Un’altra estate di avventure per i pirati di Tou.Play

Grazie all'iniziativa degli youth worker del "capitano" Aldo Campanelli, riparte la stagione dei giochi per i ragazzi del popolare quartiere Libertà di Bari

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Una mamma entra nella game room per iscrivere il figlio al centro estivo, pronto a ripartire per il secondo anno consecutivo, dopo la positiva esperienza del 2020, quando il governo stanziò fondi per le attività di socializzazione dei ragazzi.

La game room, con scaffali pieni di giochi da tavola e di ruolo, oltre che tradizionali, si trova nel cuore del quartiere Libertà, a Bari, all’interno di Spazio 13, un vero e proprio hub giovanile che si ispira al modello europeo degli youth center laici. Questo incubatore sociale ha ridato vita alle aule dell’ex scuola Melo, con l’obiettivo di offrire nuovo impulso e proposte agli abitanti del quartiere con attività di coworking e progettazione, percorsi didattici, teatro, corsi di falegnameria… e una game room, appunto, quella di Tou.Play, l’associazione che si occupa di attività educative, curando in modo creativo e innovativo l’aspetto ludico.

Tou.Play rimanda al modo di dire tutto barese “a giocare”, che esprime la necessità del divertimento. Parlando con Aldo Campanelli, volontario e tra i fondatori della start up nata nel 2015, il gioco non è qualcosa di marginale da proporre ad un bambino o ad un gruppo ma un’attività da prendere seriamente perché fattore determinante per la crescita della persona e lo sviluppo della socialità. Aldo, con cui collaborano altre quaranta persone, è uno youth worker, animatore sociale, una figura professionale di cui solo negli ultimi anni si parla in termini più fattivi. “Lo youth work ha finalmente iniziato a riscuotere consensi in Italia, rientrando come figura professionale nella categoria dell’animatore socio-educativo. Attraverso ricerche sociologiche si è scoperto, soprattutto per i ragazzi del bacino del Mediterraneo, che questa figura è di grande supporto nella transizione dall’istruzione al lavoro”, spiega Aldo. “Inoltre lo youth work mediterraneo – prosegue – è legato tradizionalmente al contesto ecclesiale. La chiesa, infatti, si occupa tradizionalmente dell’aspetto educativo e aggregativo dei ragazzi”.

Lo staff di Tou.Play è composto da giovani provenienti dal mondo accademico: quelli più attivi hanno vissuto esperienze formative di mobilità internazionale con il programma Erasmus I – Education per lo scambio di pratiche e di incontri. Le competenze tecniche acquisite entrano “in gioco”, offrendo un servizio efficace nel poliedrico mondo dell’educazione. L’animatore socio-educativo possiede i requisiti per incoraggiare, motivare, incentivare chi è preda dell’immobilità e dell’apatia. “Insieme agli altri collaboratori -spiega Aldo- ci siamo chiesti come far risuonare i nostri talenti e abbiamo pensato al gioco con tutte le sue finalità sociali ed educative, strutturando un percorso in cui pre-adolescenti e adolescenti possano iniziare a formarsi per il futuro”.

Un progetto estremamente creativo che sintetizza lo spirito innovativo e sociale di Tou.Play è l’Accademia dei Pirati, che nell’estate 2020 è stata ripensata e riassestata in seguito all’assenza di attività culturali e turistiche con funzione educativa in musei, centri storici e castelli a causa dell’emergenza sanitaria: “Ci siamo lanciati con l’idea del gioco di ruolo. Abbiamo immaginato i ragazzi del quartiere Libertà -racconta Aldo- come dei pirati che salgono a bordo di una nave comandata dal capitano Tim. La missione dei ragazzi era combattere contro il nemico chiamato ‘El susto’ con il potere de ‘El priscio’. Un evidente segno che con le parole ci si può giocare e divertire”.

E continua: “Le attività svolte sono vere e proprie ‘lezione di priscio’, usando una particolare bussola dei pirati – nient’altro che la tradizionale trottola di legno – imparando ad usare in modo utile la spada di gomma per la coordinazione fisica e, ancora, cimentandosi in prove leader, in cui ad ogni gruppo viene data una collana realizzata con pezzi di rete delle boe del mare.”

Questa proposta ben strutturata e molto motivante ha coinvolto, la scorsa estate, 40 ragazzi (con le rispettive 20 famiglie del quartiere), raggiunti esclusivamente con l’informazione e la comunicazione sul campo dello staff di Tou.Play, ossia volantinaggio per strada e passaparola. L’attività dei piccoli pirati, però non si ferma al gioco e alla socializzazione. Venendo incontro ad un bisogno dei ragazzi del quartiere Libertà, durante l’ultimo anno, si è avviato un percorso di sostegno scolastico con l’obiettivo di evitare eventuali “bruschi naufragi dei piccoli pirati”, grazie al finanziamento della fondazione Specchio d’Italia di Torino. La metodologia non assomiglia al classico doposcuola, ma è un percorso pianificato di educazione non formale basato sulla conquista delle gemme date ai ragazzi per lo svolgimento dei compiti, per l’aiuto ai compagni e per la condivisione delle emozioni con gli ufficiali. Le gemme guadagnate possono essere sfruttate per i giochi da tavola e i giochi di ruolo.

Una simpatica immagine di Aldo Campanelli

“A livello globale il concetto di education è accostato alla scuola. in Italia, invece, education resta sempre come qualcosa di distaccato dalla scuola, legato all’idea di istruzione come ‘educazione algoritmica’. Ancora una volta i significati dei termini chiariscono prospettive e storture interpretative e all’interno della scuola manca, forse, proprio la sfumatura dell’educazione che mette a servizio questa start up”, spiega Aldo.

Con questo progetto 12 operatori si sono aggiunti alla “ciurma”: ognuno è custode della propria isola, con una pianta di cui i ragazzi devono imparare ad aver cura. Oltre a questi due pilastri, Tou.Play, propone attività personalizzate e specifiche ai post-adolescenti. Un altro obiettivo che lo staff della start up si è proposto riguarda la progettazione europea degli scambi culturali Erasmus, come accaduto negli anni passati, quando a Bari sono stati ospitati giovani dall’Inghilterra, dalla Germania e dall’Islanda per progettare lavori di testing per giochi di ruolo. La capacità tecnica, creativa e professionale di Tou.Play è rivolta ai principi di sostenibilità, ma riempita di contenuti, relazione e possibilità di crescita personale e sociale, come il progetto nato in collaborazione con il centro di giustizia minorile: alcuni ragazzi a rischio devianza hanno avuto la possibilità di lavorare insieme per la costruzione delle regole e all’ambientazione dei personaggi di un gioco di ruolo a sottolineare che per ogni gioco, come per la vita… le regole sono importanti. La particolarità di queste iniziative è visibile proprio tra gli scaffali della game room, che custodiscono insieme ai classici giochi da tavolo quelli inventati dai ragazzi di Tou.Play, frutto di progettazioni “sul campo” con i ragazzi.

Un fattore determinante per una relazione educativa efficace con i ragazzi è la capacità comunicativa degli operatori della start up rafforzata dalla loro età anagrafica. Aldo, classe 1988, come alcuni dei suoi collaboratori appartiene alla generazione “di mezzo”, quella che per prima è stata studiata scientificamente per analizzare il rapporto con la tecnologia e migliorare la youth experience. La vicinanza anagrafica con i bambini e i ragazzi che si avvicinano a Tou.Play facilita il dialogo e l’empatia: “Le persone un po’ più grandi di me hanno maggiori difficoltà a comprendere chi invece è più piccolo di me”, riprende lo startupper. Che chiarisce: “Trovandomi in quella generazione di mezzo ho, forse, la fortuna di comprendere entrambi i linguaggi degli adulti e dei ragazzi, comprendendo modi di dire legati all’ambito tecnologico o districandomi nella decifrazione del gergo utilizzato dai giovani. Molti termini provengono dal linguaggio dei forum, oggi spariti, che invece la mia generazione ha ampiamente sfruttato”. Una lacuna evidenziata da Aldo è la distanza educativa del linguaggio che causa spesso vere e proprie incomprensioni: “Paradossalmente il problema si pone quando occorre parlare ai più grandi che vorrebbero capire determinati argomenti di interesse dei giovani. Nasce una reale difficoltà di traduzione che si supera solo con la pratica”.

Oggi è fondamentale saper comunicare e riuscire a cogliere l’attenzione e la curiosità che i ragazzi riversano sugli smartphone e sui social: “Chi sa giocare oggi ‘alla campana’ o ai giochi d’un tempo? Ma è pur vero che nessuno insegna ai ragazzi quei giochi. I ragazzi utilizzano così tanto lo smartphone perché esistono storyteller competenti e creativi che sanno intercettare i loro stimoli”. Un bambino è sempre attratto dalle avventure e dalle storie ma nella realtà non è circondato da storyteller con la capacità di raccontare, quanto, invece, trova nel virtuale. Non è un caso che le agenzie di comunicazione cerchino figure come gli storyteller e riescano a capitalizzare strutturando contenuti multimediali sulle piattaforme.

Non è un processo casuale, bensì una competenza ben definita che va senza dubbio valorizzata evitando le etichette superficiali con cui vengono bollate le giovani generazioni, anziché ragionare sulle pratiche e gli atteggiamenti degli adulti che probabilmente non sanno stare adeguatamente al passo con i tempi. Proprio il tempo è per Aldo Campanelli un forte ostacolo alla creazione di relazioni educative virtuose. In realtà tempo ed educazione non sempre vanno a braccetto: “Tutti vogliono una performance rapida -spiega- e nessuno ha compreso che i processi di apprendimento sono lenti. Tutti imparano in modi diversi e in tempi diversi, perciò occorre prestare attenzione al tempo di ciascuno”.

A partire da questo concetto sarebbe opportuno ridimensionare ancora una volta i termini, dato che troppo spesso si associa l’educazione all’urgenza, modificando così proprio il valore del tempo. Se trattiamo l’educazione come urgenza mettiamo solo ‘pezze a colori’ per passare alla prossima urgenza. Occorre, invece, un lavoro continuo, costante, di attenzione e potenziamento, senza ricette definitive. Oggi la realtà è complessa e riuscire a conciliare persone e interessi rappresenta un obiettivo difficile da raggiungere: “Esistono comunità immaginate teoriche, ossia gruppi di persone unite da pratiche e metodi, ma non è detto che un individuo si senta parte di quella comunità. Bisogna porre l’attenzione ai diversi gruppi sociali dentro cui si agisce. Se penso all’unità soltanto come unica e sola commetto un errore. L’unità è un’entità formata da rappresentanti di altre comunità portatrici di diversità”, chiarisce Aldo. Uno degli obiettivi dell’educazione è quindi “essere inclusivo e fornire opportunità reali al singolo”. Senza dimenticare che le competenze dell’educatore o dell’animatore sociale consentono di “imparare ad imparare”. In fondo è quello che prova a fare Tou.Play, i cui componenti sono in continua formazione e trovano nell’apparente debolezza e spontaneità i punti di forza: “Imparare a riconoscere le diversità deve servire a fornire un’opportunità per tutti o quantomeno a costruire un ambiente sereno in cui tutti possano trovare la propria opportunità”.

I pirati di Tou.Play, con il “nemico dellla pandemia” alle spalle (si spera!) sono pronti a navigare verso nuove scoperte di sé, dell’ambiente e delle relazioni… a giocare, in una parola!

Le foto sono stratte dalla pagina fb di tou.play