Se l’assassino di Floyd è in galera è grazie al coraggio di una studentessa

Mostrando in un video il momento in cui il poliziotto uccide a sangue freddo un proprio simile, Darnella Frazier ha scatenato l'indignazione del mondo intero

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Il 17 luglio 2014 l’agente di polizia Daniel Pantaleo uccise un afroamericano di 43 anni che stava vendendo sigarette sciolte su un marciapiede di Staten Island, uno dei cinque distretti di New York. La vittima si chiamava Eric Garner e l’autopsia stabilì che la sua morte era avvenuta per soffocamento, ma indicò anche nell’obesità e nell’asma di cui soffriva, fattori che avevano contribuito al decesso. Nel tentativo di arrestarlo, l’agente Pantaleo aveva praticato su di lui la tattica d’immobilizzazione detta chokehold, una presa al collo che può risultare letale a seconda della forza impiegata e del tempo in cui viene mantenuta. Un video di sorveglianza mostrò che Daniel Pantaleo continuò a stringere la gola di Garner anche dopo averlo messo con la faccia a terra, e dopo che altri due agenti lo avevano ammanettato. Prima di morire, Garner ripeté 11 volte le parole “i can’t breathe”, non posso respirare.

Nonostante ciò, il tribunale della Contea di Richmond, di cui fa parte Staten Island, non accolse la richiesta di rinvio a giudizio dell’agente Pantaleo, e dopo l’elezione di Trump, il Ministero di Giustizia degli Stati Uniti bloccò il tentativo di incriminare Daniel Pantaleo per violazione delle leggi federali sui diritti civili. Solamente cinque anni dopo l’agente venne licenziato dalla polizia di New York.

Non è andata così con la morte di George Floyd, avvenuta a Minneapolis il 25 maggio dello scorso anno. Le sue ultime parole, “i can’t breathe”, pronunciate mentre l’agente Derek Chauvin continuava a tenergli un ginocchio sul collo anche dopo averlo ammanettato, sono diventate un inno di protesta e lo slogan del movimento Black Lives Matter, fondato nel 2013 proprio per denunciare le brutalità della polizia nei confronti degli afroamericani.

L’indignazione sollevata da questo ennesimo omicidio è stata senza precedenti: milioni di cittadini hanno partecipato alle proteste in ogni città degli Stati Uniti, contribuendo alla mobilitazione straordinaria che si è creata in occasione delle elezioni presidenziali di novembre. Allo stesso tempo, un’inchiesta del New York Times portava alla luce che, solo negli ultimi dieci anni, altri 70 afroamericani erano morti pronunciando quelle parole, “non posso respirare”, dopo essere stati fermati dalla polizia.

Questa volta è stato diverso. L’agente Chauvin è stato immediatamente licenziato, arrestato e rinviato a giudizio con tre capi d’imputazione: second-degree murder, third-degree murder, second-degree manslaughter (equiparabili a omicidio colposo, omicidio volontario con l’aggravante della crudeltà, omicidio preterintenzionale).

Dopo appena tre settimane di processo, la deposizione di 11 testimoni e dieci ore di camera di consiglio, martedì 20 aprile la giuria popolare ha deliberato. La maggior parte degli americani ha ascoltato la lettura del verdetto con il fiato sospeso. La tensione era altissima, come per un evento che riguardasse il futuro dell’intera nazione. E quando la parola “colpevole” è risuonata tre volte nell’aula del tribunale di Minneapolis, tutti hanno avuto la consapevolezza che si trattava di un verdetto storico. In milioni hanno manifestato il loro sollievo e la loro soddisfazione, primo tra tutti il presidente Biden, che subito dopo l’annuncio ha telefonato al fratello di George Floyd e all’avvocato della famiglia esprimendo il desiderio di incontrarli presto. Quindi ha rivolto un messaggio alla nazione, in cui ha definito la decisione della giuria di Minneapolis un evento purtroppo raro ma anche “un potenziale grande passo in avanti nella marcia per la giustizia in America”. Il Ministero di Giustizia ha poi annunciato l’avvio di un’inchiesta sul comportamento della polizia di Minneapolis, e la Casa Bianca una proposta di riforma della polizia.

Martin Luther King, leader del movimento antiazzista americano

Ma il presidente Biden è perfettamente consapevole di quanto sia difficile cambiare un comportamento radicato nella cultura delle armi e nei pregiudizi razziali, forse più difficile che dimezzare le emissioni di gas serra entro il 2030: per questo ha definito il verdetto un potenziale passo in avanti. Nel giorno stesso in cui si apriva a Minneapolis il processo all’agente Chauvin, il 29 marzo, in un vicolo del West Side di Chicago un ragazzo di tredici anni veniva colpito a morte da un poliziotto. E proprio mentre la giuria di Minneapolis si accingeva a pronunciare il suo verdetto, di fronte a una casa famiglia di Columbus, Ohio, un altro agente di polizia sparava quattro colpi di pistola contro una ragazza sedicenne afroamericana. Un video in possesso della polizia mostrerebbe che la ragazza, Ma’Khia Bryant, minacciava una sua coetanea con un coltello quando è stata colpita a morte. Tra i i due tragici eventi, secondo una nuova inchiesta del New York Times, altre 62 persone (più della metà afroamericane) sono state uccise: risultato di interventi nel corso di violenze domestiche, segnali di stop disattesi, inseguimenti e conflitti a fuoco. Le vittime sono spesso in stato confusionale, alcune soffrono di malattie mentali e la vista delle armi provoca reazioni incontrollate. Un fiume di sangue apparentemente inarrestabile.

Eppure il verdetto di Minneapolis è destinato a diventare una pietra miliare, se non altro per il grande sussulto di umanità e di sete di giustizia che ha originato. Com’è stato possibile? Perché l’uccisione di George Floyd è stata ed è diversa da tutte le altre? Se è lecito cercare un elemento specifico per rispondere a questa domanda, lo si potrà trovare nell’azione di una studentessa diciasettenne afroamericana di Minneapolis. Quel giorno Darnella Frazier, a passeggio per le vie della città con un’amica, ha superato la paura e l’orrore per il crimine che un uomo in uniforme stava compiendo sotto i suoi occhi e lo ha registrato con il telefono. Non ha smesso neppure quando altri tre agenti hanno cercato di allontanarla minacciandola. Quel video di 9 minuti e 29 secondi ha fatto la differenza. In particolare l’attimo in cui l’agente Derek Chauvin, rendendosi conto di essere ripreso, ha alzato lo sguardo gelido e ha fissato l’obiettivo: la prima volta che lo sguardo di un uomo nel momento in cui uccide a sangue freddo un proprio simile è stato fissato e mostrato a tutto il mondo. Per quanto possa sembrare paradossale, proprio questo ha fatto la differenza: il coraggio di un’adolescente e il suo telefono.