Guelfi e ghibellini? Questo è il Paese dei guelfi bianchi e neri

Non sono i pisani, come scrive Gramellini nel suo ultimo "Caffè", ma gli stessi fiorentini che Dante paragona ai diavoli nei versi sull'assedio del Castello di Caprona

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Narra Franco Sacchetti in una delle sue Cento novelle come un giorno “lo eccellentissimo poeta Dante Alighieri fiorentino” volle rimproverare un fabbro “perché con nuovi volgari cantava il libro suo”, cioè citava i suoi versi storpiandoli, cambiandone il significato. E lo fece a modo suo, naturalmente, impartendo al detto fabbro una lezione: entrato nella sua bottega senza chiedere permesso, cominciò a gettare in strada gli strumenti di lavoro del povero artigiano. Questi reagì gridando: “Che diavol fate voi? Siete voi impazzato?”. E Dante: “Se tu non vuogli che io guasti le cose tue, non guastare la mia.” Disse il fabbro: “O che vi guast’io?”. Rispose Dante: “Tu canti il libro, e non lo dì com’io lo feci; io non ho altr’arte, e tu me la guasti.”

La novella merita di essere ricordata in questi giorni in cui dilagano le citazioni di Dante, da parte di politici, di attori e di giornalisti non meno che da parte di studiosi. Merita, perché troppo spesso i versi del poeta vengono storpiati, manomessi, o semplicemente travisati. È il caso dell’illustre Gramellini, che per il suo “caffè” quotidiano sulla prima pagina del Corriere della Sera di ieri, “Dante per Dante”, ha preso spunto da un episodio di cronaca avvenuto in quel di Vicopisano.

Il murales realizzato alle porte di Caprona (foto dal Corriere Fiorentino)

Su un muro della strada provinciale Vicarese, in prossimità della frazione di Caprona, era apparso un murales che ritrae Dante con sullo sfondo il castello di Caprona, opera realizzata gratuitamente dell’artista Daria Palotti su invito dell’amministrazione comunale. Il murales aveva il triplice scopo di ricordare ai passanti che il castello ha l’onore di essere citato nell’Inferno, di celebrare il 700esimo anniversario della morte del sommo poeta nonché la XXVI Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, che quest’anno ha adottato lo slogan “A ricordare e riveder le stelle”, adattamento dell’abusatissimo verso conclusivo dell’InfernoE quindi uscimmo a riveder le stelle”. Iniziativa lodevole, sembrerebbe, ma non per un gruppo di tifosi della vicina Calci, che in segno di protesta ha affisso uno striscione con su scritto “Calci e Caprona, Dante non rappresenta la zona”.

Commenta argutamente Gramellini: “Quel Dante glorificato nel murales non è forse lo stesso Dante che il 16 agosto 1289, praticamente l’altro ieri, partecipò con i guelfi di Firenze all’assedio del castello di Caprona, abitato dai ghibellini di Pisa, e che ebbe pure l’ardire di citare l’episodio nella Divina Commedia, paragonando i pisani ai diavoli di Malebolge?”.

Lo striscione dei tifosi del comune di Calci, che contestano il murales (foto dal Corriere Fiorentino)

La presentazione è accattivante: la solita guerra tra campanili, pisani contro fiorentini, Dante fiorentino che fa tutt’uno di diavoli e pisani… ma è veramente così? Veramente Dante paragona i pisani ai diavoli? Scrive il poeta nel XXI dell’Inferno:

Per ch’io mi mossi e a lui venni ratto; / e i diavoli si fecer tutti avanti, / sì ch’io temetti ch’ei tenesser patto; / Così vid’io già temer li fanti / ch’uscivan patteggiati di Caprona,  / veggendo se’ tra nemici cotanti.

Ovvero, Dante afferma di essersi sentito tra i diavoli che avevano accordato a lui e a Virgilio il passaggio, come quei fanti pisani che, dopo aver patteggiato la resa, uscirono timorosi dal castello di Caprona tra due ali di soldati fiorentini. Quindi: non sono i pisani ad essere paragonati ai diavoli ma gli stessi fiorentini. Si dirà: vabbè, è una sottigliezza, non cambia niente. Cambia invece le conclusioni: l’Italia non è fatta più “di guelfi e di ghibellini”, come scrive l’autore del “caffè”, ma di guelfi bianchi e guelfi neri. Che poi siano entrambi democristiani, questo lo lasciamo dire a lui.

Per quanto riguarda il fabbro di cui sopra, dice il Sacchetti che, “non sapendo egli rispondere, raccolse le cose e tornò al suo lavorio; e se volle cantare, cantò di Tristano e di Lancellotto e lasciò stare il Dante.”

Nella foto in alto, un particolare del murale eseguito da Daria Palotti all’ingresso di Caprona