, abbiamo formato un grande cerchio con gli alunni delle scuole primarie e secondarie di primo grado; il corteo si è, poi, snodato lungo via Repubblica e Corso Vittorio Emanuele”, racconta Marta di Bari. “L’evento si è svolto alla presenza del sindaco Michele Abbaticchio e del garante dei minori per la regione Puglia, Ludovico Abbaticchio; il nostro sentito grazie va alla maestra nonché assessora all’inclusione scolastica Angela Scolamacchia, che ha promosso l’iniziativa con coraggio e determinazione, cucendo trame che san di merletto”, ringrazia Maria Cantatore.

La scuola italiana deve ancora raggiungere l’obiettivo dell’uguaglianza di opportunità, la cui altra faccia è l’equità. Equità vuol dire riconoscere che ciascuno studente parte da condizioni sociali ed economiche diverse e consentirgli, però, di accedere alle stesse opportunità formative. È la misura della buona scuola pubblica democratica. E cioè poter dare a ciascuno studente quello di cui ha bisogno. Se si prevedono percorsi di questo tipo, miglioreranno i risultati complessivi, il clima di classe e il senso di appartenenza. Non si tratta solo di equità. Si tratta di visione”, conclude Paolo Depalma.

FUTURO PRESENTE

Differenziare al massimo. Riconoscere che nella scuola ogni diversità è benedetta perché obbliga a cambiare metodi di lavoro, a distribuire in modo differenziato le energie e le risorse. Era don Milani a dire: “Perché non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali”. Esiste una qualità del sapere che la scuola offre e una qualità dell’educare che deve portare a scoprire le potenzialità di ogni ragazzo e di ogni ragazza e permettere di costruire la vita comune da persone responsabili verso il presente e il futuro. La scuola bene comune socializza difficoltà e successi e può diventare il “noi” di cui la società ha bisogno. La scuola può regalare relazioni generative che diventano modello per la vita civile. La scuola come casa della buona comunicazione. Casa delle buone parole per vivere. E’ un’opportunità questo tempo nuovo da vivere, con la consapevolezza di quel che va cambiato per poter essere più felici. Anche a scuola, più felici si può.

 

Nella foto in alto, l’assessora all’Inclusione scolastica Angela Scolamacchia e il sindaco Michele Abbaticchio con gli alunni delle elementari e medie in piazza Cavour a Bitonto