Il Bif&st tira le somme sul fenomeno Gomorra

Gianfelice Imparato, protagonista del film di Garrone, proiettato ieri al Kursaal, spiega il successo del "marchio" a partire dal libro di Saviano e sino alla serie tv

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Quando un libro ha tanto successo tra il pubblico e si adatta alla trasposizione cinematografica, è inevitabile che diventi un film e, poi, qualora il film avesse parecchia fortuna, una serie televisiva. Il primo passaggio è sempre di rito; il secondo dipende dalle circostanze. E’ successo con Gomorra che ha reso materia di racconto la criminalità organizzata. Quando è uscito il film di Matteo Garrone, nel 2008, l’Italia ha ottenuto a Cannes ben due premi della giuria. Il Premio della Giuria è andato a Il divo, uno dei migliori film di Paolo Sorrentino, e il Gran Prix Speciale della Giuria a Gomorra di Garrone.

I due registi e i due film, pur nella loro grande differenza stilistica, raccontano un’Italia diversa da quella felix che viene propalata dal governo Berlusconi, e dimostra che il cinema italiano sa ancora raccontare il suo passato e il presente, senza sconti. Eppure, Berlusconi accusò Garrone (non Sorrentino) di aver dato troppa pubblicità e popolarità alla camorra, danneggiando l’immagine dell’Italia nel mondo. “Come se dire apertamente le cose fosse sbagliato, come se un cineasta dovesse avere costantemente gli occhi chiusi dinnanzi ai problemi”, commenta l’attore Gianfelice Imparato, conclusa la proiezione del film di Garrone, presso il teatro Kursaal nella quarta giornata del Bif&st.

Gianfelice Imparato ospite ieri al Kursaal per il Bif&st

Le sue parole ottengono diversi riscontri. Il pubblico appare diviso, borbotta, parla, alza la voce. È un film che divide e che spinge a parlare. L’ha fatto per tanti anni e continua a farlo, proprio perché è un documento storico, al di là dei nomi inventati. Trasmette l’immagine di un’Italia distante da quella che si conosce, una Napoli diversa. E Berlusconi appare un po’ come Andreotti, un imbonitore della folla e non può frenare un successo annunciato, inevitabile, come quello del romanzo, se non più grande, e destinato a dare un’importante svolta al cinema italiano. “Quando ci si ritrova a recitare in un film, non si sa bene che si sta facendo. Non si sa se venderà bene al botteghino, né tanto meno se farà la storia. Ma nel caso di Gomorra – commenta Imparato – in molti hanno parlato di un successo annunciato. Forse sì, poteva esserlo, ma di certo non si sospettava fino a che punto”.

Prima che uscisse il romanzo, edito dalla Mondadori, nel 2006, Gomorra era la città biblica, meno famosa della sua gemella Sodoma. Due città che erano simbolo del peccato universale (la sodomia, certamente) e che per questo meritavano la distruzione divina. Gomorra ricorda molto la parola “camorra”, dall’etimologia incerta, e dopo l’uscita del romanzo sarà destinata ad esserne inevitabilmente associata, anche e soprattutto nell’immaginario. Il successo del libro e la sfida lanciata alla camorra attraverso di esso, costringerà Saviano ad una vita sotto scorta, perché ad essere raccolti e pubblicati sono reportage, prove incriminanti, che partono dall’inchiesta sul racket dei rifiuti e che svelano quanto sia invischiata la mafia nel sistema economico del paese.

Toni Servillo in una scena di Gomorra

È già da quel preciso momento storico che Gomorra è divenuto un marchio di qualità ma anche di popolarità, e ha conferito a Napoli un’importanza tale da non essere solo un’immagine da cartolina, un gioiello di inestimabile valore culturale e paesaggistico. E tale l’hanno resa John Turturro, nel suo documentario legato alla musica napoletana, o Ferzan Ozpetek nella sua Napoli Velata, insieme a tanti registi che hanno voluto mostrare solo il meglio della città, a dispetto della sua nomea. “Il romanzo e il film hanno, invece, raccontato la verità. Specie il film, che è così dissimile nella forma dal romanzo, incrocia quattro storie raccontate da Saviano, in una struttura narrativa ad incastro, che poi Garrone ha usato ne ‘Il racconto dei racconti’. Tuttavia ha mantenuto quell’approccio quasi documentaristico. Molti interpreti non sono professionisti e hanno avuto dei guai con la giustizia dopo aver partecipato al film. Non si mettono in scena le storie dei boss mafiosi, ma persone comuni che rifiutano l’illegalità o ne sono vittime. Così come anche i luoghi sono reali”, commenta Imparato.

La terrazza sulle Vele di Napoli, trasformata in “lido” nel film Gomorra

Nella serie televisiva, che ha avuto ancora più impatto sull’immaginario collettivo e che quindi non può essere paragonata al romanzo o al film, i luoghi sono autentici, partendo dalle Vele di Scampia, “un mostro architettonico” come lo definisce Imparato, realizzato tra il 1962 e il 1975 su progetto dell’architetto Franz Di Salvo e divenute un’icona in negativo della città. La loro importanza è stata finanche materia di ironia e musical nel film dei Manetti Bross, Ammore e Malavita, proiettato sempre al teatro Kursaal martedì sera.

Un altro film non solo spassoso, ma intelligente, quello dei Manetti Bross, perché ironizza, addirittura, sul fenomeno Gomorra e lo fa con canzoni napoletane o tradotte dall’inglese, mostrando di poter ambire al pubblico europeo e americano. L’Italia, da quel 2008, ha tratto il meglio, trae sempre il meglio dai successi che ottiene, e così sarà finché ci saranno degli intellettuali e artisti che vorranno raccontare il vero, al di là delle chiacchiere di qualche carismatico imbonitore, che vuole mostrare un’Italia edulcorata solo perché ritiene sia il riflesso di se stesso”, conclude Imparato. Stavolta il pubblico in sala pare pacificato, come convinto dalle sue parole in quel silenzio complice, e scambia qualche sorriso amichevole con l’attore. “Forse, da troppo tempo non eravate abituati a parlare di politica al cinema?”, commenta ridendo Imparato.

Nella foto in alto, Gianfelice Imparato in un momento clou di Gomorra. Le immagini sono tratte dai profili fb di Imparato, Garrone e Bif&st