I poveri sono più “furbetti” dei ricchi

Una certa narrazione sul reddito di cittadinanza pone in risalto i difetti e nasconde i pregi di una misura decisiva per le fasce più deboli della popolazione

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Sui “furbetti” del reddito di cittadinanza (quei cittadini che senza averne diritto hanno ricevuto il sostegno economico dello stato ad integrazione dei redditi familiari) si è scatenato un acceso dibattito tra le forze politiche e nell’opinione pubblica. Al punto che quanti erano già contrari alla misura, oggi ne invocano in maniera risoluta la cancellazione dalla prossima legge finanziaria.

Il fenomeno dei furbetti del Rdc in Puglia

Proviamo, dunque, ad analizzare l’entità del fenomeno con riferimento alla Puglia. Nella nostra regione su 16.571 famiglie beneficiarie del Rdc, sono state riscontrate 1.251 irregolarità (pari al 7,5%) e deferiti in stato di libertà 1.055 soggetti, 379 dei quali già noti alle forze dell’ordine (12 per gravi reati associativi). Tra i furbetti sono spuntati i nomi di condannati per reati di mafia e dei loro famigliari ma anche di stranieri che non rispettavano i requisiti di residenza e di persone che non avevano indicato tutti i redditi percepiti, le vincite ai giochi online o il possesso di immobili.

  

Tra i casi più “clamorosi”, quello riscontrato a Collepasso, in provincia di Lecce, dove un uomo ha dichiarato la presenza nel proprio nucleo famigliare di sei minori stranieri mai censiti in quel comune, senza avere con loro alcun vincolo di parentela. Nello stesso comune, una coppia di coniugi ha invece inserito nel proprio nucleo famigliare alcuni parenti residenti in Germania. A Santeramo in Colle (Bari) una donna è stata segnalata all’autorità giudiziaria perché non aveva indicato né il veicolo di proprietà né il coniuge. Per ricevere il reddito di cittadinanza aveva però richiesto la residenza presso un indirizzo che è risultato corrispondere al secondo ingresso dell’appartamento, dove la donna vive con il marito. A Taranto un 71enne senza reddito percepiva il sussidio, insieme a moglie e figlio conviventi, nonostante le 17 autovetture e una Kawasaki Ninja parcheggiata in garage.

La realtà del Rdc è molto diversa dalla narrazione di certa stampa

Questi i dati del fenomeno in Puglia che sommati a quelli dell’intero paese hanno spinto un pezzo ampio dell’opinione pubblica – e un pezzo ancor più ampio dell’arco parlamentare – a chiedere l’abolizione della misura introdotta nel 2019, perché “evidentemente aumentare i controlli e inasprire le pene non basta”. Ma è davvero così? Innanzitutto conviene mettere in prospettiva le cifre finite sulle prime pagine dei giornali e andare al di là dell’asettica esposizione dei fatti.

L’operazione Ogaden ha riguardato da maggio a ottobre Campania, Puglia, Abruzzo, Molise e Basilicata e ha scovato beneficiari del Rdc che percepivano il sussidio senza possederne i requisiti, avendo aziende, auto, immobili o precedenti penali. In totale sono state riscontrate 4.839 irregolarità, ovvero il 12% delle 38.450 famiglie controllate, per un totale di 87.198 persone (il 5,5%). Di questi 1.338 erano già note alle forze di polizia e 90 avevano condanne o precedenti per reati gravi di tipo associativo. Numeri enormi? Nelle cinque regioni citate, le famiglie beneficiarie del Rdc, ad aprile, erano 387 mila (per un totale di quasi un milione di persone), delle quali solo il 9,9% è stato controllato. Questo campione però non è casuale, ma definito seguendo precisi “indicatori di rischio”. Insomma, è un campione di beneficiari già sospetti, cosa che rende la percentuale di irregolarità sul totale dei percettori assai bassa.

Il reddito di cittadinanza è la misura antipovertà con l’impianto sanzionatorio più severo d’Europa

I dati Ocse rivelano come il Rdc (qui come accedere) sia la misura antipovertà con l’impianto sanzionatorio più severo d’Europa. I paletti all’ingresso sono moltissimi, da quelli reddituali a quelli materiali, spesso cervellotici (come l’utilizzo di una soglia fissa di patrimonio, 6mila euro in caso di un solo componente, che determina l’esclusione totale dall’aiuto di chi supera di pochissimo quel tetto). In un Paese con un elevato livello di evasione e lavoro nero, è fisiologico aspettarsi che una fetta del Rdc finisca a beneficiari non poveri. Ma questo è un problema che l’impianto normativo della misura non può risolvere da solo.

Conoscere il numero dei controlli e delle esclusioni a seguito di irregolarità è utile per dare un’idea del meccanismo di workfare creato dalla misura del reddito di cittadinanza. Su 4.359.359 domande tra aprile 2019 e il 15 settembre 2021, 1.215.251 sono state respinte, 123.816 revocate per mancanza dei requisiti e 605.277 decadute perché i beneficiari non sono più rientrati nei criteri previsti per avere accettato un lavoro oppure modificato il patrimonio. È il segno di un bisogno estremo di reddito nella società, non di truffatori che approfittano dello stato sociale.

Il vero problema del Rdc riguarda i meccanismi di calcolo e la ristrettezza della platea dei beneficiari

Il vero problema del Rdc, come ripetutamente segnalato dagli organismi europei, riguarda semmai i meccanismi di calcolo e la ristrettezza della platea di beneficiari. Tra le maggiori criticità, ad esempio, c’è la scala di equivalenza, che penalizza le famiglie numerose ed esclude quelle più povere con minori, a favore di quelle meno numerose, composte solo da adulti o single. Il Rdc penalizza oggi le famiglie del nord ed esclude gli stranieri, finendo per coprire solo una parte dei poveri effettivi. Difetti che andrebbero corretti, ma che non hanno nulla a che fare con le truffe. Come naturale conseguenza della campagna politica contro i furbetti neanche il governo Draghi ha tentato di migliorare il funzionamento dello strumento, preferendo invece attuare una stretta sui controlli ex ante e un irrigidimento delle penalità. Decisioni che rafforzano una narrazione negativa sui percettori del reddito senza in realtà toccare il vero problema: in Italia manca una domanda di lavoro adeguata alle caratteristiche di potenziali lavoratori molto fragili, con basse qualifiche, che non possono aspirare a redditi alti.

Il fatto che dalla platea di potenziali beneficiari realmente bisognosi siano state escluse parecchie persone è dimostrato proprio dai dati dell’operazione Ogaden condotta dai carabinieri. Il 40% dei 4.839 furbetti sono extracomunitari che non rispettavano il requisito di residenza continuativa in Italia negli ultimi dieci anni. Alcuni casi possono dare l’idea della situazione. A Campobasso quattro persone hanno presentato domanda dichiarando, falsamente, di risiedere in strutture di accoglienza dove erano stati ospiti (ora chiuse). A Canosa di Puglia e a Trinitapoli, invece, alcuni hanno falsamente dichiarato di avere la residenza in Italia da oltre 10 anni, risultando in realtà presenti da periodi molto più brevi.

I dieci anni sono il requisito di residenza legale più alto al mondo

Sono persone che non avevano i requisiti per accedere alla misura? Sì. Sono parassiti che, nonostante una condizione sociale di benessere e agiatezza, hanno deciso di truffare la collettività? Così non pare. I dieci anni sono il requisito di residenza legale più alto al mondo, che esclude persone che pagano le tasse, sono in Italia da tempo e spesso rientrano tra le fasce più povere della popolazione. Escluderle dal Rdc rischia di peggiorare le loro condizioni fino a un punto di non ritorno.

Come spiegato dalla sociologa Chiara Saraceno, “solo quando si parla di sussidi destinati ai poveri, la preoccupazione principale è l’abuso”. Nella marea di bonus approvati in questi ultimi anni, quello che colpisce è che sempre e solo quando i destinatari sono poveri si pensa a mettere dei paletti alle misure perché potrebbe esserci qualcuno che imbroglia. Forse il problema, come ha scritto Tommaso Faccio, socio fondatore di TaxJustice, tra le più attive associazioni per la promozione della giustizia fiscale, è che “quelli che prendono € 893 al secondo hanno convinto quelli che prendono € 1.300 al mese che la colpa sia di quelli che prendono € 551 al mese”.

Nei riquadri i requisiti per l’accesso al reddito di cittadinanza