Il welfare criminale frutto avvelenato della pandemia

Puntando sul disagio economico di tante famiglie della periferia barese e della Bat, malavitosi e clan hanno messo in piedi un giro milionario di prestiti a usura

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La crisi economica, strettamente correlata alla crisi sanitaria che ha imperversato per più di un anno e che solo ora comincia ad allentare la morsa, ha di certo facilitato il lavoro agli usurai. Nell’hinterland barese, ad approfittare della situazione di grave disagio di tante famiglie non ci sono stati soltanto personaggi insospettabili ma anche, e soprattutto, gli usurai di quartiere: i cravattari, uomini noti per le pratiche illecite che gestiscono, in prima persona o con l’ausilio di sodali, ai danni di numerose vittime.

A renderlo noto è il Nucleo di polizia economico-finanziaria che, dopo complesse e approfondite indagini nel territorio della città metropolitana di Bari e dell’attigua provincia di Barletta, Andria e Trani, ha rilevato la coesistenza di due distinte forme di strozzinaggio: una “di quartiere” e l’altra in forma associativa, entrambe espressioni di un welfare criminale di prossimità. In altre parole, un “sostegno finanziario” concesso, in cambio di interessi molto salati, alle famiglie in difficoltà,nonché agli imprenditori e ai professionisti in crisi di liquidità. Un’attività svolta con l’intervento di alcuni clan che, attraverso i prestiti a strozzo, puntano a riciclare i proventi delle proprie illecite attività (la vendita della droga su tutte) ma soprattutto a infiltrarsi ancora più saldamente nell’economia legale del territorio.

A confermare quelle che, inizialmente, erano solamente delle ipotesi al vaglio degli inquirenti è stata l’indagine della polizia giudiziaria denominata Cravatte rosa, all’esito della quale nei mesi scorsi il Nucleo PEF di Bari ha eseguito un’ordinanza di misura cautelare personale, emessa dal G.I.P. del Tribunale di Bari su richiesta della Procura della Repubblica, nei confronti di tredici persone. In particolare, le complesse attività investigative hanno permesso di svelare condotte di usura di tipo “domestico”, che fruttavano centinaia di migliaia di euro, messe in campo da donne appartenenti a quattro nuclei familiari nei confronti di vicini di casa, residenti nei quartieri popolari di Japigia, San Pasquale e San Paolo di Bari.

A scoperchiare il “vaso di Pandora” avrebbero contribuito notevolmente le dichiarazioni rese da un’anziana donna barese in gravi difficoltà economiche, che ha denunciato i suoi usurai. Con il conseguente intervento dei finanzieri del G.I.C.O. (Gruppi d’investigazione sulla criminalità organizzata) di Bari, mediante attività di intercettazione telefonica, pedinamenti, video-riprese, indagini finanziarie ed escussione in atti delle numerosissime vittime dell’usura, la maggior parte delle quali hanno – coraggiosamente – scelto di fornire un prezioso aiuto alle forze dell’ordine per poter ricostruire l’iter che ha portato all’illecita attività creditizia e, di conseguenza, ad individuarne i responsabili.

Nella maggior parte dei casi si tratta di usurai molto abili nelle truffe finanziarie. Questi prestavano somme, spesso ingenti, a quanti ne facevano richiesta, pretendendo nell’arco di tempo compreso tra una settimana e sei mesi, la restituzione delle stesse con l’aggiunta di un tasso di interesse che poteva arrivare sino al 5.000 %. Inoltre – si legge nei verbali – per i prestiti ottenuti vigeva la regola del “salto rata”, ovvero la vittima, laddove non fosse stata in grado di pagare la rata pattuita alla scadenza, era costretta a versare una “penale”, denominata “solo interesse”, ammontante al 50% della spesa mensile prevista, con la conseguenza che il debito residuo rimaneva inalterato e che i tempi di estinzione del prestito si allungavano.

Vittime della morsa degli strozzini, oltre alle già citate famiglie in gravi difficoltà economiche, anche impiegati, commessi e operai, alcuni dei quali accaniti giocatori di “bingo”, “lotto”, “slot machine” e “gratta e vinci”. Sconcertante l’esempio di una vittima “ludopatica” che si è ritrovata in difficoltà tali da giungere a vendere l’abitazione nella quale viveva. Nel corso dell’indagine, per di più, è stato possibile accertare che una delle aguzzine – nonostante le misure restrittive imposte dall’ultimo lockdown – non aveva esitato, pur di vedersi regolarmente pagata la rata mensile, a recarsi presso l’abitazione della sua debitrice e farvi ingresso, priva dei dispositivi di protezione personale e utilizzando la forza, nonostante nella casa vi fosse un’anziana allettata con gravi problemi di salute.

Dopo aver estorto il denaro, il secondo step del lavoro dei malviventi consisteva nella dissimulazione dei flussi di denaro ottenuto. Le vittime, infatti, erano spesso costrette a restituire il proprio debito mediante l’emissione di assegni bancari o circolari, privi dell’indicazione del beneficiario, che venivano “spesi” presso esercizi commerciali e intestati ai titolari degli stessi, le cui eventuali complicità con la rete criminale sono ancora tutte da chiarire.

In caso di insolvenza o di ritardi nella restituzione degli interessi, i delinquenti non esitavano a porre in atto vere e proprie “spedizioni punitive” in danno della vittima usurata, consistenti in vessazioni psicologiche ma anche aggressioni fisiche.

Una vera e propria organizzazione criminale, dunque, che senza scrupoli e mezze misure avrebbe coinvolto poco meno di cento soggetti, ognuno dei quali incaricato di svolgere un compito ben preciso. Una rete che si sarebbe assicurata il guadagno di denaro “facile” ai danni delle povere famiglie che, in questi mesi più che mai, stanno soffrendo a causa dell’emergenza pandemica. E per le quali, comunque, s’impone la necessità sempre più urgente di misure sostegno, per evitare ulteriori pericolose derive.