Dalla lotta partigiana alla pandemia ora e sempre Resistenza!

Si esce dall'emergenza sanitaria puntando sul solidarismo nella società, in politica e in economia, proprio come fece il Paese per risollevarsi da guerra e fascismo

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Nell’immaginario collettivo, la giornata del 25 Aprile assume un’importanza senza eguali per la memoria della nazione. Per la prima volta nella sua storia, esattamente 76 anni fa, il popolo italiano esprimeva la volontà di ribellarsi a un potere dispotico e disumano attraverso il sacrificio di oltre settantamila partigiani. La nostra nazione fu così liberata dalla morsa del nazifascismo e dal potere razzista e genocida del Terzo Reich tedesco, che aveva sparso morte e distruzione in Europa e nel mondo, avvalendosi di scherani mussoliniani nel territorio italiano.

È possibile allora effettuare un parallelismo con il momento storico che stiamo vivendo. La pandemia da Covid-19 infatti, ha consentito l’emergere di difetti strutturali del nostro Paese, in particolar modo per quanto concerne il sistema sanitario, con conseguente privatizzazione di alcuni servizi pubblici volti alla tutela della salute. Questo periodo, come quello della resistenza antifascista, ci consegna importanti insegnamenti. Per affrontare i rovinosi effetti sul piano economico, sarebbe necessaria una redistribuzione del reddito e della ricchezza attraverso politiche che mettano al centro l’interesse collettivo, emancipandosi dai dogmi di stampo neoliberale che hanno fin qui presieduto all’azione di tutti i governi.

La libertà è vuota senza solidarietà. Abbiamo interpretato la libertà come una proprietà dell’individuo, il neoliberalismo ha sponsorizzato questa versione anarcoide della libertà che coincide con la volontà individuale di fare quel che si vuole, la libertà come arbitrio”. È quanto sostenuto da Massimo Recalcati, il quale ci ha permesso di riflettere sulla più grande lezione impartitaci dal virus: la salvezza intesa come esperienza collettiva, motivo per cui, ora più che mai “nessuno si salva da solo”. Proprio come per i partigiani, il nostro sacrificio ed isolamento diviene massima forma di incontro, comprensione e cambiamento, elementi basilari per una vera comunità.

A proposito di cambiamento, forse il più evidente e positivo è quello di una natura che si riprende la sua liberà, i suoi legittimi spazi e che “respira”. Con l’arretramento dell’uomo e i lunghi periodi di lockdown, la natura, prima considerata mero luogo di risorse da sfruttare, è tornata prepotentemente al centro della scena e del pianeta, ribellandosi forse, alla violenza subita.

Ma chi l’avrebbe detto che la riacquisita libertà avrebbe spaventato milioni di persone? Secondo la Società Italiana di Psichiatria, in questa fase di ripresa successiva al periodo di fermo cusato dalla pandemia, tanti sono gli individui che preferiscono rimanere confinati nelle proprie abitazioni. Pare che l’eccessivo disorientamento all’idea di ricominciare a prendere contatto con l’esterno non sia tanto legato al timore del contagio, bensì ad una vera e propria difficoltà di tornare a vivere.

L’effetto collaterale più evidente conseguente alle varie misure restrittive, anche tra coloro che non avevano sofferto prima di disturbi psicologici particolari, è la cosiddetta “Sindrome della Capanna o del Prigioniero”, ossia la paura di lasciare la propria casa, il luogo che per mesi ci ha fatto sentire al sicuro, al riparo da qualsiasi pericoloso agente esterno. Pare che tale sindrome rievochi l’epoca della corsa all’oro negli Stati Uniti, durante la quale, i cercatori erano costretti a trascorrere mesi interi all’interno di una capanna. Questi ultimi difatti, concentravano la loro attività in precisi periodi dell’anno, vivendo uno stato di isolamento seguito da sentimenti di paura, rifiuto di tornare alla civiltà, sfiducia nei confronti del prossimo, tristezza, demotivazione, difficoltà di concentrazione, angoscia, stato di letargia. Il quadro sintomatologico tendenzialmente scompare o si riduce nel tempo con il normalizzarsi della situazione esterna o con l’adattamento ad una nuova condizione. Allora, per meglio “fronteggiare il nemico” e ritornare gradualmente alla vita, sembra essere necessario un percorso per ripensare paure, preoccupazioni, spazi e modalità di vivere il quotidiano.

Le reazioni emotive infatti, sono comprensibili, ma quando eccessive scaturiscono da valutazioni non sempre realistiche. Secondo il parere degli studiosi, per sentirci protetti bisogna continuare a fare cose pratiche e realistiche (mantenere una distanza di sicurezza dagli altri, lavarsi spesso le mani, limitare i contatti fisici anche tra familiari, utilizzare le mascherine dove indicato e necessario), limitando la sovraesposizione mediatica. Ritrovare un adeguato stile comportamentale attraverso un tempo programmato nella giornata, ci permette di lavorare, leggere, cucinare e coltivare passioni, anche al fine di favorire un sonno regolare, riprendere contatto graduale con l’esterno e mantenere mente e fisico sufficientemente attivi. Potremmo anche annotare le nostre preoccupazioni per poi rileggerle, praticando così consapevolezza, al fine di riportare esperienze, emozioni ed accaduti nel presente, unico vero tempo che possiamo gestire. Sapersi ascoltare inoltre, prevede di intraprendere, quando necessario, percorsi terapeutici volti alla risoluzione di “nodi” o disagi pregressi non ancora elaborati.

Liberarsi dal Covid-19 sarà possibile, ci auspichiamo, ma sarebbe bello anche se utopico, redimersi anche dai fenomeni del razzismo, dell’intolleranza, dell’antropocentrismo, che hanno assecondato oltretutto, la diffusione del tanto odiato virus.

Nella foto in alto, il manifesto dell’Arci per il 25 Aprile