Si scrive Salento si legge Taranta

Per capire cultura e antropologia della misteriosa danza, si rivelano preziosi i saggi di Ernesto de Martino e le sue splendide foto, a cui Kurumuny dedica un volume

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I luoghi hanno un senso se vissuti nella pelle e capiti nella sostanza almeno dei fenomeni. Cioè di quel che appare. Ma anche quel che non appare ha un senso. Cerchiamo di capirci, con l’esempio ‘principe’ degli ultimi anni, almeno quanto alla Puglia. Nella regione, da decisamente più di un decennio, se dici Salento dici anche Taranta. Ma, fuor d’ottica propositiva e turistica (magari sterilmente turistica), le cose andrebbero spiegate per bene. Studiate. I mezzi esistono.

Tentativo immane e difficile, tanto più oggi, capire, necessariamente  soffermandosi: siamo nell’epoca dei saperi “liquidi” e veloci. Tuttavia, è bene legare queste manifestazioni salentine alle caratteristiche peculiari, ancestrali, di un popolo. Alle cose che, come si usa dire, vengono da lontano. Infatti, se ogni effluvio artistico, se ogni creatività musicale profonda, “folk” (con i rischi dell’aggettivo), viene dal ‘sottosuolo’ di un popolo, animo antico che il poeta o il musicista va a risvegliare, di sicuro la tradizione etno-antropologica, ma anche a suo modo ‘mistico-spirituale’, dei fenomeni del tarantismo (o tarantolismo) pugliese ha costituito un vasto ‘paniere’ culturale di ispirazione per la musica pensata come espressione dell’anima di un luogo.

Una certa deriva modaiola sta forse togliendo, almeno ai più, questa consapevolezza. Occorre tornare alle origini, ai fatti in sé, alle interpretazioni ormai comunemente accettate di questa cultura, in una discussione tra studiosi che sicuramente continua. Innanzitutto, la Taranta, per gli effetti con cui si è manifestata, va riconosciuta e ritratta all’interno del suo territorio. Ecco allora l’utilità della celebre spedizione di Ernesto de Martino, antropologo di valore, dalla vasta bibliografia personale su questi temi, nel 1959 in Salento per indagare le manifestazioni della cosiddetta “Terra del rimorso”, espressione diventata poi il titolo del suo saggio monografico (“Contributo ad una storia religiosa del Sud” il sottotitolo – Il Saggiatore, 1961).

Ma de Martino affrontò il tarantismo anche nel precedente Sud e magia (1959, Feltrinelli). E allora questo rito di tre giorni unisce antropologia, musica e danza. Obiettivo? Si direbbe sbloccare o ‘risvegliare’ il soggetto colpito (il più delle volte di sesso femminile) da una sorta di stato di semincoscienza; un blocco psichico, che De Martino definisce “crisi della presenza”. Non si è, insomma, quasi più presenti al nostro sé. La percezione popolare legava tutto ciò al morso della tarantola, ragno diffuso negli ambienti rurali. Come far ‘risvegliare’ il colpito dallo stato quasi dormiente e però insieme delirante? E come interpretare questo stesso stato? Il rito ha essenzialmente due funzioni: da una parte non si nasconde – ed anzi si manifesta – lo stato critico del soggetto, con tutti i suoi parossismi dolorosi; dall’altra lo si cura esorcizzandolo e ‘scacciandolo’.

Ecco, così, il ruolo della musica, utile, in questo mosaico di credenze, a restituire la persona alla sua piena coscienza. Quella musica, nata rituale, negli ultimi tempi è tornata a caratterizzare l’esternazione di questa terra. Una musica che sa presentarsi come realtà legata indissolubilmente all’anima più profonda (forse inconfessabile, quasi) della sua gente. La trama, come si vede, è collettiva e non si può certo rigettare il tutto come stolte e arcaiche superstizioni. Esiste un mondo che non c’è più, ma con quel mondo tocca ancora fare i conti. Certo, con un qualcosa di più di rievocazioni solo spettacolari o legate alla pur non cancellabile (anzi) agenda turistica. Come sempre, vale un’urgente mediazione tra suadente attrazione d’immagine e necessaria riscoperta di studio.

Tra l’austera severità delle cattedre di antropologia culturale o di etnografia e le piazze festaiole del Salento, a volte confuse e in preda all’estasi senza consapevolezza, serve proprio quella: la consapevolezza di ciò che si fa, in questo caso di quel che si canta e, nel caso, si balla. Per acquisire quella, in primis, bisogna provare a sapere. Gli strumenti, lo ripetiamo, non mancano.

Non possiamo non segnalare, infine, un volume apparso proprio in queste settimane, per i tipi della casa editrice salentina Kurumuny, specializzata nella pubblicazione di studi di notevole caratura culturale. Al centro del libro la chiesa-cappella di San Paolo di Galatina: il titolo Le spose di San Paolo. Immagini del tarantismo, a cura di Maurizio Agamennone e Luigi Chiriatti. Foto storiche, immagini dalle spedizioni di de Martino: un’operazione culturale assai interessante e di grande spessore, a felice suggello del progetto “demartino60”, sostenuto dal fondo speciale Cultura e patrimonio culturale 2019 della Regione Puglia.

L’immagine in alto e le prime due nel testo sono stratte dal volume “Terra del rimorso” di Ernesto de Martino