“Notturno” è lo sguardo vero della cinepresa

Il Bif&st premia il film di Rosi, un inno potente alla fratellanza universale, al di là di ogni confine geografico e culturale e contro ogni violenza e discriminazione

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A me interessa la realtà, la verità. Non mi interessa fare una storia su ciò che si trova nella mia testa”. Questo il manifesto di un grande regista italiano contemporaneo. Il pubblico del Petruzzelli batte le mani, colmo di ammirazione per un film potente, straziante eppure necessario. Una secchiata d’acqua gelida, che mostra il dramma di chi subisce violenza ogni giorno; di chi è costtretto a fare i conti con la macabra realtà della guerra, a vedere le macerie di una città bombardata, di cui non resta che qualche “brandello di muro”, direbbe Ungaretti. Una realtà così vicina a noi e che, pure, ci pareva così distante.

Il cinema avvicina le persone, mette in luce il fondamentale legame che lega ogni essere umano. Un legame che non ha nulla a che vedere con la razza, i confini spaziali, i grandi eventi storici. Un legame “tutto umano”, che coincide con la storia personale di ogni individuo. Quel dolore che ogni spettatore condivide con una madre che piange, perché la figlia è stata catturata dall’Isis, portata in un campo di prigionia, torturata. Nelle sue lacrime risiede il pianto dell’umanità intera, di ogni madre, di ogni figlio.

Felice Laudadio prende quasi a braccetto il regista e lo conduce sul palco, in un lungo applauso corale che ha il senso di un grande abbraccio. È un atto di gratitudine verso un uomo che ha raccontato l’umanità. Laudadio, che è un po’ il padrone di casa del Bif&st, lo presenta al pubblico e parla di un suo ritorno in terra barese. È qui, infatti, che Gianfranco Rosi ha ricevuto uno dei suoi primi premi quand’era alle prime armi, quando scopriva i primi segreti della regia, di questo racconto per immagini. Laudadio l’ha chiamato proprio “scopritore di realtà”, un epiteto che gli spettatori acclamano. In serata a quel primo premio che Rosi vinse, all’inizio della carriera, se ne unirà un altro assai più ambito, che premia l’eccellenza cinematografica del suo film e del suo cinema della realtà: il Premio Fellini.

Il regista ha con sé le cartine di questi luoghi “perché dai luoghi si parte – sostiene Rosi – ma presto li si deve dimenticare. Lo spettatore sicuramente sarà stato spaesato. È un film che parla di confini, attraverso l’assenza dei confini, perché sono solo linee che sono state tracciate arbitrariamente, ignorando le storie dei popoli. Linee immaginarie, entro le quali avvengono grandi storie. Otto storie, per la precisione, e di tutti i luoghi, di tutte queste culture bellissime, restano le storie di persone comuni”. Bambini, madri, donne soldato, cacciatori, pescatori. Storie comuni, raccontate per immagini, attraverso una fotografia molto curata e una luce naturale che rende memorabile ogni inquadratura degli esterni. Sembrano quadri entro cui si spostano persone, esseri umani per poco scampati all’orrore della guerra.

È un film basato sull’assenza di luoghi, di confini. Il film diviene il risultato di incontri, entro questi confini, che dovrebbero essere luoghi di rottura, di disgregazione. E, invece, sono luoghi di incontri. Avanzavo senza cinepresa, registravo tutto nella mente, senza l’intoppo e il peso dell’obiettivo. Incontravo le mie storie e, alla luce di questo racconto, i luoghi perdevano sempre più consistenza e realtà, diventavano astrazioni, luoghi mentali, di cui contava solo l’importanza della storia”, racconta il regista. Ha aperto le cartine, le ha mostrate al pubblico, ma ora non servono non contano più.

Siamo in una cultura basata sull’abbondanza delle informazioni. Ho voluto fare un’operazione al contrario – continua Rosi -: togliere informazioni, far parlare i personaggi il meno possibile. Farli cantare, farli recitare canti pieni di lode al dio, canzoni sacre, piene di sofferenza. Tirare fuori l’anima del personaggio, la propria terribile storia. Trasmettere il senso dell’attesa e permettere agli spettatori di ricostruire loro stessi gli avvenimenti che non si raccontano. Riempire quei vuoti lasciati dai silenzi, infranti solo dai canti melodiosi, da racconti strazianti di chi ha visto con i propri occhi l’orrore della guerra, della tortura, della prigionia. Notare il terrore negli occhi di chi è sopravvissuto all’Isis, di chi si sente privato della propria patria, tradito dalla storia, abbandonato da Dio”.

Io non credo in un film che si limita a mostrare la realtà, ma in un film che rende sospesa quella realtà, che la eternizza pur nell’attimo della ripresa e che purifica lo spettatore. Per questo nel film, tra una scena di guerra e l’altra, c’è una scena con dell’acqua. L’acqua dei fiumi, dei torrenti, del lago. Sono tutti momenti che purificano, momenti catartici, che vogliono ripulire i personaggi, ma anche gli spettatori, perché con occhi nuovi possano entrare nell’interiorità del mondo raccontato, nella sua sospensione”, spiega Rosi. “E attraverso questa immersione, notare la forza di chi è rimasto, di chi vuol vivere e riprendersi una patria perduta. Non a caso il film si chiude con un canto di dolore e speranza ad Allah, ma soprattutto alla patria stessa, in un desiderio comune di rinascita: anche tu avrai un dio, patria mia! E in questo inno alla vita, che non è un canto di guerra, risiede il coraggio e la bellezza di un mondo che rinasce dalle macerie”, conclude il regista.

Nelle foto alcuni momenti del film di Gianfranco Rosi